L’economia di carta e i limiti dello sviluppo

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L’ultima stima di qualche anno fa che ho sott’occhio contabilizza il Pil, il Prodotto interno lordo, del mondo in 54 trilioni di dollari, mentre gli attivi finanziari globali risultano quattro volte tanto, di addirittura 240 trilioni di dollari. Oggi, con i derivati e altre furbate del genere, questa sproporzione e’ ancora cresciuta di chissa’ quanto. E questa sproporzione non solo e’ di per se’ malsana ma modifica la nozione stessa di sistema economico, di economia.

Semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea “cose”, e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta. Questa economia cartacea non e’ da condannare perche’ tale, e nessuno nega che debba esistere.
Il problema e’ la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira e’ soltanto di “fare soldi “, di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo. Gli economisti “classici ” facevano capo all’economia produttiva; oggi i giovani sono passati in massa all’economia finanziaria. E’ li, hanno capito, che si fanno i soldi, ed e’ in quel contesto che l’economia come disciplina che dovrebbe prevedere, e percio’ stesso prevenire e bloccare gli errori, si trasforma in una miriade dispersa di economisti “complici” che partecipano anch’essi alla pacchia.

E’ chiaro che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovra’ essere rigorosamente regolata e controllata. Ma anche l’economia produttiva si deve riorientare e deve cominciare a includere nei propri conti le cosiddette esternalita’. Per esempio, chi inquina l’aria, l’acqua, il suolo, deve pagare. Vale a dire, tutto il sistema di incentivi va modificato. La dissennata esplosione demografica degli ultimi decenni mette a nudo che la terra e’ troppo piccola per una popolazione che e’ troppo grande.

Ma anche su questa sproporzione gli economisti non hanno battuto ciglio. Anzi, per loro stiamo andando di bene in meglio, perche’ tanti piu’ bambini tanti piu’ consumatori e tanti piu’ soldi. Il loro “far finta di non ricevere”, di non vedere, e’ cosi clamoroso da indurre Mario Pirani a chiedersi (su Repubblica) se gli economisti abitino sulla terra o sulla luna. Io direi su una luna che e’ due volte piu’ grande della terra. Ma qui cedo la parola a Serge Latouche, professore alla Universita’ di Parigi, economista eretico ma anche lungimirante. Latouche ha calcolato che lo spazio “bioproduttivo ” (utile, utilizzabile) del pianeta Terra e’ di 12 miliardi di ettari. Divisa per la popolazione mondiale attuale questa superficie assegna 1,8 ettari a persona. Invece lo spazio bioproduttivo attualmente consumato pro capite e’ gia’, in media, di 2,2 ettari.
E questa media nasconde disparita’ enormi. Se tutti vivessero come i francesi ci vorrebbero tre pianeti; e se tutti vivessero come gli americani ce ne vorrebbero sei. La morale di questa storia e’ che gia’ da troppo tempo siamo infognati in uno sviluppo non-sostenibile, e che dobbiamo percio’ fare marcia indietro. Latouche la chiama “decrescita serena”. Serena o no, il punto e’ che la crescita continua, infinita, non e’ obbligatoria. Oramai e’ soltanto suicida.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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