Nietzsche. O del senso dell’Aurora

I cinque libri che compongono Aurora rappresentano in Nietzsche l’inizio della “campagna contro la morale” – radicale problematizzazione del mondo moderno e della sua ‘filosofia’.

Un ‘tragitto liberatorio’ che per la verita’ era gia’ iniziato – pur “in maniera grossolana” – , perlomeno da Umano troppo umano, opera definita in Ecce homo come “monumento di una crisi”; ossia la crisi dell’idealismo: “l’idealismo non mi appartiene”, “dove voi vedete cose ideali, io vedo – cose umane troppo umane”. – E non a caso il ‘libro per spiriti liberi’ segna anche il distacco da Wagner, tanto che gli inizi della stesura datano i giorni del primo festival di Bayreuth: “[…] mi svegliai a Bayreuth. Come fosse un sogno’ Ma dove mai mi trovavo? Non riconoscevo piu’ niente, non riconoscevo piu’ nemmeno Wagner. Invano sfogliavo i miei ricordi”. –

Ma se Umano troppo umano rappresenta il momento stesso della guarigione, il ‘termine di mezzo’ tra malattia e salute, e’ Aurora a significare l’uscita definitiva dall’impasse idealista, che coincide significativamente con un momento di grande salute per lo scrittore. E’ l’alba propiziante il meriggio di ventura che avra’ voce somma in Cosi parlo’ Zarathustra.

Il titolo mattutino non e’ quindi un caso: se infatti “si prende congedo da questo libro portando dentro di se’ un’ombrosa prudenza verso tutto quanto fino a oggi e’ stato onorato e perfino venerato sotto il nome di morale, cio’ non contraddice al fatto che in tutto il libro non si scopre una parole di negazione, un attacco, una malignita’ – esso piuttosto riposa al sole in mezzo agli scogli, rotondo e beato come un’animale marino”.

“Quasi ogni frase del libro e’ stata ideata, pescata in quel guazzabuglio di scogli vicino a Genova, dove io solo stavo, e scambiavo ancora segreti con il mare”. In un colloquio solitario con il Mar Tirreno, scrive qui – con la placida e sempre ingannevole calma, – della ‘gioia’ multiforme del mare – un “‘essere sotterraneo’, che perfora, scava, scalza di sottoterra”, fino a trovarsi faccia a faccia con i pregiudizi morali che sconvolgono il mondo e lo costringono alle ‘pose’ inopportune della modernita’. – Le quali, viste dai nuovi occhi divengono – arrivando a Zarathustra, e all’ultima metamorfosi, non infantile, del bambino – addirittura ‘esileranti’: fino a che si impara a “ridere di tutte le tragedie, finte o vere esse siano”. –

Mare che, reale e simbolico allo stesso tempo, e’ unico compagno nella solitudine del pensatore, e spunto ‘semantico’ molto caro a Nietzsche: le metafore naturali sono infatti ben presenti in tutte le sue opere gia’ da La nascita della Tragedia (dove l’uomo non e’ diverso dalla pianta che si aggrappa alla nuda roccia), fino alle montagne, ai boschi e alle caverne del regno di Zarathustra, ‘proprio’ habitat (e ‘custode’ del suo miele’).

Tensione naturale che testimonia la sfiducia verso l’uomo.
Cosi il filosofo molto piu’ ha da cogliere nella bellezza senza parole della natura piuttosto che dal contatto con gli uomini, che sente da se’ sempre piu’ lontani. Ma nonostante questo ‘distacco’, Aurora e’ un “libro che dice si, profondo, ma chiaro e benigno”. Incipit al grande ‘si’ che prendera’ voce con Zarathustra, e che di risvolto rappresenta un grande ‘no’ alla de’cadence: un attacco frontale e spietato, ma per niente rancoroso (caratteristica ‘nodale’, e modus ‘proprio’ nietzscheano), contro quei pregiudizi, secolari ma moderni che, ‘scortati’ dalla ‘buona coscienza’, dalla ‘societa”, (e infine, terra-terra, dall’apparato poliziesco) prendono il nome di “morale” – ma vedremo poi, avere in realta’ ben poco di autenticamente tale.

‘Morale della decade’nce’ cui il ‘sacerdote’ – “e anche i sacerdoti dissimulati, i filosofi” – e’ ‘santificata’ guida; ‘calcificata’ nel marciume temporale dei secoli, – per “la degenerazione del tutto, e dell’umanita’: percio’ egli conserva cio’ che degenera – perche’ solo a questo prezzo puo’ esercitare il suo dominio[…]”. Il ‘sacerdote’ e’ l”essere sotterraneo’ per eccellenza; percio’ Nietzsche e’ ‘costretto’ (o ‘attratto’ dal compito, ‘si costringe’) a ‘divenire tale’ per il compimento dell’opera, e a scendere nelle ‘catacombe dello spirito’, per combatterlo prendendo di petto tutta l’aberrazione di queste menzogne che il tempo meschino e umano ha, sempre piu’, mestamente ‘imbandito’ – bandendo la ‘vita maiuscola’ – nelle falsita’ secolari.

