I partiti xenofobi raggiungono sempre più spesso percentuali ragguardevoli sia nelle consultazioni amministrative che in quelle politiche, divenendo spesso imprescindibili nella formazione dei governi.
Nuovo spettro per gli establishment “moderati” dell’Europa, da Est a Ovest e ritorno. Di fronte ad una classe politica compatta in campo per far passare le misure “impopolari” con il fine di salvare le grandi banche d’affari, i gruppi economici dai piedi d’argilla ma specialmente i bilanci degli stati dalla minaccia degli speculatori, chi ne coglie i frutti sono i partiti che se la prendono con l’anello debole. Sia esso costituito dai terroni, di rom, dagli immigrati in genere. L’economia del vecchio continente è, a dir poco, asfittica a causa di politiche monetarie e industriali folli e improntate al più spinto liberoscambismo. I costi sociali sono pagati dalle classi subalterne che si affidano alle vecchie ricette della demagogia e della semplificazione. Oltre che di integrazione e xenofobia, si parlerà anche di ciò a fine novembre a Stoccolma, ad un simposio internazionale cui parteciperà anche Raffaella Biasi (www.raffaellabiasi.it), studiosa del mondo arabo e profonda conoscitrice delle problematiche dell’integrazione interculturale. Abbiamo anticipato tali tematiche in un colloquio con lei. Intervista a cura di Alberto Leoncini
Quali sono i più urgenti temi da tener presenti quando si parla di integrazione?
Le possibilità che si aprirebbero con una reale amalgama delle culture sarebbero enormi, e non soltanto sotto il profilo della convivenza ma anche della crescita complessiva della società. Il punto è che non ce ne rendiamo conto: la Svezia se ne preoccupa perché è un paese all’avanguardia, non solo da un punto di vista economico, noi molto più superficialmente non siamo neanche a quello stadio lì…
Credo che il nodo centrale sia un atteggiamento ambivalente da parte nostra come da parte degli immigrati: loro vogliono integrarsi solo per ciò che fa comodo per poi lamentarsi quando non sono considerati alla pari di noi, mentre per noi sono, al massimo, un fattore produttivo da sfruttare al massimo e gettare.
Su cosa dovrebbe basarsi l’integrazione?
Rispetto ad una relativa integrazione economica è facile notare una mancanza pressoché totale di integrazione sociale: a lavori spesso sottopagati si affianca una crescente ghettizzazione, fenomeno fisiologico che tuttavia non viene in nessun modo combattuto. L’integrazione deve essere cioè un fatto quotidiano, non episodico. Questa è, a mio avviso, la sfida più rilevante che ci troviamo a fronteggiare.
Conseguentemente bisognerebbe cercare di livellare verso l’alto le condizioni di lavoro, difatti fintanto che ci si trovi davanti a sperequazioni crescenti nella corresponsione dei salari, non ci sarà vera integrazione. Non si possono spingere gli europei verso il basso, ma bisognerebbe lavorare per elevare le condizioni di chi arriva qui anzitutto perché il lavoro non è una prerogativa degli italiani, ma andrebbero valorizzate prima di tutto le competenze professionali prima della provenienza! Con ciò voglio dire che talvolta coloro che giungono in Italia hanno potenzialità e capacità anche migliori delle nostre, senza però avere la possibilità di metterle a frutto.
Questo eviterebbe lo schiacciamento pauroso che fa riemergere una dimensione castale nella società, con nuovi “intoccabili”. Al problema lavorativo va sicuramente affiancato quello abitativo: le speculazioni cui si assiste nei confronti delle persone straniere sono dettate da un congiunto mix fra sete di guadagno e paura. Senza agire sui nodi della casa e del lavoro non si faranno passi in avanti.
Gli stranieri dovrebbero capire che da parte loro è necessario uno sforzo di volontà per capire e adattarsi al nuovo sistema di vita, noi invece dovremmo avere il coraggio di coglierne le potenzialità.
Cosa potrebbe unificare un italiano con uno straniero appena giunto in Italia?
Gli obiettivi comuni: fintanto che il mondo delle relazioni, dall’abitazione al lavoro, appunto, è sminuzzato e frammentato non ci potrà essere alcuna integrazione ma soltanto concorrenza al ribasso. Fintanto che la convivenza non sarà basata su obiettivi e strategie sociali condivise non se ne uscirà… In questo senso sarebbe proprio compito degli italiani iniziare a instaurare relazioni, contatti e scambi con gli immigrati, parlo proprio in termini concreti, sia chiaro.
