La giustiza si trasforma

(Fonte: Inviatospeciale.com/)

Una riflessione sui ‘delitti e sulle pene’ per ‘Tu Inviato’.

Tra gli appunti sparsi disordinatamente sulla scrivania ho ritrovato un mio vecchio articolo sulla giustizia e sul carcere, facce della stessa medaglia che dovrebbero trasformare al cambiamento di mentalita’ il colpevole e rendere migliore l’intera societa’.

Le parole su questa pagina ingiallita dagli anni trascorsi, possono ancora essere utili per pensare a  quanti vivono nella marginalita’, emarginando gli altri, e cosi facendo si crea una vera  ‘giustizia ingiusta’, che poggia le fondamenta su due basi: il mancato riconoscimento dei diritti altrui, e il fatto di confondere ottusamente l’omerta’ con la solidarieta’.

Due atteggiamenti di comodo, dettati da una necessita’ di sopravvivenza che pero’ si maschera da ‘giustizia sociale’.

Quando si sta ai margini, ogni situazione, ogni limite e distanza, sono usate per giustificare le proprie azioni, la colpa e’ sempre degli altri che non ascoltano, non aiutano, rimangono indifferenti, eppure anche se poverta’ e solitudini creano ingiustizie, non sono sufficienti ad assolvere alcuno dalle proprie responsabilita’.

Quale giustizia e quale pena possono arginare l’illegalita’ diffusa, la furbizia assunta a valore, la violenza cresciuta professionalmente ed economicamente, se il carcere continua a essere il luogo nel quale piu’ di ogni altro si genera e si rigenera l’esclusione.

Sebbene nel suo perimetro chiuso non ci siano eroi, ma unicamente uomini sconfitti, la pratica diventa metodo consolidato, si muore attaccati a una corda,  si muore inascoltati da una giustizia che momentaneamente e’ nella posizione di non potere vedere le sue tante ingiustizie.

Forse bisogna di immaginare una giustizia diversa, finalmente condivisa, che non si risolva in una condanna e in una pena meramente da scontare, un debito da pagare senza alcuna consapevolezza di quanto sia difficile tentare una possibile riparazione, partecipando attivamente affinche’ il carcere recuperi davvero alla societa’: e cio’ potra’ avverarsi quando esso stesso sara’ recuperato dal consorzio civile.

Per un detenuto, per un operatore, per una societa’ che e’ comunque e sempre coinvolta nella sua opera di risanamento, dovrebbe significare che il tempo non sia un  tragitto che scivola addosso, con poca importanza e nessuna dignita’.

C’e’ necessita’ di partecipare a una buona giustizia, a un carcere davvero utile, che non  renda oltremodo inumana la disumanita’. Su questi pilastri della convivenza civile non e’ sufficiente dire la propria usando toni aspri, dialettiche violente, forse occorrera’ partecipare con la forza delle idee, con atteggiamenti che non banalizzano un problema che sta minando la percezione di equita’ e compassione.

La giustizia e’ dimensione che ha bisogno di buona volonta’ per migliorare le cose e  le persone, anche dentro una cella, ma per non concorrere a una civilta’ che muore, non dobbiamo accontentarci di avere dei  numeri, degli oggetti ingombranti, ma uomini da aiutare per diventare a propria volta perni su cui fare girare tanti altri in difficolta’.

Parlare di cio’ e’ anche un po’ il pane del perdono, quel segno tangibile di una riconciliazione, un senso ritrovato nell’onore riconquistato, un pane e una dignita’ meritati sul campo, sul terreno fertile di una giustizia e di una pena a misura di uomo.

Vincenzo Andraous

(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

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