Solo vivendo su di se’ questa ‘battaglia sotterranea’ il filosofo puo’ farsi avversario della “morale”, in una lotta il cui effetto non e’ nella vittoria, ma nei diamanti (da estrarre, da sottrarre al carbone=morale della decade’nce) che vengono riportati alla luce, – dalle tenebre in cui e’ affondato lo ‘spirito religioso’ in senso autentico – , attraverso le frizioni di questa lotta. Una battaglia eroica, in cui bellezza e pericolosita’ si fanno sinonimi. Percio’ anche in Aurora, come in Aldila’ del bene e del male – in cui il lettore veniva esortato a non rendersi ‘martire della verita” – , Nietzsche ‘ammonisce’ il lettore, e non lo esorta certo a percorrere il suo stesso percorso ‘sotto il mondo’. Il ‘territorio morale’ e’ infatti ‘fangoso’ e ‘appiccicoso’, denso di risentimenti e di ego incompiuti, ‘frutti’ (marcissimi) che un palato troppo viziato mai riuscirebbe a sopportare, e a trasformare come “fango in oro”. Ci vuole uno ‘stomaco’ forte. Cosi infatti nella prefazione del 1886: “Non crediate che vi esorti a questo rischio! O anche alla stessa solitudine! Chi va infatti per queste vie tutte sue, non incontra nessuno: e’ questo che comportano tutte le ‘vie nostre’. Non viene nessuno a dargli manforte, nello stato in cui si trova”. Ancora una volta il piu’ grande pericolo e’ assolutamente proporzionale alla ‘liberta’ individuale’ (Stirner’), alla ‘possibilita” (di base ‘naturale’ ma che va perfezionata in una continua conquista; nel perfezionamento; ‘propedeutica del vedere’) di “avere per se’ la propria via – e com’e’ giusto, la sua amarezza, il disgusto che prova, in certi momenti, per questo ‘per se”: a tutto cio’ si accompagna, per esempio, la consapevolezza che perfino i suoi amici non possono indovinare dove egli sia, dove vada […]”. Da qui la cruciale sentenza: “quanta verita’ puo’ osare, quanta verita’ sopportare un essere umano? Questa e’ divenuta, sempre piu’, la mia vera unita’ di misura”. – –

La morale nichilista passiva, della religione come della scienza, viene superata attraverso un ‘paradosso’, attraverso un pessimismo radicale – visione tragica dell’esistenza – che scende “fin nel cuore della morale, fino a trascendere la fiducia nella morale stessa”. Superamento effettuato in Aurora proprio con la ricerca della morale! Perche’, appunto, in questo libro, “si da’ disdetta della morale”? Proprio “per moralita’!
Siamo qui di fronte a una delle questioni cruciali, e anche alla piu’ comune incomprensione di chi non ha saputo-potuto-voluto comprendere il verbo nietzscheano: facilmente si crede che la ‘morte di Dio’ rappresenti un ‘evento’ con ‘conseguenze’ meramente ‘libertarie’, – che ha, per intenderci, in un anticlericalismo grezzo o una caduta nei bassi istinti del ‘sottosuolo’ il suo sfogo naturale. – Il “tutto e’ permesso” (Dostoevskij) del mondo senza Dio e’ infatti niente meno che una pro-vocazione, un ‘ribaltamento’, istanza autentica della ‘nuova’ liberta’-per; la costruzione (l’anelito-a) della nuova tavola dei valori: ma non l’assenza totale dei valori, non il relativismo bieco, ‘senza sprezzo’, della ‘cultura’ odierna!

