(Fonte: altrenotizie.org)
di Ilvio Pannullo
Trenta miliardi da risparmiare in tre anni attraverso tagli e congelamenti occupazionali, salariali e pensionistici. Questo il piano anti-crisi varato dal premier greco Papandreou per salvare la Grecia dalla bancarotta. In particolare, per i dipendenti pubblici ci sara’ la riduzione o l’abolizione della tredicesima e quattordicesima mensilita’, a seconda dei redditi, mentre ai privati tocchera’ la riduzione dell’indennita’ di licenziamento e la liberalizzazione della normativa sull’impiego.
Non solo. u previsto un aumento del 2% sull’Iva che arrivera’ cosi al 23% ec un’ulteriore crescita del 10% per quanto riguarda le imposte su carburanti, alcolici, sigarette e beni di lusso. Non solo tagli dunque, ma anche un inevitabile aumento del costo della vita. Con questo pacchetto d’iniziative, la Grecia estende dal 2012 al 2014 l’obiettivo di riportare il deficita’ sotto la soglia europea del 3%. “Non abbiamo scelta – ha detto il primo ministro greco – o queste misure dolorose o la bancarotta”.
Adesso forte dell’approvazione del piano lacrime e sangue, il premier socialista potra’ volare a Bruxelles per ottenere quanto recentemente concordato con le istituzioni comunitarie. Il riferimento e’ all’accordo raggiunto come previsto domenica scorsa. La Grecia ha raggiunto un’intesa con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale per un prestito da 110 miliardi di Euro in tre anni. Un programma di aiuti per l’azione di questa portata non si vedeva in Europa dai tempi del piano Marshall. Dalla UE arriveranno 30 miliardi nel solo 2010; soldi prestati direttamente dagli altri governi della zona Euro pro quota: l’Italia dovra’ versare almeno 5,5 miliardi, poco meno del 20% del totale. Il piano – annunciato a piu’ riprese da oltre un mese, ma sempre rallentato dall’opposizione tedesca – dovra’ scattare entro il 19 maggio, quando la Grecia sara’ obbligata a reperire sul mercato, mettendo cioe’ all’asta i propri titoli del debito pubblico, oltre 19 miliardi di Euro.
Ma, salvataggio o no, la credibilita’ dell’Euro resta tuttavia debole, i mercati non si fidano troppo. La prima riflessione riguarda infatti proprio la divisa europea: molto semplicemente l’Euro non esiste piu’. E non soltanto perche’ continua ad indebolirsi nel confronto con il dollaro, trascinato al ribasso dalla crisi greca che sta minando la credibilita’ dell’intera Unione Europea: appena due giorni fa veniva scambiato a meno di 1,3 dollari, un vero tracollo. La realta’, piuttosto, e’ che l’Euro e’ finito perche’ non vale piu’ come scudo: non protegge piu’, cioe’, il debito pubblico degli stati membri dell’Unione dalle oscillazioni dei mercati.
Per quasi un decennio i paesi che avevano i loro debiti in Euro hanno beneficiato di un “effetto euro-zona”, che ha permesso loro di pagare interessi molto inferiori a quelli che il mercato avrebbe chiesto loro in condizioni normali. Adesso la magia e’ finita. Appena due giorni fa, l’agenzia di rating Moody’s ha dichiarato che presto potrebbe decidere di ridurre il proprio giudizio sul debito del Portogallo: i titoli di Stato di Lisbona hanno raggiunto immediatamente uno spread rispetto ai bund tedeschi di 310 punti percentuali, con un aumento di 50 punti in un giorno. Gli investitori, in pratica, considerano molto piu’ rischioso prestare soldi allo Stato portoghese che a quello tedesco. Quanto alla Spagna, il governo di Madrid sta attraversando in questi mesi un vero psicodramma: il 5 maggio si sono incontrati il premier Jose’ Zapatero e il capo dell’opposizione Mariano Rajoy per discutere della situazione.
Borsa in picchiata e, soprattutto, come per il Portogallo, record negli spread rispetto ai bund tedeschi: la differenza tra un titolo di Stato spagnolo e uno tedesco a 10 anni e’ pari al 4,15%. Tutti usano l’Euro, tutti si confrontano con lo stesso tasso di interesse base deciso dalla Banca centrale europea, ma ciascuno trova credito al prezzo di si merita in base alla propria affidabilita’ come debitore. L’Euro in sostanza non basta piu’.
