Il parziale disimpegno della multinazionale Usa prende le mosse dal transgenico ma potrebbe rivoluzionare tutto il mondo del mais. Che è una coltura strategica, perchè alimenta la produzione dei nostri migliori prosciutti e formaggi. Già oggi il 30% del granoturco che troviamo nei mangimi di bovini e suini viene dall’estero e lo stesso dicasi per il 90% della soia e quindi «che una società delle dimensioni di Monsanto non creda più nel mercato italiano è un brutto messaggio» secondo Paolo Marchesini.
Il presidente di Assosementi è però anche un manager di Pioneer, la concorrente diretta di Monsanto nel settore delle sementi e degli Ogm e non a caso, in altri panni, ci fa sapere che «Pioneer ha investito risorse importanti in Italia. Nel 2008, abbiamo aperto una nuova stazione di ricerca, un investimento di lungo termine». Naturalmente del vietatissimo transgenico non si parla, ma la società sementiera del gruppo DuPont controlla già oggi il 60% del mercato italiano del mais e non ha nessuna intenzione di mollare la presa né di abbandonare il fronte delle biotecnologie. Questo, per tre ragioni: la prima é la volatilita dei prezzi delle commodities che pone all’Europa problemi di approvvigionamento; la seconda è la sensibilità del mais al cambiamento climatico come dimostra il fatto che «nel 2009 la resa è scesa a 90 quintali a ettaro mentre il break-even per l’agricoltore è 115», come puntualizza Marchesini; la terza è che la fiammata dei prezzi dei prodotti chimici (concimi e diserbanti) proseguirà ancora per qualche anno ma nel medio-lungo termine la moltiplicazione di infestanti resistenti e una politica europea sempre più restrittiva sull’utilizzo dei prodotti di sintesi (direttiva Reach) consigliano anche a chi ha puntato sulla chimica di dare un’occhiata nel campo delle biotecnologie. E’ precisamente quello che sta facendo Syngenta: la multinazionale svizzera, che finora si è concentrata su erbicidi e funghicidi, appare molto interessata alla ritirata di Monsanto. Che resta – sia chiaro – una ritirata strategica. Le mosse di St.Louis sono sempre selettive e anche questa volta, mentre ridimensiona l’impegno nel granoturco – guardando a Romania e Ucraina per l’immediato futuro – la società continuerà a presidiare il mercato delle orticole, investendo nel centro ricerche di Latina, dove si sviluppano anche i semi destinati ad altri continenti. Su questo fronte, anzi, il colosso americano non farà sconti ai concorrenti: il know how diffuso e l’organizzazione della filiera fanno dello Stivale un boccone prelibato per qualsiasi fornitore e, a conferma della dottrina Coldiretti secondo cui il made in Italy tira perchè è sinonimo di Ogm free, l’ortofruttcoltura “incontaminata” del Belpaese rappresenta il secondo mercato di Monsanto. II primo sono gli Usa.
Autore dell’articolo: Paolo Viana
Fonte: quotidiano “Avvenire” del 19 Dicembre 2010, pagina 11
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