Come e’ detto a proposito in un passo della prefazione datata 1886: “anche a noi e’ un ‘tu devi’ che ancora parla, anche noi ubbidiamo ancora a una severa legge posta oltre noi stessi; […] anche noi siamo ancora uomini di coscienza” proprio perche’ “non vogliamo retrocedere di nuovo verso cio’ che per noi e’ sopravvissuto e decrepito, una qualsiasi realta’ ‘non degna di fede’, si chiami essa Dio, virtu’, verita’, giustizia, amore del prossimo; sul fatto cioe’ che non permettiamo a noi stessi ponti di menzogna verso antichi ideali; che siamo fondamentalmente ostili a tutto cio’ che in noi vorrebbe mediare e adulterare; ostili a ogni attuale tipo di credenza e di cristianita’; ostili al mezzo e mezzo di ogni romanticismo e spirito patriottardo; […]”. Nietzsche quindi va contro la religione perche’ essa non svolge piu’ – posto che mai l’abbia svolto! – il suo ruolo fondante e ‘propriamente’ morale. Non si ‘deve’ quindi interpretare la critica radicale del filosofo nel senso che ‘nessuna morale e’ possibile’ oppure che ‘non ci deve essere nessuna morale’, che ‘non abbiamo piu’ nessun obbiettivo’, nessun anelito; ma bensi intendere cio’ cui fin’ora si e’ ammantato di tale nomia come la negazione della morale stessa, intesa come ‘vero bene’. Non si vuole quindi de-sacralizzare la vita – se non per re-sacralizzarla: proprio perche’ tutte le ‘regole’ (smascherate, platonicamente parlando, come simulacri) che prima l’avevano ingabbiata ammantandosi della forza del ‘sapere’, – in realta’ un ‘volgere’ perverso della volonta’ di potenza, e degenerazione della stessa – , che si annida in tutte le ‘cose’ mondane, e anche appunto nei sacerdoti e nei filosofi, ossia in coloro che si dicono i ‘puri’. Anch’essi invece non vogliono altro che dominare altri uomini, rendendoli ottusi, mantenendoli nella loro malattia. – A vantaggio di questa consapevolezza estremamente salutare la lettura del piu’ grande romanzi di tutti i tempi, ‘I fratelli Karamazov’ di Dostoevskij (‘l’unico che mi abbia insegnato veramente qualcosa’, disse Nietzsche di lui), e in particolare del poema interno al libro di Ivan (il Karamazov ‘razionale’, il piu’ filosofico in senso stretto dei tre) ‘Il grande inquisitore’: capolavoro della letteratura ottocentesca che piu’ di ogni altro sa chiarire l’argomento del ‘potere del sapere’, con particolare riferimento alla funzione ‘politica’ della religione. –

Percio’ e’ necessaria la trasvalutazione dei valori: la ‘verita” e’ necessaria – per quanto sia un ‘errore’, – ma errore che puo’ essere, se consapevolmente ri-fondato, piu’ che mai vitale e necessario. Ancor piu’ se realisticamente l’unica Verita’ e’ quella di Sileno, o della “pianta che si aggrappa solitaria alla nuda roccia” paragonata all’esistenza umana, cui accennavamo sopra. Per questo Nietzsche arriva a dire in Aldila’ del bene e del male – ma la questione e’ affrontata altre volte ed e’ cruciale – che “la falsita’ di un giudizio non e’ ancora, per noi, un’obiezione contro di esso” ma “la questione e’ fino a che punto questo giudizio promuova e conservi la vita, conservi la specie e forse addirittura concorra al suo sviluppo; e noi siamo fondamentalmente propensi ad affermare che i giudizi piu’ falsi (ai quali appartengono i giudizi sintetici a priori) sono per noi i piu’ indispensabili, e che senza mantenere in vigore le finzioni logiche, senza una misurazione della realta’ alla stregua del mondo, puramente inventato, dell’assoluto, dell’eguale-a-se-stesso, senza una costante falsificazione del mondo mediante il numero, l’uomo non potrebbe vivere […]”.

Attraverso questa nuova consapevolezza si fonda una nuova ‘liberta” per la ‘scienza’; una nuova ‘possibilita”: creativa, normativa, costruttiva. In cio’ che potremmo definire un ‘assolutismo prospettico’, che sa conformarsi, nel ‘superamento dell’epoca’, a una ‘nuova tavola dei valori’; ‘individuo’ che, dopo la distruzione della morale, e’ capace ‘da se” ad affermarsi nel ‘valore’; in maniera elastica e senza cadere in un ‘relativismo debole’ – ma, piuttosto, forgiandosi a partire da un ‘relativismo assoluto’, costruendo pietra su pietra le sue convinzioni: come continuo annuncio e preludio alle ‘speranze’ postumane.

Niente ora e’ piu’ ‘scontato’ ne’ appartiene in alcun modo a una ‘volonta’ esterna’, non vi e’ piu’ alcun ‘destino necessario’ che porterebbe l’uomo necessariamente, – per un disegno ‘divino’ o ‘scientifico’ poco importa – verso il ‘miglioramento’ di se’. – Questo significa il superamento del nichilismo attraverso il nichilismo stesso che da ‘passivo’ si fa ‘attivo’: ‘superamento della morale per moralita” che e’ delineato, a termini invertiti, anche all’aforisma 97 (sempre Aurora): “Si diventa morali non perche’ si e’ morali. La sottomissione alla morale puo’ essere servile, o vana, oppure egoistica, o rassegnata, o ottusamente esaltata, oppure irriflessa, oppure un atto di disperazione, al pari della sottomissione ad un principe: in se’ essa non e’ niente di morale“.

