di Aldo Giannuli Da ragazzino, mi colpì molto un cartellone nella sala dell’oratorio salesiano. Vi erano elencati i maggiori giornali del tempo e, accanto a ciascuno, ne era indicato il grado di consigliabilità in riferimento alla morale cattolica: Topolino otteneva il giudizio più negativo, al pari con l’Unità. La cosa mi stupì: non capivo quali ragioni motivassero un giudizio così severo. Solo molti anni dopo, compresi il perchè di una così fiera avversione. Il fumetto disneyano era portatore di un modello di società assolutamente inaccettabile per i preti, ed, in più, penetrava molto più efficacemente della stampa comunista fra i ragazzi. Paperopoli è una società perfettamente laica, dove “Dio è morto”: non si vede un prete o una chiesa, Qui, Quo e Qua frequentano un gruppo scoutistico di ispirazione laica, non partecipano mai a funzioni religiose, Dio non compare neppure come parola, nessuno muore e tutti sono immersi in un presente atemporale. C’é invece il mito della scienza che, attraverso Archimede, è in condizione di risolvere qualsiasi problema. La scienza, beninteso, come tecnica, separata dall’ideologia. L’intellettuale europeo c’è, ed è l’erudito Pico de’ Paperis, la cui erudizione libresca, non risulta di alcuna utilità. E poi la famiglia: solo zii, nipoti, fidanzati, niente mogli e mariti, figli e genitori. Il che, nell’italia ancora tradizionalista degli anni ’50, sembrò poco meno di un’eresia. Questi ragazzini che vanno e vengono dai campeggi quando vogliono, fanno l’autostop, hanno le chiavi di casa, non sembrano davvero un modello di sana educazione. Neanche i riti del vivere domestico sembrano granchè osservati: troppo spesso ognuno pranza per proprio conto, i ragazzi sono troppo irriverenti verso il loro tutore che, dal canto suo, fa ben poco per farsi rispettare. E poi, questi eterni fidanzati che non convolano mai, questa Paperina che è fidanzata a Paperino ma civetta con Gastone… E si comprende facilmente perchè una simile musica suonasse assai stonata alle orecchie di Don Camillo. Ma anche Peppone non aveva di che compiacersi per i successi di un fumetto che smentisce l’assunto di una società capitalistica fonte di infinite povertà. A Paperopoli sono tutti benestanti, e qualche rara figura di mendicante è presto cancellata dall’immagine opulenta di un welfare che consente anche a sfaticati cronici come Paperino, o Pippo di vivere senza che gli manchi una casa, il pane quotidiano e persino l’auto o i soldi per offrire il cinema alla fidanzata. L’istinto di rapina del capitalista – la sua inestinguibile “auri sacra fames”- diventa la simpatica eccentricità di un vecchietto burbero ma, a suo modo, generoso che colleziona dollari come altri farfalle. Scompaiono le classi, la società paperopolese sembra uscita dai manuali della sociologia funzionalista americana: ogni individuo occupa un preciso gradino nella scala sociale e senza che questo dia luogo alla formazione di interessi collettivi contrapposti. Ciascuno può salire sino al vertice della scala sociale: come Paperone che ha accumulato tre ettari cubici di denaro partendo da un cent. Al massimo si affaccia un moderato schema dicotomico che contrappone, di volta in volta, ricchi a non ricchi (poveri veri non ce ne sono), fortunati a sfortunati, giovani ad adulti; ma si tratta di aggregazioni momentanee che non danno luogo ad azione collettiva. Topolino fu, forse, il più potente veicolo di ideologia americana in Italia, sicuramente il più efficace, perchè si rivolse, con centinaia di migliaia di copie ogni settimana, ai più giovani e, dunque, ai più influenzabili. Fu il messaggero dell’ “american way of life” presso i ragazzi di una Italia che era ancora molto al di qua dei processi di modernizzazione. Avrebbe dovuto seguirne una spinta all’adesione alle ideologie che vantavano le magnifiche sorti e progressive del neo capitalismo newdealista americano. Ma non fu affatto così: quelli che lessero Topolino a cavallo fra i cinquanta ed i sessanta, poi fecero il ’68. Come mai? Accade talvolta che un fenomeno culturale divenga vettore di conflitto al di là delle proprie intenzioni. Nell’Italia degli anni ’50, era sovversivo anche Topolino perchè rivelava quanto c’era di premoderno nella nostra società: la povertà preindustriale, il bigottismo, l’arcaicità del modello familiare. E i preti, con lungimiranza, lo accomunarono all’Unità (una compagnia che avrebbe fatto inorridire Disney che, di suo, era massone ed acceso anticomunista).
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