Una vera politica di sinistra si respira e si vive a Torino. Soprattutto quando si parla del businness dei rifiuti, ovvero della costruzione degli inceneritori. E gli episodi che vado qui descrivendo lo dimostrano bene di Davide Pelanda
Cominciamo a dire che c’è un supermanager di una ditta italiana che ha sulle spalle ben otto condanne tutte patteggiate e che andrà a gestire la costruzione del termovalorizzatore torinese. Si tratta di Enzo Papi a fare il suo rientro con un curriculum davvero eccellente. Da Tangentopoli infatti, Papi è passato al vertice da una decade di Termomeccanica Ecologia Spa, società consociata (Intesa Sanpaolo è la principale azionista ndr) che ha vinto l’appalto per la costruzione dell’inceneritore sabaudo.
Un ritorno in Piemonte per Papi, nato sessant’anni fa in provincia di Livorno, padre muratore e madre cuoca, laurea in Economia e Commercio, si formò alla scuola Fiat dove fece un’ottima carriera: dal 1977 al 1992 divenendo manager alla Fiat Allis Usa, poi alla Tecdis fino ad arrivare alla Cogefar Impresit. Carriera che fu stoppata da Antonio Di Pietro quando era magistrato che ne ordinò l’arresto. Di Pietro però trovò in Papi un ottimo collaboratore. Fu don Luigi Melesi, vice cappellano del carcere, al magistrato che il suo confidente avrebbe intenzione di collaborare, ma che “ciò gli è impedito dalle sollecitazioni del suo difensore avvocato Chiusano, il quale continua a ribadirgli di attendere ancora”. Il religioso confida a Di Pietro che Papi è disperato a tal punto da meditare il suicidio “se non fosse per la Bibbia che gli ho consegnato e che lui legge, se non fosse per la mia presenza e per il pensiero di sua moglie e dei figli”. Il magistrato autorizzò allora gli arresti domiciliari sperando in una sua collaborazione. Cosa che fece: Papi descrisse infatti il vasto sistema di pagamenti ai partiti quali Dc, Psi, Pci da parte delle principali imprese italiane, ammettendo anche di aver consegnato a Maurizio Prada, presidente dell’Atm e segretario reggente della Dc milanese, “intorno al miliardo e ottocento milioni per questioni relative alla costruzione del passante ferroviario … pagati estero su estero, prelevati da una società del Camerun … transitando per la Svizzera attraverso Panama”.
Per questo e per altre rivelazioni fu poi scarcerato divenendo, per i giudici torinesi, un prezioso aiuto e li aiutò a svelare la Tangentopoli piemontese. In primis egli coinvolse anche Primo Greganti che in parte ammise il sistema tangentizio per ottenere le grandi opere.
Soprannominato “Cow Boy” per la faccia contadina e i modi spicci, famoso per non essere mai apparso in fotografia, Papi dovette poi presentarsi in svariate Procure e Tribunali d’Italia per vari reati: dalla violazione delle norme sui finanziamenti ai partiti alla corruzione giungendo anche alla “turbata libertà degli incanti”.
Ora dal 1995, dopo l’interruzione di Tangentopoli, Papi ha ricominciato la sua fulgida carriera scalando anche i vertici della sede di La Spezia di Confindustria di cui oggi è presidente. Nell’accettare detto incarico a cui è stato eletto, ha promesso di portare la filosofia “del fare” nell’associazione pur dichiarando di voler assemblare una squadra di collaboratori che “non rompa con le esperienze passate”.
Va detto anche che Termomeccanica colonia Spa nella gara d’appalto ha battuto la società francese Construsction Industrielle de la Mediterranée.
Una politica dei “furbetti” dell’incenerimento
Un’altra buona mossa politica “di sinistra” è stata quella di un parlamentare del Pd torinese di voler strappare dal Governo romano i fondi ex-CIP6 (ora Certificati Verdi, vera truffa ai danni dei cittadini) per costruire sempre dell’impianto per bruciare i rifiuti nel capoluogo torinese.
È ciò che è successo ai primi di dicembre quando un esponente del Pd torinese, l’onorevole Stefano Esposito assieme ad altri colleghi di partito e una compagine più larga di An (l’on. Ghiglia) e della Lega ha portato a casa una fiumana di soldi: una ventina di milioni di euro all’anno per quindici anni in forma di Certificati Verdi (verdi!) per la costruzione dell’inceneritore Gerbido di Torino.
Esposito non siede solo a Montecitorio. Ha un’anima aziendale pronunciata. Infatti è anche presidente della SETA S.p.A., un’azienda che si occupa di rifiuti ed è «unicamente partecipata da soggetti pubblici, siano essi Enti locali o AMIAT S.p.A. – si legge nel loro sito – i quali esercitano le funzioni di controllo e di governo della Società attraverso la nomina del Consiglio di Amministrazione e la partecipazione diretta alle assemblee ordinarie e straordinarie, dove vengono assunte le decisioni operative strategiche».
