La coppia di fatto

di Giovanni Cecini

Rutelli vincitore e Fini sconfitto. Il primo sindaco di Roma, mentre il secondo soddisfatto per una prova di piena maturita’ politica. Era il dicembre di sedici anni fa e i due ‘giovani’ politici dell’Italia post Tangentopoli si davano battaglia nella prima vera tornata elettorale della cosiddetta Seconda Repubblica, quella che con un sistema prevalentemente maggioritario ricompensava non piu’ un ammassamento centripeto, ma la migliore tra le due coalizioni nette e distinte. Una novita’ nella novita’. Il battesimo lungo le acque del Tevere era significativo, anche perche’ mai fino ad allora gli elettori avevano votato per via diretta il loro primo cittadino, dopo esperienze poco trasparenti di sindaci capitolini giudicati intrallazzini e amminestratori.

Ha del paradosso quindi sentire oggi i due esponenti, che nel frattempo di vita politica ne hanno consumata molta, ricoprendo incarichi importanti o incassando alterne e dolorose sconfitte, trovarsi cosi vicini nel tentativo di affossare quel sistema bipolare tanto agognato da entrambi, in un tempo dimenticato quando Berlusconi era presidente solo del Milan. Oggi il nemico non sembra essere piu’ dall’altra parte dello steccato, ma viene incarnato per ciascuno di loro proprio dal Cavaliere, che – ancora con uno snobbismo da non-politico di mestiere – guarda con superiorita’ tutti coloro che nella vita non hanno fatto altro che cercare consensi tra gli elettori.

Panta rei, tutto cambia e muta pelle. Berlusconi e Fini ciascuno deve molto all’altro, se sono rimasti l’unica alleanza costante in quindici anni di elezioni maggioritarie. La candidatura capitolina dell’ex missino fu allora il primo posizionamento del Biscione, ancora prima della sua ‘discesa in campo’; i missini colsero la palla al balzo per affrancarsi come possibile partito di governo. Lo sdoganamento della destra inizio’ in quella occasione, in forma autonoma, e da quei giorni il camerata Gianfranco ha molto remato per allontanarsi dal passato ingombrante, tanto da scavalcare non solo la sepolta Forza Italia, ma ritrovarsi corteggiato dall’ex rivale rossoverde, convertito al cattolicesimo e a un’idea meno riformista della societa’.

La politica italiana offre molte sorprese e oggi piu’ di ieri sembra presentarne, se proprio Rutelli rinnega la sua appartenenza ai progressisti, oggi incarnati da un confuso Pd, per forza di cose alla ricerca di una chiarificazione con la galassia di movimenti e partiti che si schierano alla sua sinistra. Probabilmente il bipolarismo non morira’ oggi e non saranno Rutelli e Fini a leggerne il discorso funebre, tuttavia la situazione fa riflettere. Quando il Pdl dovra’ cercare un nuovo leader, uscito di scena Berlusconi, la guerra intestina gia’ dichiarata al suo interno rischia di divenire un nuovo affondamento della balena bianca, con la differenza che l’identita’ democristiana gia’ ne e’ fuori e potrebbe a quindici anni di distanza prendersi la rivincita, con relativi interessi.

Il destino e’ quindi in una nuova Dc al cui vertice vi sarebbero Casini, Fini e Rutelli, che possano bilanciare da una parte le turbolenze leghiste e dall’altra le derive comunisto-giustizialiste? Anche se non ci sono scommettitori pronti a darlo per vincente, e’ uno scenario ipotizzabile, almeno quanto possibile una fuga ‘in esilio’ del prurimputato Silvio sulla falsa riga dell’amico Bettino. Se andasse veramente cosi, la Seconda Repubblica verrebbe ricordata come la parentesi di Berlusconi, al cui termine avremmo cio’ che abbiamo abbandonato della Prima: maggioranze bloccate su asse centrista. Il ruolo di opposizione rimarrebbe a un Carroccio sempre piu’ a vocazione macro-regionale e un Pd, magari con un inutile 30%, ma alla ricerca di un’identita’ propria.

Non e’ una grande prospettiva, ma se Bersani, Di Pietro e Vendola non sapranno offrire nulla di nuovo e di convincente, continueranno a perdere, come avvenne ad Occhetto nel 1994, e lasciare le luci della ribalta ai nuovi centristi vicini ai valori e ai voleri del Vaticano. Magari, se proprio vogliamo fantasticare, una Terza Repubblica con Fini al Quirinale e il duo Casini-Rutelli nel redivivo amore-odio tipo Forlani-Andreotti. Per molti un pericoloso incubo, per molti un modo come un altro per liberarsi di Berlusconi e continuare negli antichi giri di valzer di sapore democristiano. A questo punto tornerebbe di moda un’eccellente battuta di spirito, di moda negli anni Trenta: «Chi salira’ al governo una volta morto Mussolini?» La risposta non poteva che essere: «Giolitti!»

(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)

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