E Serge Latouche rilancia per l’oggi le tesi poundiane

Con ‘L’invenzione dell’economia’ lo studioso propone una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’etica di Aristotele

Preso alla lettera, il messaggio dell’economista e filosofo francese Serge Latouche assume un insolito sapore escatologico, un annuncio della fine dei tempi che talvolta sfiora i toni della predicazione millenarista. Perche’ nel volume L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, pp. 257 pagine, € 18,00) nell’ottima traduzione di Fabrizio Grillenzoni, abbondano frasi apocalittiche come le seguenti: “Questo totalitarismo dell’economia e’ destinato a portare, nel tempo, alla morte dell’economia, e forse dell’umanita’ stessa. L’assurdita’ di una vita di cui l’economia e’ insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con cio’ si smaschera il vuoto fondamentale della vita. Tanto vale suicidarsi e farla finita subito”. Davvero sinistro. Oppure si legge: “Il sole della modernita’ e dell’economia ha raggiunto il suo Occidente, cioe’ il luogo del suo tramonto”. Annuncio quasi spengleriano. Ma ancora: “La monetizzazione di tutto e di ogni cosa alla quale oggi assistiamo provoca il collasso delle significazioni”. Enigmatico. D’altronde, Latouche e’ celebre per le sue tesi anticonformiste, enunciate ad esempio in Come sopravvivere allo sviluppo (2005), in La Megamacchina (1995) o nel Breve trattato sulla decrescita serena (2008); ma in L’invenzione dell’economia, se si escludono le provocazioni appena citate, inutilmente si cerchera’ la moneta catastrofista oggi cosi facilmente spendibile nell’era della crisi economica planetaria. Nella prefazione all’edizione francese, apparsa nel 2005, Latouche ricorda che la genesi di questo libro affonda in tempi remoti e non sospetti, quando il mito dominante era quello dell’espansione illimitata.
All’epoca fiorivano interpretazioni dell’agire economico che promettevano vertiginosi, inarrestabili incrementi progressivi. Grandi personalita’ della scienza, come il biofisico Stuart Kauffman, ragionavano intorno ai ‘possibili adiacenti’, che in economia si sarebbero tradotti in sempre maggiori livelli di complessita’, quindi di ricchezza. Anche Derrick de Kerckhove, allievo e prosecutore di Marshall McLuhan, illustrava grafici che connettevano la crescente velocita’ dell’informazione all’accelerazione economica e finanziaria, prospettando mirabolanti futuri contingenti. Oggi, invece, anche i sostenitori dello sviluppo illimitato confessano alcune incertezze, e l’industria editoriale vi si adegua.
Ma perche’ considerare l’economia una ‘invenzione’? Il libero scambio, la moneta, il prestito a interesse e il concetto stesso di merce sarebbero dunque paragonabili alle scoperte e applicazioni della macchina a vapore o dell’elettricita’? E’ possibile ripensare la storia in assenza di sistemi produttivi e finanziari? E’ concepibile l’homo senza l’aggettivo oeconomicus? Se l’economia e’ davvero un’invenzione maledetta, generatrice di ossessioni utilitaristiche senza fondo e senza scopo, e’ corretto auspicare una societa’ priva delle leggi economiche oggi conosciute e accettate? Non si sfiora forse il sogno degli anarchici? Soprattutto, e’ realistico pensare a un mondo privo del denaro, eppure sovrabbondante di beni e di servizi? I poeti, i letterati, ci hanno provato. Il poeta americano Ezra Pound, nei suoi scritti economici, denuncio’ l’allucinazione, la mania e l’idea fissa del mercato, come si sa. E H.G. Wells, in Uomini come De’i, descrisse dal canto suo la civilta’ senza denaro e senza merci degli utopiani, gli abitanti di una immaginaria dimensione parallela. Da queste radici migliaia di emuli.
Latouche apparentemente non si spinge cosi lontano, o per meglio dire non si dichiara. Certo e’ che in L’invenzione dell’economia troviamo una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’Aristotele dell’Etica nicomachea fino alle sorprendenti radici agostiniane e gianseniste del capitalismo, passando per l’invenzione lessicale del termine ‘economia’, per la fondazione dell’ideologia lavorista, per la costruzione di una fisica sociale, per la inevitabile distruzione del concetto di communitas per la pressione del capitale finaziario. L’ascendenza metafisica – studiata con acume in oltre i due terzi di questo arduo testo – certamente sgomenta, ma a ragione consente di parlare di una vera e propria religione dell’economia, e della sua specifica dogmatica.
La pietra di paragone non poteva che essere l’opera di Adam Smith: forse il capitolo piu’ impegnativo del libro. Con la mediazione e critica del pensiero di Depuy, Latouche riesamina il movente fondamentale, l’impulso primario che si cela dietro ogni accumulazione capitalistica. Era rovello dell’autore della Ricchezza delle nazioni, e lo e’ ancor oggi per ogni economista. Ed ecco sorgere, del tutto inatteso, il confronto con Rene’ Girard, il grande antropologo e filosofo, teorico del capro espiatorio, del meccanismo persecutorio e della rivalita’ mimetica. Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall’ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l’appunto.
Certo, il desiderio mimetico puo’ percorrere vie opposte. Da un lato esso puo’ volgersi nell’interiorita’, e praticare la cura dell’anima e la saggezza. Dall’altro esso puo’ ben realizzarsi nell’acquisizione della ricchezza. In fondo, entrambe le vie sono forme di ‘speculazione’, cioe’ di relazione dell’io con gli altri.
Solo che questa Alice perennemente davanti allo specchio puo’ tendere sia all’esteriorita’, quindi alla proprieta’, al fasto e a tutto cio’ che il denaro puo’ comprare, comprese le anime, sia all’acquisizione dei saperi e delle virtu’. Entrambe, pero’, a ben vedere, esperienze faustiane, e infelici, perche’ ambedue uniformate all’accumulazione progressiva, entrambe accomunate dalla necessita’ di trasformare un processo vitale in astratto capitale. Tutto sommato, un libro che lascia pochi spiragli.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

Be the first to comment on "E Serge Latouche rilancia per l’oggi le tesi poundiane"

Leave a comment