La lista dei paradisi fiscali presenta alla fine delle sorprese

E’ ormai un’opinione comune che – almeno sino ad oggi e per quanto grave possa essere ancora – la crisi in atto non abbia insegnato pressoche’ nulla al mondo finanziario e che le principali banche internazionali siano tornate a fare tranquillamente le stesse, deprecabili, cose che facevano prima della crisi; i governi intanto, nascondendosi dietro una retorica apparentemente impegnata e populista sul fronte delle riforme, non sembrano in realta’ avere grande intenzione di intervenire in maniera decisa nella situazione di moral hazard (se le cose vanno bene incassiamo noi, se vanno male paghi tu) e di banche too big too fail, che si registrava prima della crisi, anche perche’ essi appaiono molto deboli e sostanzialmente indifesi di fronte alle lobbies finanziarie dei rispettivi paesi.

Per la verita’ puo’ darsi che nei prossimi mesi, come alcune indicazioni lasciano ora trasparire, di fronte all’incalzare degli eventi, si manifesti finalmente qualcosa di nuovo su questo fronte. In effetti si sono registrate, nelle ultime settimane, sul tema della necessita’ di una radicale riforma bancaria, alcune dure dichiarazioni da parte di Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra e di Paul Volckler, il piu’ autorevole consigliere economico della Casa Bianca. Tali dichiarazioni non possono essere del tutto ignorate dai politici dei due paesi anglosassoni; e si aggiungono a quelle di altre voci autorevoli che si sono espresse da tempo. Intanto, contemporaneamente, lo stesso Senato statunitense sembra, dopo tante tergiversazioni, voler intervenire ora sul serio sul fronte finanziario, almeno su alcuni aspetti. Ma, per il momento, non si registra quasi nulla di nuovo sul terreno dei provvedimenti concreti.

Una delle poche cose che comunque i governi stanno cercando effettivamente di fare, forse perche’ costa loro nella sostanza relativamente poco in termini politici, ma rende molto sul terreno della demagogia, e’ quella di ridurre la capacita’ di nuocere sul terreno finanziario dei paradisi fiscali, che e’ oggi almeno relativamente importante; il tono sull’argomento sembra essere stato qualche tempo fa dato dalla dura lotta che si e’ manifestata da parte degli Stati Uniti nei confronti delle ‘cattive’ banche svizzere e delle leggi fiscali di tale paese. Cosi, mentre gli elvetici si sono dovuti almeno in parte piegare alle richieste statunitensi in termini di trasparenza, questi ultimi sono apparsi all’opinione pubblica come i paladini del rigore fiscale. Ma una ricerca internazionale pubblicata molto di recente e divulgata dalla stampa internazionale fornisce ora un quadro abbastanza inedito della situazione reale delle cose.

Il caso viene sollevato dal Tax Justice Network, un’organizzazione nonprofita’ britannica, la quale – coordinando un gruppo rilevante di accademici contabili e investigatori e con un lavoro che e’ durato diciotto mesi – e’ riuscita a mettere a punto un ‘Indice delle Segretezza Finanziaria’, in cui, sulla base di ben dodici adeguati indicatori, si e’ arrivati a compilare una classifica dei paesi che presentano la giurisdizione piu’ opaca in tema fiscale e societario che ci sia al mondo. Ne risulta che le aree che riescono meglio a nascondere gli intrallazzi di vario genere non sono tanto o soltanto i soliti paradisi fiscali che tutti hanno in mente da tempo, ma anche, e in parte almeno principalmente, dei luoghi che si trovano al cuore dei piu’ sofisticati e potenti centri finanziari del mondo.

Tra le cinque localita’ inserite alla fine in questa speciale classifica stanno infatti, oltre alla solita Svizzera e alle ovvie Isole Cayman anche Londra, il Lussemburgo e lo stato americano del Delaware, che anzi arriva in testa a tutti nella lista, superando quindi la stessa cattiva Svizzera e il Lussemburgo e primeggiando in ben 11 indicatori sui 12 esaminati. Lo stato del Delaware, che e’ uno dei meno popolati dell’Unione, e’ la sede di circa la meta’ delle imprese statunitensi quotate e di circa 650.000 societa’, quasi una per abitante; esso sembra offrire, a detta della ricerca citata, la migliore protezione a chiunque non voglia rivelare la sua identita’ di proprietario di un’impresa. Inoltre, essa mostra un livello elevato di segreto bancario e non rivela al pubblico dettagli relativi ai conti delle imprese ivi domiciliate. I redditi conseguiti all’estero vi sono del tutto esenti dalle tasse. Si potrebbe quindi dire a questo punto e secondo un vecchio adagio latino: giudice, giudica te stesso.

Si tratta di un’ombra anche per il presidente Obama, il cui progetto di legge per bloccare gli abusi dei paradisi fiscali e che dovrebbe ostacolare il loro uso da parte dei cittadini e delle imprese statunitensi, sta passando al vaglio del Congresso proprio in questo periodo, mentre si registra comunque sul testo una forte opposizione da parte del mondo degli affari del paese. Anche Londra e’ inclusa dunque ai primi posti in questa poco onorevole classifica – anche se e’ ‘soltanto’ quinta nella lista-; si sapeva ampiamente dell’esistenza di una serie di territori all’ interno del paese, in particolare quelli di alcune isole della Manica, dove fare gli affari era per tanti aspetti piu’ ‘facile’; ma gli estensori della lista vi hanno inserito la capitale britannica soprattutto per la sua capacita’ di facilitare il lavaggio del denaro sporco di tutto il mondo, in particolare da parte di trafficanti di droga ed altri tipi di criminali, nonche’ come luogo adatto per i terroristi del globo per depositarvi i soldi delle loro organizzazioni guadagnati con tanto lodevole impegno.

Senza dubbio una bella classifica e delle belle scoperte. I paradisi fiscali tradizionalmente considerati avranno potuto finalmente tirare un respiro di consolazione e tornare rinfrancati alle loro usuali occupazioni, anche se ufficialmente hanno tutti protestato per la loro inclusione ai primi posti della lista. La Svizzera in particolare appare comunque vendicata nei confronti degli Usa. A quando un G-20 che condanni anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, come ha gia’ fatto di recente e con indignazione con i paradisi fiscali solitamente noti ?

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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