In passato abbiamo dato una certa risonanza alle iniziative prese a suo tempo da Warren Buffett e Bill Gates nel settore della beneficenza. I due uomini forse piu’ ricchi del mondo, titolo peraltro che essi contendono di anno in anno al messicano Slim, hanno da qualche tempo deciso di distribuire la gran parte dei loro patrimoni in opere di beneficenza; nel caso, in particolare, di Buffett, noto anche come l’oracolo di Omaha, citta’ dove egli e’ nato e ha la sua residenza, si arriva a percentuali altissime del totale. Tale iniziativa e’ apparsa per molti aspetti clamorosa e degna di lode.
Come se non bastasse il loro esempio personale, i due uomini d’affari statunitensi, mediante anche il varo dell’iniziativa strutturata organizzativamente (Giving Pledge), stanno cercando di persuadere anche altri magnati statunitensi e degli altri paesi a fare piu’ o meno lo stesso, distribuendo in opere benefiche almeno il 50% delle loro ricchezze. Gates e Buffett sembra stiano ottenendo in proposito un certo successo; tra l’altro, ad esempio, essi hanno anche intrapreso qualche mese fa un viaggio apposito in Cina per parlare approfonditamente del tema ai loro omologhi del grande paese asiatico: e’ sembrato, anche in questo caso, che alcuni dei ricchi cinesi siano stati a sentire con un certo interesse i loro ragionamenti ed esortazioni.
Inoltre, risulta dai giornali che sino ad oggi almeno 57 miliardari statunitensi si siano impegnati a seguire le orme dei due pionieri. Cosi, il titolo di un articolo apparso sul New York Times del 7 novembre a firma di J. Rosen era piu’ o meno il seguante: i ricchi sono diversi da noi, essi donano di piu’.
Siamo nel periodo delle feste di fine anno e di inizio di quello nuovo, momento in cui tutti tendono, almeno apparentemente, a sentirsi piu’ buoni e dunque quale occasione migliore per sottolineare anche da parte nostra le iniziative sopra menzionate e sottolinearne ovviamente gli aspetti positivi? Ma accade che di recente siamo stati presi da forti dubbi sul fatto che la distribuzione di una quota importante delle proprie ricchezze da parte delle persone ricche, considerata anche nel contesto del sistema economico, sociale, politico di un paese, sia veramente da interpretare con assoluto favore e abbiamo quindi deciso di mettere per iscritto almeno alcune delle nostre perplessita’, perplessita’ che non vanno peraltro a contestare direttamente tanto l’operato specifico dei due magnati statunitensi, che sono comunque da guardare se non altro con interesse ed anche con un certo rispetto, ma a riflettere soprattutto sul tipo di rapporti sociali che esso davvero sottintende.
Intanto ricordiamo come da un’inchiesta svolta di recente in Gran Bretagna e riportata in sintesi in un articolo del Financial Times del 24 dicembre 2010 a firma di J. Boxell, risulti chiaramente che in tale paese le persone povere tendano a donare una porzione dei loro redditi che e’ superiore a quella distribuita invece dai ricchi. Questi ultimi, quindi, non donano affatto, almeno in media, piu’ di noi.
C’e’ poi da considerare la questione fiscale e le sue conseguenze piu’ generali. Negli Stati Uniti chi fa delle donazioni ottiene in genere un’esenzione fiscale che arriva sino al 35% dell’importo donato. Cosi una persona che offrisse in beneficenza un milione di dollari avrebbe un costo reale effettivo di 650.000 dollari, risparmiandone 350.000.
Il settore filantropico, come ci informa un articolo del settimanale The Nation del 17 novembre 2010 a firma di D. Nasaw, nel 2009 ha effettuato negli Stati Uniti esborsi per scopi filantropici per l’imponente somma di circa 300 miliardi di dollari.
Quindi per un importo pari a circa 100 miliardi di dollari non e’ stata la collettivita’ che ha deciso alla fine in modo democratico come destinarli, ma dei privati cittadini privilegiati. E e’ d’obbligo a questo punto la domanda: Chi e’ piu’ giusto che decida come devono essere spesi i nostri soldi, i nostri rappresentanti eletti, peraltro piu’ o meno validi, o i cittadini ricchi?
E dove va alla fine comunque questa grande somma di denaro? Sorpresa! Come ci informa sempre D. Nasaw, solo il 10% del totale e’ indirizzato ai poveri e ai bisognosi, un terzo va invece a delle organizzazioni religiose, il resto alla formazione, alle organizzazioni sanitarie, alla cultura, all’ambiente, ecc..
In generale, poi, e questo appare forse l’argomento piu’ controverso della questione, gran parte delle risorse viene indirizzato a delle attivita’ che portano beneficio direttamente o indirettamente agli stessi donatori. Si puo’ trattare delle scuole private dei figli, della chiesa o della sinagoga della loro famiglia, dell’ospedale in cui tendono a farsi curare, ecc. Peggio, si puo’ trattare, sempre in particolare negli Stati Uniti, di finanziamenti dati a chi vuole arrivare a cancellare dai codici l’aborto o il controllo delle nascite, ridurre i fondi alle scuole pubbliche, eliminare le leggi relative alla protezione ambientale o cancellare la nuova legislazione sanitaria di Obama. Ma il discorso puo’ essere esteso anche ad altri paesi.
Alla fine quindi il discorso non torna e il tema delle donazioni da parte dei ricchi ci lascia l’amaro in bocca. Su di un piano piu’ generale, infine, bisogna sottolineare con forza che non e’ accettabile che una parte ingente delle ricchezze di un paese sia alla fine concentrato in pochissime mani. Come intitolava di recente un numero di una rivista francese dedicato al tema delle diseguaglianze (si tratta della rivista Mouvements, n.64, dell’ottobre-dicembre 2010), bisogna finirla con i ricchi (e con i poveri), naturalmente non in senso fisico. A questo fine, tra l’altro, bisognerebbe ricominciare a utilizzare in senso deciso la leva fiscale, negli Stati Uniti come in Italia.
Ma questo potrebbe essere il tema specifico di un altro articolo.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
Be the first to comment on "Dove finiscono le donazioni dei ricchi? sono veramente una buona cosa?"