di Amedeo Levorato – Toniolo Ricerca (bene comune e terzo veneto)
La riorganizzazione del sistema economico internazionale dopo la crisi della finanza internazionale del 2008 si caratterizza oggi per fenomeno a scala globale, denunciato nel G20 di ottobre: il “beggar thy neighbour” (impoverisci il tuo vicino) della Cina sul resto del mondo attraverso la svalutazione competitiva. Su queste basi si articola la critica USA alla Cina, solo parzialmente condivisibile: la possibilità di avere un’enorme esercito di lavoratori e riserve valutarie crescenti, garantite da enormi esportazioni, permette alla Cina e ai paesi emergenti di “esportare” disoccupazione.
Il “vicino” della Cina è il resto del mondo; alcuni paesi emergenti potrebbero rimanere vittima anch’essi di questo fenomeno: Brasile, Sud Africa, India, che vedono apprezzarsi la propria valuta perdendo quote di export, mentre altri, come USA, Giappone e Unione Europea vedono allontanarsi nel tempo la ripresa, vittima dei bassi prezzi dei beni cinesi. Di qui, la richiesta che al G20 di novembre si discutano vincoli ai surplus esportativi, ai deficit di bilancio e ai tassi di interesse innaturalmente bassi, per evitare guerre valutarie.
Nel breve periodo, nulla purtroppo è stato fatto per cambiare regole e imporre vincoli alla speculazione degli operatori finanziari internazionali. Alcune aree, come l’Unione Europea, hanno imposto vincoli unilaterali a derivati e speculazione. Di fatto, la riduzione della fiducia e della leva creditizia ha sottratto risorse alle imprese, solo in parte sostituite dall’azione delle banche centrali dei paesi industriali. Dapprima esse hanno acquistato “titoli tossici”, poi hanno prestato denaro alle banche per sostenere le imprese, e infine ora, essendo impossibile emettere titoli del debito pubblico a causa di tassi innaturalmente bassi (vicini allo zero), per conto dei governi portano avanti iniziative “senza precedenti”: la FED stampa dollari USA, sinora 1.000 miliardi, altri 750 entro fine anno, per stimolare consumi, economia e occupazione.
A un osservatore impreparato risulta oggi difficile comprendere i fenomeni in atto, innanzitutto perché la maggior parte dei “sistemi” che regolano finanza e commercio globali sono pesantemente influenzati da pratiche illegali: gran parte della finanza opera attraverso paradisi fiscali e riciclaggio di denaro frutto di attività illecite, guerre, traffico di narcotici, contrabbando; altrettanto rilevante è il flusso, legale e illegale, di prodotti manifatturieri realizzati in contesti privi di clausole sociali, rispetto delle normative su marchi e diritti, proni a sfruttamento ambientale e di risorse naturali.
Il risultato dell’interferenza di questi fenomeni globalizzati è la crescente disoccupazione nei paesi industrializzati – oltre 10%. Per non essere sempre “pessimisti”, va però ricordato che nella fase ciclica iniziale della ripresa economica la disoccupazione è sempre presente. La teoria dei cicli economici, infatti, vede nella ripresa la contemporaneità tra espulsione dei lavoratori dalle fabbriche delle attività in via di estinzione, mentre le “nuove attività” emergenti sono solitamente concentrate sugli investimenti, ovvero sulla produzione dei beni strumentali e la conversione delle fabbriche (e, oggi, anche dei servizi). Dato che gli investimenti sono la parte minore del Pil (tra 5% e 10%), nella fase iniziale di ogni ripresa, l’economia assorbe poca occupazione, e quasi non si distingue dall’espulsione di quella obsoleta. Se, quindi, i paesi industrializzati reagiranno positivamente allo stimolo di ripresa, in un periodo tra due e cinque anni l’occupazione crescerà attraverso consumi più rilevanti (il 90% del Pil) e la produzione tornerà e supererà i livelli pre-crisi. La Germania lo sta dimostrando. Ma bisogna essere preparati, efficienti, rigorosi.
Si può essere ottimisti sulla ripresa? Un insieme di fenomeni contribuisce a esserlo per l’Italia. In diversi settori produttivi si vedono crescere le esportazioni nazionali, segno indubbio di competitività. L’apertura internazionale dell’economia italiana (oltre il 40% del Pil tra import ed export) è una costante storica crescente fin dagli anni ’80. Come ha chiaramente dimostrato Marco Fortis (Fondazione Eni), la somma complessiva della ricchezza finanziaria delle famiglie e delle imprese italiane pone l’Italia al secondo posto tra i migliori in Europa, solo dopo la Germania, per indice di sviluppo (deficit+disoccupazione). Il nostro paese può esprimere uno sforzo collettivo liberando enormi risorse inespresse: ricorda Confindustria che il nodo risparmio energetico-efficienza-rinnovabili-protezione ambientale può creare 1,6 milioni di posti di lavoro e stimolare risparmi per 60 miliardi di euro l’anno. L’attrazione turistica, la ricchezza agroalimentare e la valorizzazione del sistema culturale possono riequilibrare la bilancia commerciale. Il nostro paese ha specializzazioni produttive e capacità creativa che lo pongono ai primi posti in migliaia di nicchie esportative globali. C’è ancora tempo per mantenere una industria specializzata ed efficiente in un contesto globale di produzioni di massa di qualità complessivamente scarse.
Il problema vero dell’Italia, come correttamente ha posto la 46° settimana sociale di Reggio Calabria (15-18 ottobre), sono efficienza e tenuta del sistema istituzionale. Occorre considerare con realismo e concretezza l’emergenza di offrire risposte alla sfida educativa, all’inclusione degli immigrati (ultimo rapporto Caritas-Migrantes), alla sconfitta del corporativismo e del familismo con la promozione del merito, e infine al completamento della transizione istituzionale, con la ricostruzione di istituzioni statali credibili, rigorose, sussidiarie ed efficienti. L’impegno dei cattolici deve concentrarsi oggi per creare una nuova classe dirigente, dotata di consapevolezza, rigore, dirittura morale, solidale e finalmente convinta che il successo egoistico e l’avidità personale sono la peggiore lezione cui l’Italia è stata sottoposta negli ultimi trent’anni, e la via più breve per la rovina del paese e la mortificazione delle classi più deboli, famiglie, lavoratori e piccole imprese.
Amedeo Levoreato è presidente Ucid – Unione cattolica imprenditori dirigenti, sezione di Padova.
Tratto da: http://www.tonioloricerca.it
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