La discussione parlamentare della riforma universitaria che prende il nome dal ministro Mariastella Gelmini e’ in corso e tutto appare fluido e incerto. E a render le cose ancor piu’ complesse, c’e’ il fatto che una riforma su un argomento di quest’importanza dovrebbe essere varata da un governo forte e stabile, mentre questo appare fortemente in bilico. Prudenza vorrebbe quindi che non si parlasse di quest’argomento se non quando la riforma sara’ passata dalle due Camere e con certezza, salvi gli eventuali rilievi del presidente della Repubblica, fosse divenuta legge. Ma purtroppo, in questo come in altri casi, la prudenza cozza con l’opportunita’ morale, la quale prescrive invece che si assumano delle responsabilita’ prendendo posizione. E io la prendo.
Tanto piu’ ch’e’ stato firmato da alcuni docenti di vari atenei un comunicato nel quale alcuni colleghi ribadiscono il loro apprezzamento per il disegno di legge presentato dal ministro perche’, tra l’altro, “riorganizza e moralizza gli organi di governo degli atenei; perche’ limita la frantumazione delle sedi universitarie, dei corsi di laurea e dei dipartimenti; introduce norme piu’ efficaci e razionali per il reclutamento dei docenti; perche’ stabilisce regole certe e trasparenti per disciplinare i casi di disavanzo finanziario e di mala gestione; perche’ fissa dei criteri di valutazione per le singole sedi universitarie e per i singoli professori”. Il carattere generale di quel documento e un discreto numero dei nomi dei colleghi firmatari parlano il linguaggio di un atto deliberatamente compiuto in appoggio al governo e al ministro che ha presentato il disegno di legge. Mi prendo la liberta’ di presentare qui, a mia volta, alcune considerazioni sul decreto di legge astraendo da quello che sara’ il risultato del suo iter parlamentare. Premetto di lavorare ininterrottamente nell’universita’ da oltre quarant’anni, per quanto abbia insegnato parecchio all’estero e abbia sempre rifiutato – per una specie di allergia – di assumere incarichi direttivi negli atenei. Non ho quindi una speciale competenza amministrativa o gestionale da rivendicare per corroborar le mie ragioni. Tuttavia, posso – e debbo – dire qualcosa che a mio avviso dev’esser detto. Sono entrato nell’universita’ nel 1967: si erano abolite da poco le ‘libere docenze’ e si sarebbe di li a poco eliminata l’istituzione (benemerita) degli ‘assistenti volontari’. Erano i primi segni dell’incertezza e del caos che si sarebbero imposte e sarebbero regnate nei decenni successivi, tra provvedimenti e controprovvedimenti. La riforma Gentile del 1923, piu’ liberale che non fascista (il fascismo si sarebbe trasformato in regime solo nel ’25), aveva retto piuttosto bene per quasi mezzo secolo: si sarebbe trattato solo di ritoccarla con misura e senso di responsabilita’. Ma gli eventi ci obbligarono a scegliere una strada differente: alcuni politici, docenti e studenti erano convinti che si fosse alla vigilia di grandi mutamenti sociali e politici e desideravano affrettare i tempi per un mutamento che – secondo qualcuno tra loro – sarebbe stato addirittura rivoluzionario, per cui si trattava di rovesciare le vecchie ‘istituzioni borghesi’; altri (e fra loro, lo confesso, un po’ anch’io) si lasciarono sedurre dal fascino del vento che veniva da Berkeley e dalla Sorbona e cedettero, quasi sempre in buona fede, al ‘we shall overcome’. Le prospettive successive, l’inadeguatezza di molti politici e la vilta’ e/o la disonesta’ almeno intellettuale (ma non solo’) di troppi docenti ci hanno gradualmente portato – attraverso circa un quarantennio di scelte sbagliate e di deterioramento sia civile, sia culturale – a questo punto: universita’ allo sbando, ‘tagli’ e storni di fondi pubblici verso gli atenei privati, una classe docente screditata in seguito a decenni di concorsi ‘ritoccati’ o ‘truccati’ (e, direttamente o indirettamente, tutti noi docenti ne siamo respnsabili: se non altro per aver accettato, sottovalutato, taciuto), l’impossibilita’ pratica di rinnovare correttamente il personale docente e ricercatore, ‘mortalita’ universitaria’.
