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I disastri di queste settimane hanno riaperto l’ormai annosa discussione sui mutamenti climatici. Sono solo prevedibili per un futuro non meglio definito, o sono gia’ in atto? Quel che sappiamo e’ che i vertici mondiali che vorrebbero affrontare la questione falliscono sistematicamente (vedi Il fiasco di Copenaghen), mentre le condizioni generali del pianeta peggiorano. Tra i vari indicatori della salute della Terra c’e’ sicuramente quello della quantita’ di CO2 presente nell’atmosfera. Di questo dato fondamentale, certo non l’unico da prendere in considerazione ma sicuramente uno dei piu’ significativi, si occupa l’articolo di Giorgio Nebbia che potete leggere di seguito.
Gli eventi di quest’estate confermano l’esistenza di mutamenti climatici dovuti al riscaldamento planetario. Devastanti alluvioni nell’Europa centrale; piu’ a Oriente, una eccezionale siccita’ ha provocato incendi di boschi e di giacimenti di torba in Russia; ancora piu’ a Oriente, alluvioni nell’Asia meridionale e in Cina. Piogge intense, alluvioni e siccita’ si sono gia’ verificati nei decenni e secoli passati, ma mai su una scala cosi vasta e con cosi grande frequenza, proprio come le previsioni avevano indicato.
Il fenomeno del riscaldamento globale si puo’ schematizzare come dovuto all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera; di conseguenza aumenta la frazione del calore solare che resta ‘intrappolata’ dentro l’atmosfera, cio’ che fa aumentare la temperatura media della superficie terrestre nel suo complesso. Ne derivano cambiamenti nella circolazione delle acque oceaniche e nell’intensita’ e localizzazione delle piogge sui continenti. Bastano relativamente piccole variazioni per far aumentare le piogge in alcune zone della Terra o per rendere aride altre zone. Pochi numeri aiutano a comprendere tali fenomeni; per tutto l’Ottocento e per la prima parte del Novecento l’atmosfera conteneva circa 2200 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, corrispondenti ad una concentrazione di circa 280 ppm (parti in volume di anidride carbonica per milione di parti dei gas totali dell’atmosfera). In quei decenni l’industrializzazione era gia’ cominciata in Europa e nel Nord America con crescente combustione di carbone e di legna e con la diffusione di numerose fabbriche; queste attivita’ immettevano nell’atmosfera anidride carbonica che pero’ veniva assorbita, piu’ o meno nella stessa quantita’ generata ogni anno dalle attivita’ umane, da parte della vegetazione, soprattutto delle grandi foreste, e da parte degli oceani nelle cui acque l’anidride carbonica e’ ben solubile. Foreste e oceani, insomma, erano capaci di depurare l’atmosfera dai gas immessi dalle attivita’ umane.
La svolta si e’ avuta a partire dalla meta’ del Novecento con due fenomeni concomitanti: e’ aumentata la quantita’ dell’anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera in seguito alla combustione di crescenti quantita’ di carbone, petrolio e gas naturale e alla crescente produzione di cemento, che pure libera anidride carbonica dalla scomposizione delle pietre calcari, e, nello stesso tempo, e’ diminuita la superficie e la massa delle foreste e del verde, tagliati e bruciati, anche con incendi intenzionali, per recuperare spazio per pascoli e coltivazioni intensive, per ricavarne legname da costruzione e da carta, per nuovi spazi da edificare. Mentre e’ relativamente costante la capacita’ degli oceani di ‘togliere’ anidride carbonica dall’atmosfera (circa cinque miliardi di tonnellate all’anno), e’ andata aumentando (da 20 a 40 miliardi di tonnellate all’anno, dal 1950 al 2010), la quantita’ di anidride carbonica immessa nell’atmosfera dai combustibili fossili e dalle attivita’ ‘economiche’ di una popolazione in aumento e da un crescente livello di consumi, ed e’ diminuita, da circa otto a cinque miliardi di tonnellate all’anno, la quantita’ dell’anidride carbonica che la biomassa vegetale e’ stata capace di portare via dall’atmosfera. Questo insieme di fenomeni ha fatto aumentare, in mezzo secolo, la quantita’ dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera (da circa 2400 a 3000 miliardi di tonnellate) e la sua concentrazione da circa 320 a 390 ppm. Le conferenze internazionali che si succedono ogni anno (la prossima sara’ in dicembre a Cancun, nel Messico) danno per scontato che tale concentrazione possa arrivare a 450 ppm nei prossimi decenni e poi aumentare ancora: un aumento di concentrazione, e di temperatura globale, insostenibile.
Uno dei movimenti ambientalisti che si sta diffondendo dagli Stati Uniti (il paese piu’ ricco ma anche piu’ attento alla fragilita’ della propria opulenza) indica in 350 ppm il livello di anidride carbonica a cui si deve tendere per attenuare le conseguenze catastrofiche dei mutamenti climatici. Per raggiungere tale obiettivo la quantita’ di anidride carbonica totale nell’atmosfera dovrebbe diminuire da 3000 a 2600 miliardi di tonnellate. Un obiettivo che richiederebbero almeno un secolo, durante il quale (1) dovrebbe gradualmente diminuire il consumo di combustibili fossili e di energia; (2) dovrebbe rallentare la distruzione dei boschi esistenti fermando incendi e diminuendo l’estrazione di legname commerciale e le superfici coltivate e dei pascoli e allevamenti da carne e rallentando le attivita’ minerarie che oggi si estendono in terre finora occupate dalle foreste; (3) dovrebbe aumentare la biomassa vegetale, piantando alberi e verde in qualsiasi ritaglio utile della superficie terrestre.
Conosco bene le obiezioni; si avrebbe un rallentamento dei consumi e quindi ‘della civilta”. Ma anche se continua il riscaldamento globale si va incontro a un rallentamento dell’economia e ‘della civilta”, lento, quasi inavvertibile fino a quando le conseguenze non assumono carattere catastrofico come quest’estate. I danni dei mutamenti climatici, infatti, comportano, anche se non ce ne accorgiamo, distruzione di ricchezza monetaria; ne sono colpiti paesi ricchi (pensiamo alla Russia e alla Germania oggi) e paesi poveri e poverissimi come, oggi, il Pakistan e certe zone della Cina. Pensiamo invece alla ricchezza monetaria che sarebbe messa in moto dalla diffusione di processi produttivi che consumano meno energia, meno materiali, che usano meno legname, dai prodotti ottenibili dalle nuove foreste, e ai vantaggi che ne verrebbero sia ai paesi ricchi, sia, ancora di piu’, a quelli poveri. Probabilmente la ricchezza complessiva aumenterebbe perche’ tanti paesi sarebbero alluvionati di meno e meno esposti alla siccita’, e aumenterebbe la vegetazione dei continenti; forse la ricchezza sarebbe distribuita diversamente fra i vari paesi. Siamo sicuri di perderci in questa prospettiva?
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