Le conseguenze di quanto sopra si osservano oggi in Grecia: c’e’ un governo che vuole continuare a trovare credito sul mercato, per farlo deve dimostrare di essere virtuoso, cioe’ di rispettare i parametri decisi da Bruxelles sulla finanza pubblica: i rapporti tra deficita’ e Pil e tra debito e Pil. Se non e’ considerato credibile, la bancarotta e’ dietro l’angolo. Ma per seguire i rigorosi dettami contabili stabiliti dall’Europa, deve tagliare le spese, aumentare le tasse, adottare misure impopolari tanto piu’ dure quanto piu’ seria e’ la situazione dei suoi conti pubblici. A questo si aggiunge un ulteriore effetto collaterale: se un paese come la Spagna, con i conti in ordine, entra in recessione, avrebbe bisogno di svalutare la propria moneta per far ritrovare competitivita’ alle proprie merci. Ma non puo’, perche’ e’ dentro l’Euro, e cosi una crisi che si sarebbe potuta risolvere con una leggera svalutazione (come quelle tipiche dell’Italia degli anni ’80) incancrenisce. E ora la disoccupazione spagnola e’ al 20%.
Non sarebbe dunque piu’ conveniente uscire dall’Euro? Tornare alla dracma, alla peseta, alla lira e far rifiatare le imprese? Il problema non e’ da poco e non e’ facilmente risolvibile: un paese che lascia l’eurozona per problemi di competitivita’ delle proprie merci, dovra’ svalutare la sua nuova moneta. Ma i lavoratori, prevedendolo, chiederanno verosimilmente da subito aumenti salariali per conservare il potere d’acquisto. Il risultato sarebbe una maggiore inflazione che neutralizzerebbe ogni vantaggio competitivo dovuto alla svalutazione. In piu’ il paese sarebbe costretto a pagare costi molto piu’ alti per rifinanziare il proprio debito estero e si troverebbe a dover pagare i vecchi debiti contratti in Euro, cioe’ in una valuta straordinariamente piu’ forte rispetto alla divisa nazionale. A cio’ si aggiunga la possibilita’ assai concreta di attacchi speculativi contro le nuove monete, non piu’ protette dalla credibilita’ del patto di Maastricht.
Da qui la conclusione dell’inevitabilita’ del piano draconiano imposto dal governo greco per rientrare nei parametri contabili europei. Urge, tuttavia, un ragionamento sul valore delle nostre democrazie, partendo dall’amara constatazione che a pagare le conseguenze degli errori commessi non sono mai coloro che concretamente hanno commesso il fatto, ma sempre e soltanto chi non ha strumenti per difendersi: i piu’ deboli. L’Unione Europea e l’indecisione della Germania hanno permesso che il governo greco giocasse con il fuoco e ora nel fuoco si trova l’intero paese.
Ormai il costo del salvataggio della Grecia e’ diventato molto superiore a quello che sarebbe stato se calcolato solo rispetto alle responsabilita’ degli autoctoni. Ma nessuno pare si sia accorto di queste responsabilita’. Da questa crisi inevitabilmente uscira’ un quadro assai pericoloso: una conflittualita’ sociale che assumera’ toni sempre crescenti per toccare il suo picco verosimilmente nel prossimo autunno, quando le misure varate ieri dal governo greco produrranno tutte le conseguenze sociali che ora sfuggono in ragione di una fredda analisi basata su numeri, percentuali e statistiche.
La crisi greca impone ai popoli liberi d’Europa di prendere coscienza delle ragioni di un simile disastro, non tanto imputabile a quanti nel settore pubblico hanno negli ultimi anni vissuto al di sopra delle proprie possibilita’, quanto piuttosto a coloro, eletti dal popolo – e dunque caricati di responsabilita’ pubbliche – che hanno truccato spudoratamente i conti del paese. Aspetto decisivo per comprendere a chi imputare le reali colpe di questo dramma: se non e’ infatti sopportabile l’ingiustizia di dover pagare per gli errori di altri, e’ ancor piu’ insostenibile mettere sul banco degli imputati e giudicare colpevoli cittadini, studenti, lavoratori e pensionati rei soltanto di essersi fidati dei loro rappresentanti.
Non si puo’ infatti sostenere che i lavoratori del settore pubblico fossero a conoscenza della reale situazione economica e finanziaria del loro paese, perche’ solo recentemente i conti greci si sono manifestati per cio’ che sono. Sarebbe dunque opportuno che il dito venga puntato contro chi ha mentito sulla solidita’ patrimoniale del paese e nulla ha fatto per risanare i conti pubblici di una nazione gia’ da anni caratterizzata da una corruzione pari all’ 8% del Pil, un’economia sommersa pari al 25% del Pil e da un clientelismo divenuto strutturale e fisiologico. Una situazione che tanto ricorda quella italiana.
C’e’ chi sostiene che l’ora piu’ buia sia quella appena prima dell’alba. Certo arrivera’ il momento in cui il sole tornera’ a splendere sulla Grecia, ma non adesso: prima di assaporare l’alba, Atene dovra’ viaggiare a lungo in una scurissima, ingiusta e violenta notte. E a rischiare di perdere tutto saranno sempre gli ultimi.
(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)
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