Sotto il profilo culturale quali possono essere gli ostacoli che inibiscono una effettiva integrazione per uno straniero in Italia?
Dagli stranieri siamo considerati come una società corrotta, priva di valori sociali di riferimento, alla deriva etica insomma. Questo genera in chi giunge qui la percezione che tutti vivano in una situazione di “vuoto” per quanto riguarda i sentimenti. Ciò è parzialmente vero, ma si innesta nello straniero la convinzione che “ogni donna sia una prostituta e ogni uomo un effeminato”.
Tale inclinazione spinge gli immigrati a restare fra loro, a non voler deliberatamente entrare in contatto con l’idea di società che abbiamo qui. Vorrei sottolineare che tale atteggiamento è dannoso per entrambi, noi e loro. Infatti da parte loro vengono esacerbate le pulsioni più conservatrici e retrive, mentre noi potremmo iniziare una seria riflessione sulla nostra identità e sullo sfaldamento della nostra struttura sociale. Il raffronto con chi giunge qui, insomma, dovrebbe stimolare i nostri autentici valori.
Cosa rimproveri alla nostra società?
La superficialità nei confronti della vita, la passività e il poco coraggio nei confronti delle scelte e delle responsabilità. Specialmente abbiamo perso la memoria della sofferenza, che in tal modo viene occultata e rinnegata.
Un miscuglio arricchirebbe entrambi, dunque…
Certamente, da parte degli immigrati verrebbe meno la mentalità utilitaristica verso il nostro territorio (devo stare qui, lavoro, metto da parte un gruzzolo e appena posso rientro nel mio paese) creando un processo di integrazione smussando le loro asperità e imponendoci il recupero di senso di appartenenza autentica, non strumentale alla contrapposizione etnica. Insomma, volendo ragionare per paradossi, gli immigrati potrebbero rendersi conto che la moralità non dipende dalla quantità di corpo coperta mentre noi potremmo capire che è conveniente coprirsi per non svendere la femminilità… E su questo punto credo che molte donne avrebbero da riflettere!
Un tasto dolente: la questione femminile. Ritieni abbia un’importanza centrale, a quanto intuisco..
Dirò di più, ritengo che la questione femminile possa essere presa a paradigma per la riflessione sull’integrazione: fintanto che non sarà completato il processo che veda la donna al di fuori di un ruolo antropologico di “madre e amante”, non potremo veder risolto il problema della convivenza. Ci vedono come una società corrotta, con un’intuizione che mi sento a tratti di condividere, pertanto ogni ulteriore libertà rappresenta una degenerazione. Al di là dell’ovvio opportunismo, va comunque registrato che non si ammette la via di mezzo e questo è un problema di estrema gravità se si valutano gli episodi di efferatezza famigliare cui abbiamo assistito.
Questo però non spinge nel vicolo cieco dell’islamofobia?
Siamo più vicini di quanto si possa pensare con la religione islamica, ci ostiniamo a innalzare barriere perché conosciamo poco del vero islam, tuttavia sono spesso strumentali. Perché nessuno dibatte sul problema dell’interesse, assai sentito nella finanza islamica, o sulle abitudini alimentari? Ecco perché poc’anzi dicevo che la questione femminile può essere una chiave di lettura di ciò che funziona e di ciò che deve essere sviluppato nel dialogo interetnico e interreligioso.
Sotto il punto di vista della progettualità politica cosa proporresti per risolvere tale stato di cose?
Indubbiamente dare centralità alla scuola e alla formazione: per chi intende risiedere in Italia: sarebbero da prevedere percorsi formativi obbligatori per fare in modo che l’immigrato si capisca quanto lo circonda, ciò ovviamente renderebbe necessari cospicui investimenti sulla scuola pubblica, quando invece ora ci si muove nella direzione opposta: anche i pochi progetti di integrazione destinati agli allievi sono tagliati o ridotti al lumicino.
Bisogna cioè spingere gli immigrati fuori dai ghetti, evitando le differenziazioni, anzitutto salariali. Io sostegno un compromesso ragionevole fra le culture, credo sia l’unica strada percorribile per una convivenza duratura e serena.
Si tratterebbe dunque di giungere ad un amalgama inclusivo, ma quale dovrebbe essere il vero salto di qualità da fare?
Visto che dobbiamo stare insieme, credo sia il caso di cercare di farlo nel modo migliore possibile, ora credo che l’importante sarebbe fare in modo che le persone vivano secondo le loro libere scelte, non secondo imposizioni o tradizioni arbitrarie che fondano le proprie radici nell’ignoranza o, peggio, nella sopraffazione.
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