Non volere e’ potere?

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Non crediamo di andare troppo lontani dalla verita’ se affermiamo che il p(i)attume televisivo, con il suo qualunquismo/populismo sistematico, sia uno strumento di ammorbamento di massa che contribuisce a sopire spiriti creativi. Tuttavia e’ frequente sentir dire che la TV trasmetta semplicemente cio’ che la gente vuole; questo pare un ennesimo ribaltamento tra vittima e carnefice con l’imputazione in capo ai teleascoltatori della volonta’ di guardare solo TV spazzatura. Crede sia possibile un’educazione alla complessita’ con la proposta di programmi televisivi che non premano solo sulle tendenze voyeuristiche?

Il sociologo Jean Baudrillard diceva che non siamo noi a guardare la televisione, ma e’ la televisione a guardare noi. Questa espressione era utile per sottolineare il carattere passivo del telespettatore. Recentemente, tuttavia, si e’ vista apparire in televisione l’interattivita’, cosi come interviene gia’ su Internet, nei videogiochi ecc. Il problema non si riduce dunque unicamente a una questione di passivita’. La cosa piu’ preoccupante e’ la straordinaria omogeneita’ dei programmi. Ormai si possono prendere centinaia di canali televisivi, ma vi si trovano sempre piu’ o meno le stesse cose. La pluralita’, dunque, non comporta necessariamente la diversita’. In fondo, il messaggio sottostante a tutti questi programmi e’ che noi viviamo nella migliore (o nella meno peggiore) delle societa’ possibili. Non e’ mai stata suggerita la minima alternativa globale. D’altra parte, e’ evidente che le trasmissioni servono solo a fare da cornice ai messaggi pubblicitari, che sono la vera ragion d’essere di tutte le emittenti private. Anche la pubblicita’ ci impone un messaggio unico, all’occorrenza che la felicita’ risiede solo nel consumo, cioe’ nell’acquisto sempre piu’ frenetico di una maggiore quantita’ di merci. Questo non significa, ovviamente, che non possa esistere alcuna emittente interessante. Possono essercene, di interessanti, e si possono anche vedere dei film di qualita’, in televisione, ma questo uso selettivo della televisione implica uno spirito critico, che il suo uso intensivo tende a fare sparire nella maggior parte delle persone. Per questo il voyeurismo e l’esibizionismo prendono cosi spesso il sopravvento.

Sul numero 295 di Diorama letterario, Giuseppe Giaccio, citando Khalid Koser, scrive che in tema di immigrazione clandestina i governi “non hanno la volonta’ politica di affrontare la questione”, questo perche’ risulterebbe scomodo per troppa gente che si trova nei posti ‘giusti’. Questo discorso lo si puo’ fare per molti altri problemi irrisolti (la lotta alla malavita organizzata per esempio). Possiamo affermare che la mancata volonta’ politica sia un modo per mantenere lo status quo? L’ennesimo rimedio ex-ante per reprimere alternative, anche a costo di mantenere inalterate situazioni palesemente ingiuste?

Io non credo che la mancanza di volonta’ sia una scelta deliberata, questo sarebbe almeno paradossale. Non vi si puo’, dunque, vedere un mezzo strategico per ‘mantenere lo status quo’. Questa mancanza di volonta’, che si puo’ constatare effettivamente in molti ambiti, deriva piu’ genericamente dallo spirito generale del tempo. La volonta’ esige che si abbia una chiara coscienza degli scopi che si vogliono raggiungere e nel contempo la risolutezza necessaria per realizzarli. Ora, la ‘nuova classe’ non si pone altri obiettivi che quello di riprodurre indefinitamente il suo stato, con i privilegi che da esso derivano. Voi citate la questione dell’immigrazione. La mancanza di volonta’ dei governi e’ chiara, ma bisogna ancora identificarne le cause: l’ideologia dei diritti dell’uomo, che funziona come fattore paralizzante o inibitorio, e la convinzione che tutti gli uomini sono fondamentalmente gli stessi, al di la’ delle appartenenze culturali che sono alla base della loro umanita’. Si puo’ fare la stessa constatazione riguardo alla costruzione europea: coloro che ci si dedicano da piu’ di trent’anni non hanno mai voluto precisare i motivi per cui questa costruzione e’ necessaria, cioe’ non hanno mai voluto spiegare le finalita’ dell’impresa. Non l’hanno mai fatto, perche’ in merito a questo argomento non vi e’ accordo tra i governi: gli uni parteggiano per una Europa-potenza, gli altri (i piu’ numerosi) per una Europa-mercato. Li ancora non si constata alcuna volonta’ politica, che potrebbe permettere all’Europa di affermarsi in quanto tale. Semplicemente, la volonta’ non fa parte delle qualita’ ricercate, presso gli uomini d’oggi. Si puo’ immaginare che essa riapparira’ quando le circostanze, divenute piu’ drammatiche, lo esigeranno.

Alla luce della recente crisi economica in Grecia, come giudica l’immediato e tempestivo ausilio offerto degli stati europei (Germania e Spagna su tutti) alle finanze greche in difficolta’? E’ in qualche modo rintracciabile nel tam tam mediatico che ha accompagnato la vicenda, l’intenzione di dipingere gli interventi in aiuto alla Grecia come il dovere per tutti, omettendo di offrire una panoramica generale sull’argomento? Siamo di fronte ad un ordine irrevocabile, ad un ‘serrate le fila’, che vada ad incidere su un processo di ragionamento serio e profondo sulla situazione economica in generale?

Nella questione greca, gli Stati innanzi tutto si sono preoccupati di salvare le banche. Questo lo si era gia’ visto all’indomani della crisi finanziaria dell’autunno del 2008, di cui continuiamo a subire gli effetti. All’epoca di questa prima crisi, che era scoppiata negli Stati Uniti, i problemi erano venuti dall’inflazione del debito privato (case e imprese). Oggi i problemi derivano dall’inflazione del debito pubblico, ma fondamentalmente lo schema e’ il medesimo. Invece di agire sulle cause, i governi si limitano ad agire sulle conseguenze. E’ cosi che la Francia, per esempio, prendera’ del denaro in prestito dalle banche per darlo alla Grecia, in modo da permettere ai Greci di pagare il debito che hanno con le banche! C’e’ in questo qualcosa di surreale. In sovrappiu’, gli Europei, per la prima volta, hanno accettato che un organismo internazionale esterno all’Europa, all’occorrenza il Fondo Monetario Internazionale (FMI), si intrometta nei loro affari interni. Ne risulta che la ‘governance economica’ dell’Europa passera’ progressivamente sotto il controllo del FMI, mentre, nei Paesi in difficolta’, saranno i lavoratori, le classi popolari e la classe media a pagare il prezzo del ‘rigore’ e della ‘austerita”. Tutto cio’ non puo’ che contribuire al degrado della situazione politica e sociale. Diversi economisti pensano anche che il sistema dell’euro sia fin d’ora gia’ condannato. In Paesi che hanno disparita’ economiche troppo forti, non puo’ essere usata contemporaneamente una stessa moneta. L’euro potrebbe sopravvivere come moneta comune, per gli scambi extraeuropei, ma sparirebbe negli anni futuri come moneta unica. Questa ‘uscita dall’Euro’ puo’ svilupparsi dal basso (su iniziativa della Grecia, della Spagna, del Portogallo ecc.) o dall’alto (su iniziativa della Germania). In tutti i casi, noi non siamo usciti dalla crisi!

[traduzione per opifice.ita’ di Jeanne Cogolli]

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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