di Gaspare Armato.
Veritatem dies aperit Il tempo svela la verità (Seneca). La storia è anche raccolta di informazioni eseguita tramite l’analisi di documenti, corrispondenze, archivi, dichiarazioni scritte e orali. E non solo è questo, ma è altresì psicologia delle testimonianze. Lo storico, non avendo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, più di ogni altro, dovrà appurare la verità di una testimonianza, dovrà verificare se una data notizia è vera, è infondata, è verosimile. A volte non è facile, se pensiamo che addirittura un falso racconto ha provocato la furia delle folle sconvolgendo uno status quo. Le testimonianze possono essere false del tutto, vere in parte, possono avere briciole di realtà, possono essere tanto fantasiose da risultare avvincenti. Di sovente nascono da osservazioni personali inesatte, non volute appositamente, quasi fossero casuali. Così come le verosimili notizie di un articolista che affrettato dalla chiusura del giornale si appresta a terminare un articolo fantasticando con aggettivi e attributi per abbellire il racconto e completare le righe a sua disposizione, articolo che fra 50, 100, 500 anni sarà studiato da uno storico per verificarne l’attendibilità e poter inquadrare un dato momento. In tutto ciò, i periodi di guerra sono stati e sono cune di false notizie, in cui una coscienza collettiva ha potuto, e può, trasformare una semplice voce in una storia dalle apparenze veritiere. I soldati spesso inconsciamente alteravano i racconti a loro giunti, abbellendoli, arricchendoli, fantasticandoli, stuzzicando l’immaginazione. Ancor di più, a molti militi piaceva deformarli inconsciamente per metterli d’accordo con una linea di pensiero generalmente accettata. Lo studioso avrà duro compito nel riuscire a discernere la menzogna dalla verità. Racconta Marc Bloch, che ha partecipato alla Prima guerra mondiale e alla quale di seguito si riferisce: Mi rammento che, quando, gli ultimi giorni della ritirata, uno dei miei superiori mi diede l’annuncio che i Russi bombardavano Berlino, non ebbi il coraggio di respingere questa deliziosa immagine; ne avvertivo vagamente l’assurdità e l’avrei di certo rigettata se fossi stato in grado di riflettervi; ma era troppo piacevole perché uno spirito depresso in un corpo affaticato avesse la forza di non accoglierla. (Marc Bloch, Storici e storia, Einaudi, 1997) Se ciò accadeva meno di un secolo fa, immaginiamoci tutte le false notizie o le mezze verità che la storia possiede e che è difficile controllare. Dunque, il compito dello storico è anche analizzare la psicologia di una notizia, in che epoca si sviluppò, in che ambiente culturale, in quale circostanza storica, in quali caratteristiche mentali, in quale paese, in quale ceto sociale. Due o tre documenti, che spesso sembrano attendibili perché concordanti, si possono rivelare falsi, vuoi perché l’uno copiato dall’altro, vuoi perché si basano su un’artificiosa notizia, vuoi perché, ed è spesso accaduto, uno degli autori semplicemente non è mai esistito e gli altri due hanno copiato un… inesistente. Diceva Bloch: L’arte di discernere nei racconti il vero, il falso e il verosimile si chiama critica storica. Ed è codesta critica storica, difficile e ardua, che sta alla base di una affidabile e credibile Storia. Non dimentichiamo l’ammonizione di Tucidide (460 a.C.-400 a.C.) che oltre 2000 anni fa disse che la maggior parte degli uomini, piuttosto che ricercare la verità, che è loro indifferente, preferisce adottare le opinioni che vengono loro riferite già belle e pronte.
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