Non nego che, nella lettera del testo di riforma e nelle intenzioni di chi l’ha redatto, ci siano cose buone: per esempio la ‘lista nazionale’ per i concorsi. Ma l’idea di proporre come commissari solo i docenti ordinari e’ inopportuna: ed e’ ridicolo che provenga da un ministro che dice di voler combattere lo strapotere dei ‘baroni’. Ma i ‘baroni’, ormai – a parte qualche residuale caso lobbistico, soprattutto in alcune facolta’ scientifiche – non ci sono ormai piu’: i professori universitari sono ormai una categoria screditata e oggetto quasi di dileggio, il loro prestigio sociale e’ ridotto a zero in una societa’ che valuta pochissimo la cultura e non ne ha quasi alcun rispetto, i livelli economici delle loro retribuzioni li fanno apparire ridicolo in un mondo che rispetta la gente in misura direttamente proporzionale ai suoi profitti e alla sua visibilita’. Altri aspetti del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini appaiono positivi, o comunque interessanti: la fusione degli atenei piu’ piccoli (la loro proliferazione era uno dei segni piu’ ridicoli e allarmanti della licealizzazione delle istituzioni universitarie), la razionalizzazione delle facolta’ (per quanto il limite massimo di 12 per ateneo appaia inopportuno nel caso di alcune sedi piu’ grandi e prestigiose), la limitazione a otto anni nella durata dei mandati. Queste sono caratteristiche da tenere presenti per un eventuale nuovo e piu’ articolato progetto di riforma. Quello attuale, pero’, dev’essere invece respinto per due ragioni: una immediata, a carattere politico, istituzionale; una pregiudiziale, a carattere etico. Procedo per ordine, cominciando pero’ dall’illustrare brevemente la seconda ragione. Anzitutto, l’insufficienza delle risorse assegnate: prova che l’attuale governo non attribuisce per nulla alla riforma universitaria e all’universita’ il peso ch’esso dovrebbe a mio avviso avere nella vita del paese. L’alibi avanzato – i tagli sarebbero giustificati dagli sprechi passati – e’ al riguardo ridicolo. Gli sprechi si rimediano migliorando gli strumenti di governo e i metodi di controllo, non azzerando i fondi a disposizione. I tagli indiscriminati sono offensivi, il fatto che in Italia le spese per l’istruzione riguardino meno dell1% del Pil e’ una vergogna. Gli altri paesi d’Europa stanno fra il 3 e il 4 per cento; Germania e Inghilterra stanno attuando pesanti manovre di austerity, ma aumentano il bilancio della cultura. Solo da noi si arriva a non indignarsi davanti alle battute miopi e superficiali di un ministro che sostiene che la cultura non si mangia.