Sempre nel sito possiamo ancora leggere che la SETA S.p.A. è nata per obbedire ai «principi di separazione tra i compiti di indirizzo e governo del sistema di gestione integrata dei rifiuti». Belle parole, per dire che il servizio non è più in mano ai consorzi di un tempo, ma alle società di capitali, strumenti con l’agilità dei privati, ma dietro le quali ci sono i comuni interessati.
Le cronache di questi giorni ovunque in Italia segnalano che il gioco bipartisan su questi temi è scabroso, ma viene ancora rivendicato con incredibile orgoglio. Nel caso piemontese, questo modo di fare politica ha visto l’esultanza dei promotori come una “buona politica bipartisan” e l’onorevole Esposito è stato visto come un ottimo tessitore di una raffinata mediazione politica. Probabilmente però l’operazione sarà bocciata da buona parte del gruppo parlamentare dello stesso Pd, che ha già presentato molti emendamenti che si mettono di traverso rispetto all’intesa cordiale fra Esposito, Ghiglia e la Lega. I parlamentari piemontesi citati, assieme ad Antonio Boccuzzi, Giacomo Portas, Marco Calgaro (ex-vicesindaco di Torino) e Giorgio Merlo, hanno annunciato invece che voteranno contro l’emendamento presentato dal loro gruppo nazionale, in pieno accordo con il governo Berlusconi.
Una politica per nulla ambientalista
Sono in molti a non mandare giù questa politica dei “furbetti” come ad esempio Gianna De Masi, consigliera provinciale dei Verdi, oppure Legambiente Piemonte e Legambiente Valle d’Aosta, o anche ProNatura i quali citano anche un approfondito studio del Politecnico commissionato dalla Provincia di Torino.
La consigliera De Masi a causa di questa situazione è uscita dalla maggioranza di centrosinistra che regge la Provincia scrivendo una lunga e sofferta lettera. «Essere posti di fronte a due interpretazioni di uno studio così confliggenti fra loro – ha scritto De Masi – avrebbe dovuto immediatamente porre la questione di una revisione del piano provinciale dei rifiuti.
Si preferisce invece tirare diritto: non si discute, malgrado sul territorio le proteste continuino forti e da ProNatura, Legambiente e altre associazioni ambientaliste osi scrivano valutazioni fortemente contrarie al secondo inceneritore, sostenute da una critica più di fondo sulla scelta in sé dell’incenerimento nel suo complesso.
A settembre i consiglieri provinciali avevano incontrato la direzione dell’impianto di Vedelago, in provincia di Treviso, dove si adottano soluzioni di trattamento “a freddo”. Non è seguito nessun approfondimento in commissione, nessun impegno almeno a sperimentare una soluzione. Un viaggio inutile. La giunta va avanti come un carro armato, nessun ripensamento».
Gianna De Masi attacca anche Esposito: «un esponente del Pd, che dovrebbe rappresentare il nostro territorio, si è fortemente attivato per far ritornare i famigerati CIP6, vera truffa ai danni dei cittadini». La tardiva marcia indietro del Partito democratico contro tale iniziativa non sarà certo sufficiente a bloccare i danni prodotti in pieno accordo con il nostro “beneamato” governo.
Come dicevamo anche Legambiente Piemonte-Valle d’Aosta e ProNatura hanno preso carta e penna scrivendo una Lettera aperta indirizzata al sindaco di Torino Sergio Chiamparino, al Presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta ed all’onorevole del Pd piemontese Stefano Esposito.
«Abbiamo osservato, seppur da lontano – essi scrivono – il vostro iper attivismo, quasi l’esultanza verso quella deroga strappata dai parlamentari piemontesi S. Esposito (Pd) ed A. Ghiglia (AN), anzi il vostro plauso si ingigantiva come esempio di nuovo modo di fare buona politica».
I firmatari di questa lettera aperta riferiscono che viene usata la tecnica della paura «una triste costante di un certo modo di fare politica, di qui la litania consueta e collaudata “ci dovete dare gli incentivi…” , “i lavori debbono partire…” , “ci troveremo come a Napoli…”». Paure alimentate da chi vuole l’inceneritore soprattutto dopo che il Consiglio di Stato ha sospeso l’avvio dei lavori dell’inceneritore torinese del Gerbido.
Inoltre, ci ricordano sempre gli ambientalisti, l’Italia è sotto infrazione dall’Unione Europea proprio per i Certificati Verdi «unico paese che incentiva gli inceneritori per la parte non biodegradabile dei rifiuti, falsando in questo modo le condizioni di concorrenza con gli altri paesi comunitari. Infatti in tutti i paesi europei gli inceneritori non solo non sono incentivati ma gli impianti pagano le tasse come qualsiasi altra attività imprenditoriale». Basti solo pensare che l’immondizia all’impianto torinese costerebbe 147 euro a tonnellata.