Ma, se pur la morale della decade’nce e’ completamente intrisa di credenze irrazionali (come la cosiddetta “eticita’ dei costumi”), non e’ attraverso una sterile razionalita’ logica che il ‘pessimismo religioso’ viene superato (da qui la critica al positivismo): “i giudizi logici di valore non sono i giudizi estremi e i piu’ basilari fino ai quali puo’ discendere il coraggio della nostra diffidenza: la fiducia nella ragione, per cui sussiste e vien meno la validita’ di questi giudizi, e’, in quanto fiducia un fenomeno morale‘”. – ‘Tirannia della logica’ affrontata anche in Alidla’ del bene e del male, in cui nell’aforisma 2, si mette in luce che “la credenza fondamentale dei metafisici e’ la credenza nelle antitesi dei valori”; e per lo stesso tema e’ molto importante anche Genealogia della morale , in particolare il paragone prete-asceta/scienziato. –

Le figure negative del sacerdote e del filosofo prendono invece consistenza ‘positiva’ risolvendosi in un ‘terzo termine’, che le ingloba riportandole alla superficie del corpo: il fisiologo.

La ‘scienza’ – intesa in senso ‘assoluto’, ‘arcaico’, ‘originario’ e non quindi settorializzata a scopo ‘modernamente’ consumistico-finanziario – si riconcilia con la ‘fisicita”, in un senso superumano. Distruggere con il riso le fandonie extramondane, e colmare lo ‘iato’ del corpo con lo ‘spirito’ – per uno ‘spirito terreno’, non il ‘puro spirito’ ‘religioso’ che porta a un distacco sterile, alla ricerca ‘del nulla e per nulla’, e quindi alla negazione della vita; ma: “il superuomo sia il senso della terra”.

La ‘metafora’ corporea – cosi come il tema biografico: (“mi si e’ chiarita poco per volta che cosa e’ stata ad oggi ogni grande filosofia: l’autonfessione, cioe’, del suo autore, nonche’ una specie di non volute e inavveritite me’moires; come pure il fatto che le intenzioni morali (o immorali) hanno costituito in ogni filosofia il vero e proprio nocciolo vitale, da cui si e’ sviluppata ogni volta l’intera pianta”) – assume con cio’ importanza ‘normativa’ per la ‘visione totale’ nietzscheana. ‘Letteralmente’, la ‘biologia diventa metafisica’, e si prospetta, attraverso la questione razziale, in un senso superumano: “l’uomo come ponte verso l’Uebermensch“.

L’esistere non ‘deve’ essere uno ‘strisciare’ orizzontale, temporale, meschino: non una ‘progressivita” – (scientifica o religiosa poco importa: in entrambi i casi illusoria), – ma come vita nuovamente trasformata assumere un senso ‘verticale’: cosi l’uomo, idealmente, supera la morale della compassione (unica, e falsa, ‘morale’ predicata oggi) e si trasforma scoprendo il ‘senso attivo’ dell’essere, esprimendo ‘da se’ e per se” la volonta’ piu’ ‘intima’, (‘autentica’, direbbe Heidegger), che aveva ‘precedentemente’ ‘delegato’ a Dio – o meglio ai sacerdoti/filosofi/dotti che attraverso l”ideale ascetico’ mantenevano e mantengono la loro ‘potenza’ sulle masse, sulla plebe, – o sul popolo che dir si voglia.

Distrutta ogni certezza, trasversalmente dalla religione alla scienza, e’ ora il tempo, per nuove costruzioni, per nuove strade, rinfrancate dal ‘fresco’ ‘tagliente’, vento dell’aurora.

Affinche’ si propizi il tempo di una nuova gerarchia: ‘sopra’ le masse, spartana, semplice, e trasformata nella nuova ‘fede’. Non la (apparente) ‘gerarchia’ plutocratica odierna (‘regno’ di una ‘societa” di mercanti consumista e consumata, distruttiva e usuraia, e chi piu’ ne ha’) in cui ogni valore ‘autentico’ e’ capovolto in una gretta materialita’ intellettualizzata: schiavitu’ trasversale in cui poco conta se sei ‘servo o padrone”

Bensi gerarchia ‘naturale’ in cui niente e’ scontato se non l’eterna, ‘infame e gloriosa’, eterea lotta dell’esistere; per l’esistere.

Ma, non ci si faccia, infine, oggi, facili speranze (guardiamoci attorno’): se non e’ ancora il tempo per costruire, che si pensi a distruggere: candidamente e senza rimorsi. Anzi: a disintegrare!

Anche cosi potremo essere un ‘ponte’. Anche cosi avremo fatto qualcosa, e di davvero’ ‘buono’!

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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