In questi giorni il dipartimento della gioventu’ ci ha informato della “nascita” di una nuova generazione giovanile, la cosiddetta “generazione ne’ ne'”, una generazione disillusa sia dalla scuola che dal lavoro. Si tratta di circa 700mila ragazzi e ragazze che sono stati etichettati come “inattivi convinti”. Una generazione rinunciataria che classifica la scuola come perdita di tempo e il lavoro come impossibile da trovarsi. Sembra che il concetto che abbia attecchito sia stato quello della sindrome da “grande fratello”, ovvero che per riuscire nella vita non serve impegnarsi né tanto meno faticare a lavorare (Ludovico Polastri).
Psicologi e psicoterapeutici hanno azzannato subito il boccone iniziando le loro elucubrazioni. Chi incolpa il ’68, chi la famiglia troppo protettiva, chi i modelli fuorvianti e via dicendo. Di sicuro è che tutti hanno condannato e stigmatizzato che il non lavoro, l’inattività è immorale, che prendere la vita come viene è da persone infantili, che la mancanza di cultura scolastica, quella somministrata dalle scuole, si badi bene, ti rende necessariamente retrogrado ed ignorante. Il lavoro nobilita l’uomo: arbeit macht frei. Se questa scritta era impressa sulla cancellata del campo di concentramento di Auschwitz non era per caso. Aguzzini, kapò, organizzavano la giornata dei detenuti in modo maniacale con uno scandire temporale degni della cultura teutonica. Infine c’erano i cosiddetti Prominent, prigionieri che godevano di una condizione privilegiata rispetto agli altri internati. Mutatis mutandis non vi ricorda nulla della vostra giornata lavorativa? Per due miseri soldi vi alzate la mattina e volontariamente accorrete verso il vostro personale campo di concentramento, timbrate un cartellino, che a quei tempi veniva identificato con il termine Häftling («prigioniero»), utilizzato in associazione con il numero di matricola tatuato sull’avambraccio sinistro per identificare uno specifico prigioniero. Non mancherà il vostro Kapò detto anche Capo che vi controllerà su ogni cosa fate. Il vostro sapere, le vostre conoscenze, spesso non solo non servono, vengono pure derise. Chi ha un po’ di cultura ha un grosso problema perché eredita una sensibilità che lo rende svantaggiato rispetto agli altri. E’ una questione di sopravvivenza. Più sei evoluto più hai probabilità di perire. Non a caso gli organismi semplici sono quelli che resistono meglio ad una eventuale selezione naturale. Gli uomini che scelgono di avere una certa libertà in una società come quella attuale, basata solo ed esclusivamente sulla ricchezza, sull’avere, devono necessariamente pagare un prezzo altissimo. Se va bene, quello dell’esclusione. Personaggi paragonati a sovversivi, persone con problemi caratteriali. I nostri moderni psicologi da strapazzo, quelli che affollano le varie colonne dei giornali o che si pavoneggiano in TV classificano queste persone come borderline, mentalmente instabili, a-sociali, socialmente male inseriti. Necessitano obbligatoriamente di cure. I ribelli capitalistici oggi sono le nuove persone da curare. Un politico nostrano li ha chiamati bamboccioni. Lui, a mio avviso, è invece un grande (ma furbo) Bamboccio. Che interesse ha un essere umano a farsi sottrarre l’unica cosa che possiede, ovvero la propria esistenza? Poiché si può affermare con certezza che le religioni non danno nessuna garanzia di star meglio nell’aldilà ( il papa per primo ci dovrebbe correre ma mi sembra che lui stesso non ci creda molto a questa favoletta…) se butto e spreco la mia breve esistenza, cosa mi rimane? Che senso ha avuto la possibilità di essere affacciato a questa grande balconata sul Nulla, Nulla che mi risucchierà se non ho avuto neppure il tempo di fermarmi a contemplare quello che si chiama “Esistenza”? L’unica cosa di cui sono certo e che cade irrimediabilmente sotto la mia conoscenza è infatti il senso dell’esistere. Questa è l’unica cosa inoppugnabile e pertanto la missione di un essere umano su questa terra non è quella di rendersi schiavo e ringraziare pure i propri aguzzini della cella che ti è stata riservata ma quella di stupirsi di esistere. Il senso dell’esistenza consiste nell’afferrare la realtà sorprendendola alle sue origini attraverso la nostra individuale intimità. La più grande meraviglia dell’uomo è quella di sentirsi vivo. Ma l’esperienza esistenziale della realtà è rara, perennemente in lotta con lo svanire e frequentemente svanisce in una realtà quotidiana frammentata da molteplici problemi e sofferenze. Esistere che preme, e necessita allargandoci in una stupefacente libertà mediante la quale noi ci sentiamo fusi e partecipi di tutte le cose. Esistere come “misterium fascinans”. Ed invece l’uomo si dibatte, ferito come un animale in questa sua vita rattrappita e spesso squallida, pensando anche, spesso, di essere necessario. Quante volte sul mondo del lavoro si sente dire “senza di me non va avanti nulla qua dentro…”. Piccolezze e miserie umane. Non ho alternative valide, né spetta a me darle. Ognuno di noi è libero di scrutare la propria esistenza e pensarla o valutarla. Almeno nella cella di questa prigione moderna che si chiama capitalismo consumista non mettiamo i fiori al davanzale e non condanniamo tout court chi non vuole entrarci di corsa.
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