Siamo davanti all’illusione di un’efficienza e di un produzionismo che poco e nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica, l’insegnamento e l’apprendimento: a un’universita’ pubblica ormai ridotta a un’ombra e minacciata da atenei e masters privati all’economia e alla politica. Ecco perche’ le valutazioni concorsuali e quelle ‘meritocratiche’ di modalita’ di accesso, premi e borse di studio appaiono viziate in partenza: a parte l’insopportabile demagogia ‘di destra’ della meritocrazia, odiosa come lo era la demagogia ‘di sinistra’ del voto politico e dell’abolizione forzata delle gerarchie di merito che hanno condotto alla svalutazione dei titoli di studio e alla diffusa onocrazia imperante nel paese (per i non ellenofoni, ‘onocrazia’ significa ‘governo dei somari’: che oggi spadroneggia, dalle aule parlamentari alla Tv, alla scuola stessa). L’ingresso di estranei all’universita’ nei Consigli di amministrazione (tre esterni in quelli con almeno undici membri, due in quelli piu’ ristretti) ne snaturera’ il carattere e i fini, posporra’ le esigenze dello studio, della didattica e della ricerca a quelle della produzione e del profitto, trasformera’ le universita’ in qualcosa di simile alle attuali Asl. Quanto alla valutazione del lavoro dei docenti e alle varie forme d’incentivazione, insomma a tutto quel che concerne la ‘politica premiale’, debbono essere chiari i criteri sulla base dei quali si stabiliranno gerarchie e graduatorie: altrimenti, tutto rischia di cader di nuovo nell’arbitrio e negli accordi sottobanco. Infine, c’e’ il grande problema dei ricercatori: si prevede d’inquadrare i nuovi nell’arco di sei anni; e i precedenti, dovremo rottamarli tutti? O si tratta di fornire a ciascuno qualche opportunita’, sempre basata sul ‘merito’? Ma come sara’ misurato, tale ‘merito’, e da chi? Una delega al governo in materia d’interventi per la qualita’ e l’efficienza del sistema universitario’ non puo’ che destare legittime apprensioni. Lo stesso per il ‘Fondo per la premialita” dei professori e dei ricercatori e per il ‘Collegio di Disciplina’ che dovrebbe sanzionarli: come assicurane un funzionamento equo, corretto, scevro da abusi e anche da personalismi? E se l’autonomia delle sedi universitarie si deve mantenere al costo, nella migliore delle ipotesi, di una loro ‘aziendalizzazione’, non vale forse la pena di chiedersi se e’ giusto pagare un tale costo, che finisce con il tradirne la funzione pubblica?
Il problema resta in ultima analisi quello delle risorse umane. Per riformare sul serio l’universita’ occorrerebbero serieta’, rispetto del sapere, onesta’ intellettuale e senso dello Stato: valori ormai quasi del tutto scomparse nella societa’ dell’avere e dell’apparire al posto dell’essere. La scuola e l’universita’ sono specchio della societa’ che li esprime; la societa’ italiana, oggi, merita del tutto quelle che ha. Per cambiarle, occorrerebbe una rivoluzione. Magari non politica e violenta ma intima, etica, profonda. Alcuni principi vanno poi formulati con chiarezza e perseguiti con rigore. L’universita’ deve restare pubblica e statale: in un’Italia federale, essa e’ – con la magistratura, la polizia, le sovrintendenze ai beni culturali, l’esercito – un garante del mantenimento dell’unita’ del paese. Lo stato puo’ e deve consentire la nascita di liberi atenei di qualunque tipo e magari di universita’ regionali, ma non puo’ rinunziare a quella pubblica ne’ al disciplinamento dell’autonomia dei singoli Atenei e alla verifica delle risorse che la consentono.
Una spesa sociale dev’essere affrontata tenendone presente la priorita’ e al di sopra di qualunque considerazione di tipo speculativo: prima ancora che irrealistico, inutile e dannoso, e’ assurdo giudicare e governare scuola e universita’ con criteri di tipo speculativo (il preside-manager, le facolta’ che debbono garantire profitti e altre sciocchezze da SpA); l’universita’ non e’ ne’ una ‘impresa’, ne’ una ‘azienda’. L’universita’ deve rivendicare il proprio carattere concettualmente e moralmente se non istituzionalmente corporativo: la sua anima profonda sta nell’essere effettivamente una corporazione; cio’ era tanto chiaro ai grandi studiosi del passato, anche quelli sostenitori di modelli statalisti e dirigisti, che Giovanni Gentile intervenne a piu’ riprese, durante il regime fascista e addirittura durante al guerra, perche’ nell’Universita’ non entrassero le forze di polizia. La sua posizione