Il movimento delle Citta’ di Transizione, partendo dallo stato attuale del Pianeta e della societa’, invita all’azione concreta in una visione positiva e condivisa del futuro. Perche’, e quando, si comincia a cambiare? Una delle risposte piu’ forti offerte dalle Transition Towns e’ che il cambiamento e’ piu’ incisivo se viene agito da un gruppo di persone. Intessere una rete di relazioni, allora, diventa strumento indispensabile.
Tra gli strumenti del Movimento delle Citta’ di Transizione vi e’ un gioco chiamato ‘Rete della resilienza’
Ho davanti a me una ventina di persone, disposte in un cerchio piuttosto sgangherato. Dal volontario del Commercio Equo in venti strati di cotone bio allo studente in jeans al signore anziano in camicia a scacchi, c’e’ un sacco di gente diversa. Per farmi sentire devo urlare: l’acustica e’ terribile, in questo cortile, la voce rimbalza tra le pareti antiche, tra le pietre. Ma poco importa, perche’ il gioco e’ semplice e dopo qualche momento di caos la struttura comincia ad auto-organizzarsi. Per i prossimi quindici minuti li osservo ridere come dei matti mentre, lanciandosi un gomitolo di filo rosso, se ne escono con straordinarie perle di saggezza del tipo ‘e io che sono il rospo mi mangio la mosca’.
Il gioco che stiamo facendo si chiama Rete della Resilienza, e probabilmente anche in questo momento qualcuno, da qualche parte, lo sta giocando per la prima volta. Altrettanto probabilmente, chi lo fa ha qualcosa a che vedere con le Citta’ di Transizione, o Transition Towns (anche se il gioco esiste da prima, in varie incarnazioni, e viene usato per illustrare un sacco di cose).
Spiegare in poche parole che cosa siano, queste Citta’ di Transizione, e’ un compito piuttosto difficile. Le serate che si tengono per introdurre l’argomento, delle piccole conferenze-chiacchierata dette, all’anglosassone, Transition Talks, prendono almeno due ore. Poi basta un gioco, e probabilmente quello della Rete e’ il migliore, e la faccenda passa dal cervello al cuore, gli occhi si accendono e si capisce tutto in un attimo.
Il movimento delle Citta’ di Transione, partendo dallo stato attuale del Pianeta e della nostra societa’, invita al cambiamento
Il gioco comincia con l’assegnazione dei ruoli: ogni partecipante e’ un pezzo di un ecosistema, per esempio la pioggia, un fiume, una volpe o una lumaca, ciascuno identificato da un bel post-ita’ appuntato al petto. Poi entra in scena il gomitolo: tenendone un pezzetto in mano, bisogna lanciarlo ad un altro elemento dell’ecosistema, specificando la relazione che unisce i due soggetti. Da cui il rospo e la mosca di cui sopra.
Dopo pochi minuti, comincia a formarsi una rete che lancio dopo lancio si fa sempre piu’ solida e intricata. Come sempre succede con le cose che si creano in gruppo, si comincia a sentire un po’ di orgoglio per questa struttura tanto bella e tanto resistente costruita, tra molte risate, con le mani di tutti. Non la si vuole vedere sfaldarsi. Anzi, si vorrebbe continuare a tessere e tessere, fino a non vedere piu’ il pavimento trasparire al di sotto. Poi, naturalmente, bisogna tornare alla dura realta’, e ci pensa chi guida il gioco ad inquinare fiumi immaginari, uccidere immaginarie volpi, e distruggere immaginarie relazioni, finche’ della nostra bella coperta non rimane che una vecchia ragnatela sfilacciata.
Ci rimaniamo male, ma intanto abbiamo sentito sulla nostra pelle il piacere di costruire solide relazioni, le abbiamo viste concretizzarsi sotto i nostri occhi, e ora che sappiamo che e’ un gioco, siamo pronti a rifarlo.
