(Fonte: Inviatospeciale.com/)
“Abbiamo perduto il diverso e il simile (¦) quest’ uomo coraggioso era diverso si, e la sua diversita’ consisteva nel coraggio di dire la verita’(¦) egli cercava di provocare, delle reazioni, attive e benefiche nel corpo inerte della societa’ italiana, era diverso in quanto era disinteressato. Poi abbiamo perduto il simile (¦) si e’ allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi(¦). Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo; quando sara’ finito questo secolo Pasolini sara’ tra i pochissimi che conteranno, come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro!”.
L’orazione di Moravia al funerale di Pasolini nel novembre del ’75 chiude il retro di copertina del libro di Lucia Visca, all’epoca ventiduenne anni, cronista di ‘nera’, corrispondente di ‘Paese sera’ da Ostia. Localita’ balneare che di li a poco, sarebbe diventata la base per molte delle organizzazioni criminali romane, dalla banda della Magliana, fino alla mafia russa.
Il 2 novembre 1975 un brigadiere, l’aggancio di Visca per le informazioni dal commissariato, la chiama a casa per una ‘dritta’. Non si tratta di un morto affogato, come spesso accadeva i lunedi d’estate. Stavolta c’e’ un cadavere all’Idroscalo di Ostia, i carabinieri hanno in pugno un ragazzo diciassettenne sporco di sangue fermato in macchina durante la notte. Forse c’e’ di mezzo la mafia, la ragazza pensa ingenuamente alla prima pagina, corre sul posto, segue le sirene del commissariato, da Roma non arriva ancora nessuno, sono le sette di mattina. Visca e’ dunque tra le prime persone a trovarsi sul luogo del delitto.
Il libro ricostruisce in presa diretta, la mattina del ritrovamento del cadavere, con lo stile trasparente di un testimone che all’epoca ha visto, scritto e ragionato in prima persona, sulla scena dell’omicidio di Pasolini. “Pier Paolo Pasolini, una morte violenta – In diretta dalla scena del delitto, le verita’ nascoste su uno degli episodi piu’ oscuri della storia d’Italia” (Castelvecchi, pp. 147, E.15,00) prova a riflettere sul caso, irrisolto da trentacinque anni, che ha tolto all’Italia una delle piu’ grandi teste pensanti: Un mosaico composto da tessere saldamente nascoste in molte mani.
Il cadavere e’ un mucchio di carne e sangue, la maglietta che indossa e’ segnata dal passaggio della ruota di una macchina, la camicia a pochi passi da lui ha una targhetta di lavanderia ancora attaccata, con su scritto ‘Pasolini’. Solo trentacinque anni fa il mondo era diverso, gli indizi si toccavano con le mani nude, nel campetto a fianco inizia una partitella di calcio tra ragazzi. Ricalciando un pallone finito vicino al cadavere, un poliziotto trova un bastone staccato da una recinzione, sporco di sangue, Pasolini fu aggredito e martoriato di colpi prima di essere finito dal passaggio della sua stessa macchina sopra al corpo, guidata dal ragazzo reo confesso: Giuseppe Pelosi, detto la rana, fermato per alta velocita’, poi per colluttazione. Confessa. Il suo anello d’oro viene trovato infatti accanto al cadavere. C’e’ l’assassino, e’ un ragazzo di vita, come quelli di cui parlava lo scrittore nei romanzi.
In poche ore l’idroscalo si popola di polizia e carabinieri, di cronisti, fotografi, l’autrice vede anche l’arrivo di Ninetto Davoli, attore per Pasolini regista in ‘Uccellacci e uccellini’. E’ lui a riconoscere il cadavere dell’amico sfigurato, grazie agli occhiali, abbandonati nel cruscotto dell’Alfa Romeo, con cui Pelosi inizio’ la breve fuga dopo l’omicidio, per imbattersi poco dopo nella pattuglia dei carabinieri.
Lucia Visca non solo riassiste per il lettore a quella mattina, ricostruendone tutte la dinamiche. Il libro contiene anche le foto dei quotidiani, la cronologia dei processi a Pelosi e l’arringa dell’avvocato Guido Calvi al processo. Attorno al delitto gravitano tre ipotesi. La prima riguarda ‘Petrolio’, il romanzo-inchiesta incompiuto di cui il capitolo mancante (‘Lampi sull’Eni’), includeva Eugenio Cefis, allora presidente dell’Eni, tra i personaggi. La seconda, riguarda i fratelli Borsellino e i rapporti tra l’estrema destra e la malavita romana, in particolare la banda della Magliana, su cui Pasolini avrebbe forse voluto scrivere. La terza e’ l’ipotesi di un’esecuzione premeditata, o di una punizione finita in modo inaspettatamente tragico, alla quale Pasolini venne adescato con la promessa di riconsegnargli i giornalieri delle ‘Centoventi giornate di Sodoma’, rubati qualche mese prima. Il caso e’ stato riaperto dal tribunale di Roma ad aprile di quest’anno. Per Lucia Visca solo gli storici daranno corpo alla verita’ su chi ha ucciso Pasolini e perche’.
Oltre alla mattinata dell’omicidio, il libro contiene la sottotrama del mondo dell’informazione prima del digitale e della diretta continua. Bisognava essere presenti. Negli anni 70 non esistevano neanche gli uffici stampa… i cronisti di questura, unici ammessi all’interno, pre-confezionavano i pezzi di tutti gli altri. I colleghi aspettavano intere nottate fuori dalla questura, per poter ricevere quelle informazioni. Anche per Pasolini il giornale chiedeva i fatti, le prove. Bisognava avere una versione e scriverla prima degli altri. Pelosi fu arrestato con un solo schizzo di sangue, sul maglione bianco che indossava quella notte.
Alla fine del libro, questa versione, allora ufficiale, suona una favola tra le tante favole, raccontate a proposito di quel periodo buio dell’Italia. Il periodo in cui si doveva scrivere qualcosa su Piazza Fontana, sulle stragi di Bologna e Ustica, sulla Banda della Magliana. Pezzi di passato ancora oggi delegittimati dalla storia, perche’ irrisolti. Storie senza monumento. Quello per Pasolini e’ rimasto per vent’anni un cerchio di tufo con il nome del Poeta, adagiato sopra al fango dell’idroscalo, dove per sempre l’Italia perse la mano incontenibile che, ironia della sorte o profezia, scrisse nel’ Romanzo delle Stragi’ del 74 : “io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi”.
Chiara Orsolini
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
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