aveva un valore simbolico e morale, dato il carattere statale dell’universita’: ma era comunque significativa e coraggiosa. A fortiori, criteri di speculazione e di profitto non hanno cittadinanza nell’universita’, che e’ la corporazione die professori e degli studenti. Nei Consigli di amministrazione degli atenei debbono entrare i docenti, con una significativa rappresentanza degli studenti e dei lavoratori dipendenti (personale tecnico, amministrativo, esecutivo). Altre componenti della vita civile, senza dubbio utili e importanti, debbono esser invitati a partecipare alla conduzione degli atenei, ma ad esclusivo titolo consultivo (ed eventuali consulenze debbono essere rigorosamente soggette al controllo preventivo di un organo ministeriale per la scelta dei soggetti e della Corte dei Conti per la quantificazione dei compensi). Un regime apposito deve riguardare gli sponsores, che a fronte del loro contributo hanno diritto a prerogative che la legge deve specificare e delimitare con chiarezza (per esempio nella creazione e nel mantenimento di sovrastrutture, nella nomina di professori destinati a coprire cattedre o di studenti destinati a usufruire di borse di studio in tutto o in parte finanziate con offerte di un privato sponsor);
Le risorse pubbliche non debbono in linea di massima essere destinate a finanziare scuole, istituti e universita’ private, se non sulla base di speciali leggi da emanarsi volta per volta a fini specifici e chiaramente programmati. I pubblici concorsi d’accesso alla qualifica di ricercatori e alle differenti fasce di docenti (associati e ordinari) debbono espletarsi sulla base di commissioni giudicatrici designate esclusivamente con un rigoroso e pubblicamente sorvegliato sistema di sorteggio; salvo lo stato di necessita’, nessun docente ha diritto a partecipare a una commissione di concorso per piu’ di una volta per ogni anno accademico; nessun docente puo’ trovarsi in una commissione assieme ad altri colleghi con cui sia gia’ stato in commissione nel medesimo anno scolastico (in caso il sorteggio presenti una simile eventualita’, avra’ diritto a rimanere insediato il docente che da piu’ tempo e’ stato assente da commissioni giudicatrici);
I pubblici concorsi dovrebbero consentire l’accesso a una ‘Lista Nazionale di Idoneita”, alla quale le facolta’ debbono accedere per selezionare i docenti chiamati, sulla base del responso di una commissione di docenti della materia interessata o di materia affine votata dal CdF su proposta del preside. La ‘premialita” e altri criteri d’incentivazione economico-finanziaria ambiguamente collegati a supposti presupposti meritocratici debbono essere rigorosissimamente proibiti in quanto fonte certa di corruzione, di favoreggiamenti, di ricatti. Eventuali premi in denaro possono essere elargiti sulla base di meriti assolutamente eccezionali; e’ invece auspicabile l’istituzione presso i singoli atenei di un apposito ‘Fondo di Solidarieta’ Eccezionale’ per eventuali gravi casi di salute, d’indigenza, di disagio e cosi via di docenti, studenti e personale amministrativo ed esecutivo. L’accesso a tale fondo va regolato da una legge pubblica, cui gli atenei possono aggiungere un’eventuale normativa specifica per loro particolari caratteristiche e necessita’. L’unico tipo di ‘premialita” legittimamente previsto e programmato dev’essere costituito dall’intensificarsi di una politica di elargizione di borse di ricerca e di studio e, per i docenti, dall’istituzione di un anno sabbatico obbligatorio per aggiornamento al termine del quale dev’essere presentata un’accurata relazione scientifica da sottoporsi a una commissione nazionale. Se la relazione verra’ respinta o dichiarata insoddisfacente, il docente sara’ tenuto alla restituzione immediata e completa degli emolumenti mensili percepiti nell’anno sabbatico e alla reiterazione entro un quinquennio di tale anno; un eventuale nuovo fallimento dara’ luogo all’espulsione dai ruoli e alla decadenza dai diritti connesssi. Tale istituzione di anno sabbatico va considerata a tutti gli effetti come l’istituzione di una verifica periodica dell’abilita’ all’insegnamento e alla ricerca. Viene con cio’ abolito il principio secondo il quale una vittoria di concorso da’ luogo a una qualifica a vita. Questi sono almeno alcuni dei criteri che a mio avviso si dovrebbero seguire.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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