La riflessione che sta alla base di questo movimento complesso, internazionale e multiforme che ruota intorno al termine ‘Transizione’ si basa su elementi molto concreti. Rob Hopkins, il fondatore, ama specificare l’importanza del pensiero critico, dei fondamenti scientifici e di far arrivare l’informazione, il piu’ corretta possibile, ad un pubblico il piu’ vasto possibile.
Il cambiamento e’ piu’ incisivo se viene da un gruppo, cioe’ da una rete di fiducia reciproca
Si comincia parlando del picco del petrolio, del cambiamento climatico, di disuguaglianza nell’accesso alle risorse. Di emissioni di CO2, di carbone, nucleare, eolico, di EROEI, ASPO, IEA. Tutte cose molto importanti per arrivare ad afferrare i meccanismi su cui si basano lo stato corrente del pianeta, e della nostra societa’. Eppure non e’ certo questo, non possono essere i dati di fatto, a dare fascino e potenza alle Transition Town.
Come emerso anche da un interessante dibattito interno tra gli ideatori del movimento, tenutosi in Devon, Inghilterra, il mese scorso, una cosa e’ acquisire informazioni, per ben documentate che siano. Ben altra cosa e’ spingersi all’azione, trovare in se stessi l’energia per scatenare una risposta attiva a quello che abbiamo imparato.
Nelle parole di Rob Hopkins, si tratta di ‘distinguere i modi che abbiamo di imparare dai modi che abbiamo di rispondere’. La risposta, per come e’ prospettata all’interno del transition-pensiero, ha a che fare con la paura, i blocchi emotivi, la capacita’ di cambiare, la potenza di una visione positiva e condivisa del futuro.
Il che, a pensarci, e’ implicito nella scelta della parola stessa: transizione. Mettersi a pensare a una, qualunque ‘transizione’, significa mettere a fuoco le dinamiche del cambiamento, del passaggio da uno stato all’altro. Perche’, e quando, si comincia a cambiare? E come funzionano le cose, quando si cambia? Dov’e’ che il cambiamento viene rafforzato, e dove invece si impantana e si spegne?
‘Resilienza’ e’ un termine preso in prestito dagli studi di ecologia, che caratterizza la capacita’ di un sistema di rispondere al cambiamento senza snaturarsi
Una delle risposte forse piu’ forti offerte dalle TT e’ che il cambiamento e’ piu’ incisivo ed efficace se viene da un gruppo, piuttosto che da un individuo. Certamente i comportamenti individuali sono una chiave di risposta, ma sono anche molto lenti e molto faticosi. Ci si sente parecchio soli e si rischia di ‘bruciarsi’, di ritrovarsi stanchi, disillusi e molto, troppo cinici.
E qui torniamo alla storia di quella rete che avevamo costruito all’inizio. Una rete di persone che all’inizio non si conoscevano, ma che condividono un posto (quella sera, un cortile, una stanza, ma il resto della vita una citta’, un paese, o un quartiere) e la voglia di mettersi in gioco. Partecipando a un gesto collettivo, costruttivo e – fattore da non sottovalutare – divertente, hanno cominciato a ricostruire quella rete di fiducia reciproca che e’, in fondo in fondo, la cosa che piu’ abbiamo perduto e la cosa che piu’ di tutto ci protegge dal collasso, in tempi di ricchezza come di scarsita’.
Rientrando nella sala per proseguire l’incontro, l’atmosfera e’ cambiata. Davanti a me non ci sono piu’ venti solitudini, sedute ad ascoltare. Si sente la collaborazione che nasce, la comunita’ che si specchia, si ritrova e prende forza. Diventa resiliente, e impara a coltivare la propria resilienza – il termine, preso in prestito dagli studi di ecologia, caratterizza la capacita’ di un sistema di rispondere al cambiamento senza snaturarsi. Una qualita’ dei sistemi complessi, che sono resilienti perche’ fatti di molti collegamenti, tutti diversi fra loro.
Dalla complessita’ scaturisce l’auto-organizzazione, l’intelligenza del sistema. E da una rete di persone? Non resisto a non citare Margaret Mead: ‘Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini impegnati possa cambiare il mondo. In effetti, e’ l’unica cosa che l’abbia mai fatto’.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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