Da Marx a Heidegger

 

A Karl Marx sono state rimproverate molte cose: il carattere sistematico del suo pensiero, l’economicismo (sensibile soprattutto nei suoi epigoni, giacche’ in lui il primato dell’economia si situa molto piu’ nell’ordine delle cause che nell’ordine dei fini), la definizione quasi metafisica della classe sociale, l’incapacita’ di uscire dalla filosofia di Hegel, di cui pretende soltanto di ‘rimettere sui suoi piedi’ l’interpretazione dialettica, la filosofia della storia nella quale il comunismo primitivo prende il posto del giardino dell’Eden e la societa’ senza classi quello della Parusia, l’atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia (da un lato nemico da combattere, dall’altro classe che ha svolto nella storia un ruolo ‘eminentemente rivoluzionario’), l’adesione all’ideologia del progresso – ideologia tipicamente borghese anch’essa, come ricordera’ Georges Sorel -, che lo conduce a leggere la storia come Rivelazione progressiva e a vedere nella colonizzazione un ‘progresso della civilta”, e via dicendo.
Alcuni di questi rimproveri erano senza alcun dubbio fondati. Sarebbe tuttavia perlomeno onesto non screditare il pensiero di Marx riducendolo all’uso che ne hanno fatto coloro che ad esso si sono richiamati (i ‘marxisti’): a rigore, nessuno sa come Marx avrebbe giudicato Lenin ne’ quel che avrebbe detto del Gulag.
Ci sono almeno due buone ragioni per esaminare in una nuova luce l’opera di Marx. La prima e’ che il ‘marxismo’ e’ ampiamente passato di moda, il che consente di parlarne senza passione. La seconda e’ che i rapporti sociali tipici del capitalismo sono oggi diventati dominanti nel mondo, cosicche’ le opinioni di Marx tornano in una certa misura ad essere attuali. Trionfando su scala planetaria, il capitalismo infatti non ha solo ritrovato la brutale aggressivita’ che lo contraddistinse nel XIX secolo; sembra altresi avere esaurito i suoi effetti positivi – pur non avendo esaurito il suo ambito di sviluppo. Si e’ molto criticato quel che Marx ha potuto dire sulla caduta tendenziale del tasso di profitto, rimproverandogli di non avere tenuto conto del carattere produttivo del capitale costante. Ebbene: tutti gli studi disponibili confermano attualmente una caduta del tasso di profitto nei paesi capitalisti. Proprio per rimediare a questa erosione delle redditivita’ del capitale, il capitalismo tende oggi a spezzare tutti gli equilibri sociali nati dal compromesso fordista, a liberalizzare totalmente i mercati finanziari, a integrare i paesi emergenti in una nuova divisione internazionale del lavoro, a scoprire incessantemente nuovi mercati. Da cio’ la marcia accelerata verso una globalizzazione sotto l’egida della Forma-Capitale, vera riorganizzazione planetaria dei processi produttivi del valore, che va di pari passo con un ritorno dell’imperialismo (neo)coloniale.
Il vecchio capitalismo pretendeva di soddisfare bisogni espressi dalla domanda, quello nuovo mira a soddisfare desideri stimolati dall’offerta. In ogni caso, il capitalismo si definisce tramite una dinamica di accumulazione per via di espropriazione – una dinamica dell’illimitato -, e per questo motivo non puo’ che estendersi all’intera terra distruggendo tutto cio’ che rischia di ostacolare la logica del capitale. Orbene, Marx non ha solamente dimostrato che le leggi economiche, lungi dall’essere ‘naturali’, sono il prodotto di una storia sociale. Diciamolo chiaramente: sottolineando che il capitalismo mira per natura all’accumulazione infinita del valore, giacche’ il capitale non e’ altro che l’astrazione del valore in movimento, egli ha compreso meglio di chiunque altro la natura profonda del capitalismo, la sua essenza prometeica e la sua forza demiurgica. E’ quel che mostrano la sua analisi della merce e la sua teoria dell’alienazione.
