La Rai sara’ una nuova Alitalia?

(Fonte: Inviatospeciale.com/)

L’azienda pubblica devastata dalla lottizzazione ed ammutolita dal centro destra sarebbe in cattive acque finanziarie, anzi pessime. La crisi che ha portato alla morte della Compagnia di bandiera potrebbe ripetersi in breve tempo.

La situazione a viale Mazzini non e’ delle piu’ rosee e ricorda quella del Paese. Berlusconi ed il centro destra si occupano del nuovo ‘Lodo Alfano’ per salvare il premier dai processi o si affannano per per impedire le intercettazioni telefoniche, la situazione generale italiana peggiora di giorno in giorno. il direttore generale Mauro Masi e’ impegnato coi ‘vaffanbicchiere’ di Santoro e con le intemperanze di Fazio e Saviano, forse trascurando il bilancio aziendale. Salvo congelamento dei contratti di Benigni, Vauro, Rossi, Albanese o Travaglio per ‘risparmiare’.

 

Tuttavia l’associazione dei dirigenti della Rai, ha invitato i “vertici e, in particolare, il direttore generale, ad aprire un confronto con l’Adrai e con i soggetti che, all’interno dell’Azienda, hanno titoli e competenze per provvedere alle scelte necessarie e utili per il futuro della Rai, rispettando deleghe e procure ed abbandonando un comportamento verticistico”.

Per i ‘capi intermedi’ della radiotelevisione “il grave momento di difficolta’ economica – che appare tutt’altro che superato e da un Piano industriale che, a quasi un anno dalla sua decorrenza, e’ ancora fermo sulla carta – non puo’ che crescere esponenzialmente”.

I conti non sono confortanti, considerando che l’azienda ha collezionato nel 2009 un passivo di 80 milioni di euro, ma ha anche aumentato i dipendenti assumendo circa un centinaio di persone in un anno. Masi, appena arrivato alla guida di viale Mazzini direttamente da Palazzo Chigi dove lavorava a poche decine di metri dall’ufficio del Cavaliere,  senza avere alcuna esperienza di direzione di una impresa radiotelevisiva ha subito portato fuori dalla piattaforma Sky la Rai, rinunciando agli oltre 50 milioni di euro l’anno che la rete satellitare pagava per ospitare i programmi delle reti pubbliche.

Non solo. Come per l’Alitalia della lottizzazione (degli amministratori, non del personale) non sono state poche le liquidazioni da primato, come quelle da un milione e mezzo di euro per Buttiglione e Del Bosco, la crescita dell’esercito dei supercapi spesso senza incarico (a gennaio c’erano 12 direttori giornalistici o dirigenti senza incarico) e le nomine a raffica (22 vicedirettori in circa un mese).

Tornando all’aritmetica e tralasciando l’esistenza di ben quattro vicedirettori generali, scelti in ossequio alla tradizionale lottizzazione, si prevede che il deficita’ nel 2012 raggiungera’ i 600 milioni di euro, superando il capitale sociale, di soli 550 milioni, e di fatto mettendo in liquidazione la baracca. La riproduzione del collasso che ha colpito la ex Compagnia di bandiera.

Ieri il ‘Corriere della Sera’ ha sostenuto che “secondo gli appunti in possesso del top management, la previsione di deficita’ per il 2010, fissato in 116 milioni di euro, lievitera’ a 120 se non a 130. Colpa delle difficolta’ economiche, soprattutto di una raccolta pubblicitaria che stranamente non decolla. La Rai non ha mai avuto tanti ascolti come in questo periodo grazie a 13 canali, di cui 10 tematici: 44 per cento di ascolti contro il 38 di Mediaset e l’8 attestato di Sky (primi dieci mesi 2010). Eppure la raccolta della pubblicita’ da parte della Sipra misteriosamente arranca: un avaro + 4 per cento rispetto al disastroso 2009 che cozza contro il + 8 di Publitalia per una Mediaset che, invece, non cresce in ascolti. Per di piu’, e ancora peggio: l’ottobre e’ addirittura inspiegabilmente in calo rispetto all’ottobre dell’annus horribilis 2009. Anche per questo oggi e’ prevista un’audizione della Sipra”.