Ma la domanda degli ambientalisti sorge spontanea: «Chi pagherà le sanzioni che riceveremo dall’Europa per questa nuova proroga?
Gli inceneritori ricevono gli incentivi e scaricano sulla collettività i costi delle sanzioni, oltre a quelli sanitari».
Ed è dal 1992 che l’incentivo per gli inceneritori viene sottratto come imposta agli italiani per “energie rinnovabili o assimilate” , parolina quest’ultima aggiunta da qualche politico “furbetto”.
«Da quella data ad oggi – scrivono ancora Legambiente e ProNatura – si calcola che circa l’80% dei 53 miliardi di euro ricavati per incentivare le fonti energetiche rinnovabili siano finite nelle tasche dei vari Moratti, Marcegaglia, Garrone ecc. insomma tutti coloro che smaltivano i residui delle loro attività industriali facendo profitti a spese della collettività».
Eppure i famosi CIP6 erano stati aboliti e poi rimessi sembrava solo ed esclusivamente per l’emergenza Campania. Ma l’illegalità invece continua ad essere. Ed è richiesta con spirito campanilistico, come abbiamo detto, dai parlamentari piemontesi del Pd.
«Solo l’esasperato egoismo può indurre a sostenere che con gli incentivi i cittadini risparmieranno sulla tariffa rifiuti. Forse la verità è che i costi saranno molto alti, a causa di scelte fatte dai politici in poltrona oggi, ma che ci lasciano eredità pesantissime domani» scrivono ancora nella missiva gli ambientalisti.
Basti pensare che i costi dell’inceneritore sabaudo del Gerbido ammontano, come da preventivo, a circa 500 milioni di euro di cui i finanziamenti bancari ammontano a 412 milioni di euro arrivati con mutui che alla fine dovranno essere restituiti «sperando che non vi siano nascoste spericolate operazioni di finanza creativa che si rivelino nel tempo, come recentemente sta spesso accadendo, veri e propri boomerang».
Tali costi vogliono dire che per almeno 20 anni graveranno sulle tasche dei contribuenti piemontesi.
Alla missiva è anche allegata una tabella molto chiara ed esplicita dove vengono riportati i calcoli della composizione media dei rifiuti residui dopo il 65% della raccolta differenziata così come definisce la legge e che «dimostra come – scrivono ancora gli ambientalisti – nel caso che in Italia si volesse finanziare l’incenerimento della parte biodegradabile dei rifiuti (la sola parte dei rifiuti consentita dalla comunità europea, ma praticato da una minoranza di stati membri), la quota del 51% di finanziamento, da Voi sponsorizzata, trova riscontro nel peso delle frazioni biodegradabili ma non nel loro apporto energetico che è un misero 34,8% ».
Ma è facilmente dimostrabile, dicono sempre gli ambientalisti che «un futuro senza inceneritori non solo è possibile ma anche vantaggioso economicamente».
In questo dibattito si è inserito anche Paul Connett, professore emerito di Chimica presso la St. Lawrence University di New York e membro dell’associazione internazionale “ZERO WASTE INTERNATIONAL ALLIANCE” (ALLEANZA INTERNAZIONALE RIFIUTI ZERO), che in una lettera indirizzata alla Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso racconta di aver percorso in questi anni almeno 40 volte l’Italia da Nord a Sud con incontri, conferenze e convegni, parlando con centinaia di persone qualificate sulla gestione dei rifiuti domestici. Dunque ritiene di conoscere bene la situazione italiana in merito al trattamento dei rifiuti domestici.
E si sente in dovere di dare un’informazione e sottoporle due raccomandazioni alla Presidente.
«Sono del tutto convinto – scrive Connett – che gli inceneritori siano pericolosi per la salute umana e assolutamente antieconomici. Molti inceneritori, che sono stati costruiti in passato in varie nazioni, oggi sono stati abbandonati e sostituiti con impianti di riciclo dei rifiuti. Io ho una enorme documentazione internazionale su questo argomento e sarei felice di metterla a sua disposizione.
La mia raccomandazione è quella di evitare di costruire nuovi inceneritori o di rammodernare i vecchi impianti in Piemonte.
Inoltre gradirei raccomandarle di incentivare la riduzione dei rifiuti, la raccolta “porta a porta” ed il riciclo dei rifiuti stessi». Anche dall’America un segnale forte di abbandonare la costruzione degli inceneritori. Della risposta della Bresso al professore però non v’è traccia. Sempre che gli abbia scritto.
Davide Pelanda
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