Riforma universitaria: chi vince e chi perde?

Di fronte a questa riforma una reazione studentesca riformatrice e intelligente, generosa e aperta, e’ auspicabile e davvero necessaria, mentre si ha sempre piu’ l’impressione che le proteste puntino a conservare lo status quo, una situazione di cui tutti si lamentano.
Ma vorrei andare piu’ in profondita’. Cosa ci guadagna e cosa ci perde uno studente dalla riforma?
L’aumento della spesa pubblica, quando si realizza mettendo a carico delle generazioni future il deficita’ di bilancio, non ha niente a che vedere con il bene comune. È importante tenere presente questo principio perche’ torna utile per commentare la protesta degli studenti universitari (o meglio di una parte di loro che trova amplificazione sui media).
L’universita’ italiana ha due problemi: ha necessita’ che il Paese investa piu’ risorse pur in presenza di una grave crisi e ha l’esigenza di nuove regole per non sprecare le risorse.
Per le risorse ci vogliono leggi di spesa. Per le nuove regole leggi di riforma.
Confondere le due cose non aiuta a comprendere i problemi.
Dopo il taglio di 1 miliardo e 300milioni di euro dell’ultima finanziaria, la legge di stabilita’ restituisce all’universita’ 1 miliardo di euro.
In una situazione di grande difficolta’ sul piano economico e’ un segno apprezzabile.
Il Presidente della Conferenza dei Rettori, Decleva, ha dichiarato limpidamente che, poiche’ i pensionamenti liberano risorse nel prossimo anno per 350 milioni di euro, le nuove risorse consentono di chiudere i bilanci delle universita’ senza affanni.
Il problema delle risorse e’ stato ben impostato.
Altro tema e’ quello di cambiare le regole. Perche’ cambiarle?
Semplice. L’autonomia universitaria, varata nel 1989 da Ruberti si e’ trasformata in anarchia, sprechi, parentopoli, mancanza di trasparenza, abbassamento della qualita’ della docenza e via elencando.
Pochi esempi per non restare sulle generali.
L’Universita’ di Siena ha gli stessi studenti di quella di Verona, ma il doppio di personale tecnico. E, come e’ noto, Siena ha accumulato un buco di ben 150 milioni di euro, non avendo gli atenei l’obbligo di una contabilita’ economico – patrimoniale.
Mentre vigeva il blocco del turn over, l’Universita’ di Messina e’ riuscita ad aumentare del 290% i suoi professori ordinari negli ultimi cinque anni.
Come ha fatto?
Semplice: promuovendo quasi tutti i suoi professori associati a ordinari. E non sono stati i soli.
Chi guadagna e chi perde dal cambiamento delle regole?
È semplice: perdono le universita’ scorrette e i baroni (in privilegi) e guadagnano i giovani, siano essi studenti, ricercatori o docenti (in diritti e in qualita’ dell’universita’).
Ma quali sono queste nuove regole che la riforma dell’universita’ contiene e che in larga misura riprendono il meglio delle proposte avanzate negli scorsi anni dalla sinistra?
Un nuovo modello di universita’, aperta al contesto sociale, dove gli studenti valutano i professori, che differenzia la retribuzione sulla base del merito, dove esistono clausole antinepotistiche, che rende piu’ autonomo il ruolo dei Rettori sottraendolo alla mediazione con le corporazioni interne, che distingue chiaramente i compiti scientifici del Senato Accademico e i compiti gestionali del CdA – snello ed efficiente – dove siedono autorevoli rappresentanti della societa’ civile, con un sistema di certificazione della qualita’ dei corsi che garantisce agli studenti il valore reale del titolo di studio.
È difficile sostenere che queste novita’ della Riforma ‘danneggiano’ i giovani. L’auspicio e’ che gli studenti rinuncino al registro conservatore che ha caratterizzato le loro proteste negli ultimi vent’anni.
Questa svolta puo’ realizzarsi se si fa largo anche tra gli studenti il senso dell’ingiustizia profonda che tocca loro vivere in un sistema che per premiare i padri ha penalizzato i figli.
Con la Riforma si possono liberare le universita’ che lo desiderano da quei lacci e lacciuoli che ne tarpano le ali.
Ma far vincere ancora una volta le pulsioni corporative e la paura delle riforme, non sarebbe degno di un Paese che vuole riprendere a crescere.

(Tratto da: http://www.benecomune.net)

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