Rilevare che l’azienda concorrente Mediaset a fronte di minori ascolti aumenta il fatturato e associare a questo ‘strano’ dato il fatto che si tratta di una proprieta’ del presidente del Consiglio, a sua volta ‘controllore’ dell’avversario Rai attraverso il meccanismo della lottizzazione non porta automaticamente a riflettere sul conflitto di interessi, ma poco ci manca.

I rimedi immaginati dal vertice sono numerosi. Oltre a modifiche dell’assetto organizzativo interno si pensa anche a liquidare il patrimonio immobiliare aziendale: vendita dei palazzi di Viale Mazzini, via Teulada, via Asiago (la storia della radio e della televisione in Italia), della sede piemontese di via Cernaia a Torino, di palazzo Labia a Venezia, che tra le tante cose e’ stato affrescato da Giambattista Tiepolo, di certo non un signor nessuno.

E poi le ‘esternalizzazioni’: fuori la gestione degli abbonamenti, la produzione, le riprese, persino il trucco ed i costumi e taglio del personale (con formule varie) di un migliaio di dipendenti (stima sindacale).

La voracita’ dei partiti sull’azienda pubblica radiotelevisiva ha indotto gli stessi responsabili del declino della principale azienda culturale del Paese a lanciare sussurri su una possibile vendita della Rai. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha esternato nei primi giorni del mese un pensiero bislacco: “Fuori i partiti dalla Rai, e’ arrivato il momento di privatizzare l’azienda”. Sullo stesso piano anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: “In un contesto in cui ormai anche i litigi aziendali o le controversie aziendali tra il direttore generale e un conduttore sono portati nell’ambito dei talk show televisivi, che cosa dobbiamo aspettare ancora per cambiare l’aria in Rai? Sia che la si veda da destra, sia che la si veda da sinistra, la Rai cosi come e’ non puo’ andare avanti. Sono stato il primo a parlare di privatizzazione della Rai, pero’ si deve privatizzare una cosa quando si sa che sul mercato ci sono capitali che possono arrivare. Non esistono privati – ha concluso Casini – che oggi possono diventare benefattori di non so chi e che prendono pezzi di Rai”.

I due, gia’ tra i promotori della legge Gasparri che ha reso una situazione gia’ grave assolutamente ingestibile, non si sono mai esentati dal far nominare propri uomini ai vertici di viale Mazzini. Ora, pero’, chiedono di vendere una proprieta’ pubblica dopo aver contribuito a farla andare in crisi.

La tesi della privatizzazione si scontra con la logica: se per esempio un produttore di materie inquinanti, dopo aver sversato sostanze nocive in un lago, invece di pagare le spese per il danno prodotto chiedesse di cedere ad un privato il bene e continuasse a fabbricare schifezze cosa penserebbero i cittadini?

Invece, gli italiani lobotomizzati, sono favorevoli alla cessione. Secondo un sondaggio il 73 per cento condivide la proposta e ben il 94 vuole abolire il canone, senza sapere che quello italiano e’ tra i piu’ bassi d’Europa. Perche’ nessuno nel vecchio continente ha rinunciato ad avere radio e televisione pubblica.

D’altra parte anche il centro sinistra ha contribuito al declino. Non solo partecipando con passione alla lottizzazione. Quando nel 1995 i radicali e la Lega proposero un referendum per vendere l’azienda, Massimo D’Alema disse: ‘Noi non abbiamo da difendere qualcuno da qualcun altro, ne’ ritengo giusta l’esistenza di un monopolio pubblico quando chiediamo di porre fine al monopolio privato’. E nel ’97, l’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, ribadi: ‘Sono per la privatizzazione della Rai’.

Se l’esperienza insegna ai saggi, dopo la vicenda Alitalia aspettarsi un tracollo della Rai non rappresenta una allucinazione. E siccome chi e’ chiamato a risolvere il problema ha gia’ dato prova di se’ in campo aeronautico (e non solo) sarebbe il caso di cominciare a preparare delle contromisure. Prima dell’arrivo di un’altra cordata di ‘eroi’, di migliaia di cassintegrati, disoccupati e debiti pagati dai soliti noti, i cittadini.

(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

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