Alla fine anche l’Italia ha rotto gli indugi e ha annunciato che gli aiuti al settore dell’auto ci saranno. Spinto dalle decisioni prese al vertice dei ministri economici di Bruxelles e dagli scenari della Fiat emersi ieri dalla riunione del cda della casa automobilistica torinese e, verosimilmente anche dalle critiche dei vertici di Confindustria, anche il nostro governo reticente ad intervenire con aiuti economici nel settore dell’auto ha finalmente capitolato.
di Lucia Venturi (Greenreport)
In realtà gli incentivi per sostenere un mercato di sostituzione di automobili per rinnovare il parco auto circolanti con modelli meno inquinanti è, casomai, uno degli ultimi degli interventi cui destinare risorse: dovendo infatti pensare prima a realizzare auto meno impattanti e poi a venderle.
Su questo concetto sono indirizzati gli aiuti che altri paesi europei hanno destinato al settore (Francia e Germania ad esempio) e, del resto, la nuova direttiva auto e i limiti che le industrie automobilistiche dovranno rispettare, seppur con una tempistica dilazionata e assai generosa, non potrebbero suggerire di meglio da fare.
Sarebbe infatti anacronistico pensare di dare aiuti ad un settore quale quello automobilistico senza utilizzare l’occasione per dare un impulso significativo alla sua riqualificazione ambientale, almeno dal punto di vista dei prodotti, anche se meglio sarebbe introdurre criteri di risparmio e di efficienza di materia e di energia a partire dai processi. Lo sostiene anche la Commissione europea, che coerente con quanto stabilito nel pacchetto clima energia, ammette la possibilità di dare aiuti al settore automobilistico, ma solo se coordinati tra i paesi membri (per evitare effetti di concorrenza sleale) e se finalizzati a ricerca e risparmio energetico.
Lo faranno anche gli Stati Uniti come ha preannunciato il neo presidente Barack Obama, che consapevole dell’importanza di un settore quale quello automobilistico per l’economia americana e per l’occupazione, non può fare a meno di sostenerlo, senza però rinunciare all’opportunità di utilizzare gli aiuti economici per affrontare anche la necessaria riconversione in chiave sostenibile del comparto e del contributo che questo potrebbe dare per ridurre le emissioni climalteranti.
Un combinato disposto che vale anche per il nostro paese, in cui la filiera dell’auto contribuisce per il 7% pil e che sostiene il reddito di un milione di persone. Ma che sino ad ora non ha dato un contributo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Sarebbe l’occasione per iniziare.
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