La fine della responsabilita’ sociale d’impresa di tipo volontario

Da diversi decenni si e’ andato sempre piu’ sviluppando e consolidando nel mondo il movimento per la cosiddetta Responsabilita’ Sociale d’Impresa – RSI ( Corporate Social Responsibility – CSR). Come e’ noto, esso punta a ottenere che il sistema delle imprese, nei suoi processi di sviluppo imprenditoriali, ponga particolare attenzione alle conseguenze sociali ed ambientali delle sue azioni, nel breve e nel lungo termine, in patria come all’estero.

Si fa riferimento, in particolare, a questioni come il rispetto dei diritti umani, il trattamento corretto dei dipendenti di tutte le nazionalita’, razza, sesso, eta’, categoria gerarchica, il rifiuto della pratica della corruzione, l’attenzione alle misure per la protezione dell’ambiente. Si sono cosi formate in giro per il mondo associazioni di aziende volenterose sul tema, mentre molte imprese presentano ogni anno, oltre al comune bilancio contabile di esercizio, anche un bilancio etico, o sociale che dir si voglia, mentre si sono sviluppati accordi sul tema tra svariate imprese multinazionali e i sindacati, sia quelli dei singoli paesi che quelli con ramificazioni internazionali, ecc..

Come e’ noto, un progetto delle nazioni Unite, noto come Global Compact cerca costantemente di inquadrare, promuovere, sollecitare tale movimento, ma partecipano attivamente ad agitare e sostenere il tema anche molti governi e molte organizzazioni internazionali, compresa l’Unione Europea. Ma nonostante tutte queste iniziative, che comunque hanno portato a qualche limitato risultato positivo, la realta’ sul campo continua ad essere pessima, con il continuo manifestarsi in tutti i continenti del disprezzo per gli interessi piu’ elementari delle popolazioni toccate da qualche iniziativa imprenditoriale, il saccheggio sistematico dell’ambiente, lo schiacciamento dei diritti dei lavoratori ogni volta che la cosa appaia possibile, ecc..

Ma ora gli accadimenti scatenati dalle maldestre azioni della BP non hanno solo portato all’inquinamento di un vasto tratto di mare e di coste negli Stati Uniti, essi hanno fatto anche crollare al suolo il castello di carte che era stato creato intorno alla questione. Ricordiamo intanto che la BP ha vantato per molti anni spudoratamente le sue credenziali verdi, arrivando persino a cambiare il suo marchio, le sue campagne pubblicitarie, il suo sito internet, sino ai colori delle sue stazioni di servizio e dei veicoli di trasporto, per diffondere l’idea che essa, nello svolgimento dei suoi affari, fosse diventata un campione indiscusso della sostenibilita’ ambientale. Ogni anno la societa’ pubblicava naturalmente il suo rapporto di sostenibilita’ raccontando dei grandi progressi da essa fatti nel tempo al riguardo. Va peraltro sottolineato che la BP non e’ la sola impresa del settore a raccontarci tutti i giorni delle favole al riguardo.

Ma la devastazione da essa provocata in quello che potrebbe diventare l’incidente ambientale piu’ dannoso sin qui mai registrato nel mondo – e provocato, come sembra, dalla volonta’ di risparmiare qualche dollaro sulle misure di prevenzione – mostra in tutta evidenza che e’ ormai tempo di smetterla con le frottole della responsabilita’ sociale di tipo volontario; la motivazione del profitto immediato continua quasi sempre a dominare indisturbata e il caso della societa’ inglese ne e’ la dimostrazione finale. Bisogna anche smetterla, comunque, con delle amministrazioni pubbliche compiacenti, che fanno finta da troppo tempo ormai di credere alle favole delle imprese responsabili. Si impone orami in maniera perentoria ”ne va della nostra stessa sopravvivenza sul pianeta- la messa a punto al piu’ presto di regole cogenti al riguardo in tutti i paesi e contemporaneamente il varo di strutture organizzative pubbliche, con competenze e risorse adeguate, in grado di far rispettare severamente le stesse regole.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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