A che prezzo un paese puo’ ripudiare il suo debito?

Riporto qui la traduzione dell’articolo di Loic Abadie, citato da Maurizio Blondet nel suo interessante “Ripudio del debito: forse conviene” del 20 Novembre, disponibile per gli abbonati.

Al termine della lettura, la domanda e’: l’Italia di quale tipologia di stati fa parte?

Potremmo anche pensare alla tipologia 1, ma ci vorrebbe un governo di qualita’ per valorizzare le risorse del paese e sostenere le categorie piu’ esposte all’ondata di contraccolpo dei primi anni…

di Lou¯c Abadie

fonte:www.objectifeco.com    17/11/2010

La nuova spinta verso il rialzo dei tassi nei paesi piu’ vulnerabili dell’Unione europea (Grecia, Portogallo e Irlanda …per ora) ci mostra che, alla fine, diventa sempre piu’ probabile che diversi paesi europei non ce la facciano a far fronte al rimborso del debito.
Quali sono le conseguenze pratiche del fallimento di uno Stato per l’economia di un paese?
La conseguenza immediata e’, naturalmente, una forte svalutazione della moneta del paese colpito, associata a una situazione di iperinflazione, e una generale perdita di fiducia della popolazione con una conseguente diminuzione dei consumi e una profonda recessione.
Ma se andiamo oltre, possiamo distinguere tre scenari principali:

 

1) Il paese colpito e’ un paese di tipo emergente, con un’economia basata sull’industria, in grado di esportare una grande quantita’ di manufatti.

Questo e’ il caso piu’ favorevole: certo le famiglie dei risparmiatori vedranno i loro risparmi liquefatti (per quelli che non hanno anticipato la crisi investendo in beni reali, di preferenza all’estero). Ma il paese continuera’ ad avere introiti in valute forti grazie alle sue esportazioni, e potra’ acquistare le materie prime e l’energia necessarie all’industria.
Lo Stato, il cui debito sara’ stato ristrutturato, sara’ notevolmente alleggerito dalla situazione di default e dalla svalutazione, e potra’ ripartire con finanze risanate, prelevando imposte sui redditi derivanti dalle esportazioni.
In questo caso, la crisi puo’ essere riassorbita abbastanza rapidamente, in pochi anni, con delle conseguenze per la popolazione relativamente limitate.

L’Argentina puo’ essere considerata un esempio di questa situazione, dopo la violenta recessione del 2001-2002 (PIL in diminuzione del -15%) associata al fallimento dello stato argentino, la ripresa ha avuto luogo dal 2003, e il rimbalzo del PIL ha raggiunto il 17% negli anni 2003-2004.

2) Il paese colpito e’ poco dipendente dall’estero dal punto di vista delle materie prime, ma si basa su una economia di servizi.

Questo e’ per esempio il caso del blocco USA / Canada, che ha notevoli risorse naturali di energia, metalli e materie prime agricole.

Questa volta il fallimento dello stato si fa piu’ serio, perche’ non si puo’ davvero fare affidamento sulle esportazioni (almeno inizialmente, per il tempo ncessario a ricostruire una base industriale sufficiente) per l’afflusso di valuta pregiata.
La recessione sara’ di piu’ lunga durata, ma il paese puo’ contare sulle sue risorse naturali per ristrutturare l’economia e aumentare la sua produzione industriale, e produrre le merci che prima importava grazie alla sua moneta forte.
Il potere d’acquisto delle popolazioni colpite tuttavia registrera’ un brusco calo, non potendo piu’ beneficiare dei beni di consumo importati a basso prezzo (la valuta locale essendo scesa di valore).

3) Il paese colpito si basa su un’economia di servizi, e dipende dall’estero per i suoi approvvigionamenti di materie prime e beni di consumo.

Questo e’ ovviamente il caso peggiore, ed e’ il caso della Francia e della maggior parte dei paesi europei.
Quando uno Stato di questo tipo perde la fiducia del mercato, per essersi spinto troppo lontano nella sfrenata corsa del debito, e la sua moneta perde valore nei confronti dei partners commerciali, il paese colpito si trova in grossi guai:

– Non puo’ importare le materie prime di cui ha bisogno (dato che la sua moneta non e’ piu’ credibile).

– Non puo’ importare i molti beni di consumo che non produce piu’ sul proprio territorio.

Il paese non puo’ contare su un volume di esportazione di beni manufatti sufficiente a fornirgli il vitale afflusso di valute forti.

Sarebbe la fine del mondo per quel gruppo di Stati europei che si trovassero in questa situazione?
La risposta e’ no, perche’ rimarrebbe pur sempre una risorsa interessante per questi paesi: la presenza di una forza lavoro ben addestrata, quindi molto produttiva, e buone infrastrutture del periodo pre-crisi.
Questo interesserebbe parecchio gli investitori stranieri, che potrebbero rimettere in moto l’economia con i loro investimenti.
Ma il prezzo da pagare sarebbe molto pesante: se non si vuole tornare al medioevo facendo a meno delle materie prime e dei manufatti che ci sono indispensabili, non avremmo altra scelta se non di diventare per anni un area di delocalizzazione a basso costo per gli investitori dei paesi che hanno mantenuto una moneta stabile e un bilancio in pareggio, che sarebbero in grado di dettarci le loro condizioni.

Inutile dire che, in questo caso, il nostro tenore di vita e le nostre prestazioni sociali sarebbero nel migliore dei casi allineati a quelli di paesi come la Cina, per tutto il tempo necessario a ricostruire una base industriale sufficiente.

I leader europei sono sicuramente consapevoli di questo rischio, e piu’ la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo perdono la fiducia del mercato e si avviano al default, piu’ gli altri paesi (a cominciare dalla Germania) li supportano nella direzione del rigore.

(Tratto da: http://www.stampalibera.com)

Be the first to comment on "A che prezzo un paese puo’ ripudiare il suo debito?"

Leave a comment