Secondo Marx, il lavoro non e’ la fonte, bensi la sostanza, del valore. Pertanto e’ opportuno interrogarsi sull’origine dei valori aggiunti ai valori esistenti. Marx ha assai ben compreso che il problema essenziale non e’ la proprieta’, bensi la merce. In quanto valore, la merce non e’ che lavoro umano cristallizzato, ma in quanto merce il lavoro diventa qualitativamente un’altra cosa rispetto a quel che era in precedenza. Dietro il duplice aspetto di ogni merce (valore di scambio e valore d’uso) si esprimono da un lato il carattere differenziante del lavoro concreto e dall’altro il lavoro anonimo e astratto che rende eguali tutti i lavori. La forma monetaria rivestita dagli scambi sfocia allora nella reificazione o ‘cosificazione’ (Verdinglichung) dei rapporti sociali, cio’ che Marx chiama il ‘feticismo inerente al mondo mercantile’.
L’alienazione va dunque molto al di la’ di cio’ che la semplice critica socialista denuncia come ‘sfruttamento sociale’. L’alienazione significa che, nel regno della merce, l’uomo diviene estraneo a se stesso. ‘Il denaro’, scrive Marx, ‘riduce l’uomo a non essere che un’astrazione’. Riduce l’essere all’avere, la qualita’ alla quantita’. Quando il denaro, mediatore di tutte le cose, diventa l’unico criterio di potenza, il lavoratore e il padrone, malgrado tutto quel che li contrappone, sono entrambi alienati. Chi non ha denaro e’ prigioniero di questa mancanza, chi possiede del denaro ne e’ posseduto.
Ad avviso di Marx, ogni produzione e’ un’appropriazione della natura da parte dell’uomo in una determinata forma. Il motore della storia, da questo punto di vista, non e’ tanto l’economia in se’ quanto la tecnica, la cui evoluzione modifica continuamente le forme di lavoro, di appropriazione e di produzione. Ma qui Marx resta a mezza strada, perche’ non si interroga sull’essenza della tecnica. Percepisce la tecnica esclusivamente in senso strumentale, come semplice modalita’ della praxis, intesa come ‘lavoro umano’, senza accorgersi che potrebbe ben darsi che la tecnica sia essa stessa il soggetto di cui ‘borghesia’ e ‘proletariato’ non sono altro che predicati. Per pensare veramente la tecnica, e capire che l’essenza della tecnica, in se’, non ha niente di tecnico, bisognera’ attendere Heidegger.
Ma sono proprio il pensiero di Heidegger e quello di Marx che si potrebbero comparare. Perche’ cio’ che Marx chiama ‘Capitale’, Heidegger lo chiama Ge-stell, impadronimento di tutti gli enti in vista della produzione generalizzata, ovvero dispiegamento planetario dell’inautentico. Allo stesso modo, quel che Marx dice del denaro evoca cio’ che Heidegger ha scritto sul regno del ‘si’: da una parte la ‘falsa coscienza’, dall’altra la ‘fatticita” (Faktizität). Marx cerca di restituire all’uomo il suo ‘essere generico’, l’ermeneutica heideggeriana propone invece di far ritorno all”ek-sistenza’, la quale designa ‘l’abitazione ek-statica nella prossimita’ dell’essere’. I due modi di procedere criticano il capitalismo partendo da premesse distinte, ma si raggiungono in uno stesso appello a liberarsi dell’inautentico (Selbstentfremdung).
‘Quel che Marx, partendo da Hegel, ha riconosciuto in un certo senso importante ed essenziale, essendo l’alienazione dell’uomo, affonda le radici nell’assenza di patria dell’uomo moderno’, scrive Heidegger (Lettera sull’umanesimo), aggiungendo: ‘E’ perche’ Marx, facendo l’esperienza dell’alienazione, giunge a una dimensione essenziale della storia, che la concezione marxista della storia e’ superiore a ogni altra storiografia’. Il complimento non e’ striminzito. Ed e’ per questo che Heidegger cita come uno dei compiti del ‘pensiero di la’ da venire’ quello che chiama un ‘dialogo produttivo con il marxismo’. Cerchiamo di iniziare questo dialogo.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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