Rifkin: Occasione sprecata questo patto nasce vecchio

“Hanno accettato questo accordo per evitare il collasso delle trattative? Ma il collasso e’ quello che abbiamo di fronte: niente target, niente impegni veri'” Jeremy Rifkin, il teorico della terza rivoluzione industriale, dal suo ufficio di Washington si e’ tenuto costantemente aggiornato sugli sviluppi della conferenza di Copenaghen. Ora, a pochi minuti dalle conclusioni del summit, ascolta con stupore le motivazioni che hanno spinto Bruxelles ad accettare un’intesa lontana da quella auspicata dai leader dei maggiori paesi europei.

La possibilita’ di un’interruzione del processo negoziale era pero’ molto concreta.

“L’Europa e’ la maggiore economia mondiale. E’ chiamata ad assumersi la responsabilita’ della leadership: deve guidare il processo, non aggregarsi a scelte esterne. E ha la possibilita’ di farlo perche’ dispone di leader capaci di visione e di settori economici avanzati: sprecare questa occasione sarebbe un errore gravissimo”.

Che significa in pratica assumere la leadership economica?

“Guidare la terza rivoluzione industriale, quella basata sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili, sull’idrogeno e sugli edifici che producono piu’ energia di quella che consumano. Su questo progetto si puo’ saldare un fronte che comprende paesi a tecnologia avanzata e paesi in via di sviluppo offrendo gli strumenti piu’ avanzati a chi non ha ancora sviluppato la seconda rivoluzione industriale. In questo modo e’ possibile saltare una fase di sviluppo portando ad esempio le rinnovabili a chi non e’ nemmeno connesso alla rete elettrica e tenendo assieme crescita economica e tagli alle emissioni”.

L’effetto Obama, caricato di attese, non ha invece prodotto il risultato sperato.

“Per Obama non e’ stato un completo fallimento. Ha compiuto un passo calibrato sulle esigenze politiche degli Stati Uniti. Anche il trasferimento dei fondi di cui si e’ parlato a Copenaghen, che sono significativi, e’ una scelta che suscita molte controversie negli Usa: per evitare i sospetti che i soldi vengano spesi male bisogna avere garanzie sui controlli”.

Che prospettive ci sono dopo Copenaghen?

“Non esiste un piano B. Non c’e’ un’alternativa al contenimento dei gas serra perche’ non abbiamo un pianeta di riserva: dobbiamo difendere la vivibilita’ di quello su cui abitiamo. E quindi bisogna evitare di perdere altro tempo. Non possiamo permetterci di fallire il prossimo appuntamento: il summita’ sul clima del 2010 a Citta’ del Messico. Bisogna arrivare ad accordi forti, vincolanti e misurabili”.

Restera’ tutto fermo per 12 mesi?

“Assolutamente no. La terza rivoluzione industriale progredisce sia dall’alto che dal basso. Ci sono gli accordi quadro che forniscono la cornice per le grandi strategie, ma ci sono anche le scelte dei singoli e delle amministrazioni locali: noi abbiamo fatto progetti molto interessanti in Grecia e in Spagna come a Roma e in Sicilia. Immaginare il cambiamento di cui abbiamo bisogno come un processo che cala dall’alto vuol dire non averne capito l’essenza. Il punto centrale e’ il passaggio da un modello centralizzato, verticale, basato sul potere di oligopoli, a un modello decentrato in cui l’energia viene prodotta dagli impianti rinnovabili. L’energia viaggera’ nella rete come le informazioni su Internet”.

Cosa manca alla politica per intercettare queste possibilita’ e questi umori? Cosa rallenta le conclusioni dei vertici mondiali?

“Sono fermi alla geopolitica, guardano indietro. Quello che conta invece e’ il passaggio alla politica della biosfera, alle scelte industriali che utilizzano le risorse rinnovabili degli ecosistemi lasciando intatte le basi della produzione anziche’ consumarle con l’inquinamento”.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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