Un incontro di approfondimento per capire le origini storico-politiche del dramma che si sta consumando nella Repubblica Democratica del Congo. Lo organizza l’associazione padovana “Amici dei popoli”, con il patrocinio del comune di Padova e l’adesione di una dozzina di organizzazioni che hanno a cuore il paese africano.
Ma l’attenzione e il sostegno all’emergenza Congo si concretizzano in forme diverse in Italia. Riportiamo alcune considerazioni di padre Silvio Turazzi, al termine della settimana di digiuno organizzata a Roma con la comunità congolese.
«Un istante di silenzio per i profughi del Congo: un minuto di silenzio per chi non ha voce per urlare, per chi non ha forza di farsi valere. Un minuto di silenzio per chi scappa dalla propria vita, per chi si getta in un fiume senza sapere nuotare. Un minuto di silenzio per chi è vittima del proprio destino, per chi porta le ferite di un’antica e nuova violenza. Un minuto di silenzio per chi si trascina su una strada di cui non si conosce la fine, per chi si siede stanco e non si alza più. Un minuto di silenzio perché lo straziante sussurro di dolore possa essere da tutto il mondo udito. E’ un sms di Caterina Ferioli, una ragazza di Ferrara. Ha 17 anni. E’ la voce “pulita” di tante persone che hanno condiviso con il digiuno qualcosa della gente del Kivu. Domenica 23 novembre ho partecipato a un’assemblea. Alla fine dell’incontro ognuno dei presenti ha preso nel cesto “il giorno del proprio digiuno”, poi la cartolina per la pace nel Kivu da spedire al Ministro degli esteri. Le adesioni all’appello sono più di 600, gruppi, associazioni, individui. La partecipazione al digiuno ha coinvolto tante comunità e persone. E’ difficile precisare il numero. Il risultato esprime una sensibilità e il desiderio di una pace vera: il rifiuto e la vergogna dei massacri, e degli spostamenti forzati di intere popolazioni, di rispondere ai problemi (o di volerli creare per pescare nel torbido) con la violenza e la menzogna; la voglia di rapporti diversi tra i popoli e di assicurare a tutti pari dignità. Il digiuno ci ha insegnato che possiamo vivere con maggiore sobrietà. “Posso, saltare un pasto, fare un’uscita di meno…”: così mi hanno detto varie persone. Sì, possiamo dipendere meno dalle cose, ascoltare semplicemente gli altri, e in fondo essere più liberi. Insieme.
Il silenzio uccide.
Nella Repubblica Democratica del Congo 12 anni di guerra, 5 milioni di morti, e oggi nel Nord Kivu più di 1.600.000 sfollati, e morti senza numero. A gennaio mi hanno portato nel campo improvvisato di Mugunga, tra sassi e sterpaglie alle pendici del vulcano. Erano famiglie di contadini costrette a cercare la sopravvivenza in condizioni disumane. Mi hanno consegnato una lettera per i rappresentanti riuniti nella conferenza per la pace a Goma. Speravano il ritorno in pace nei loro campi. Oggi il numero è raddoppiato… il nuovo Esodo. Alla strage di Mushaki è seguita quella di Kiwanja nei pressi di Rutchuru.
Ho paura. Ho paura che il silenzio copra ancora una volta il mare di dolore che sta sconvolgendo intere popolazioni. Un tempo ci dicevano: “Non ci sono immagini”. Oggi le notizie sono state date, le immagini sono davanti agli occhi di tutti. La BBC e France 24 hanno documentato il terrore, le stragi, le fughe forzate di povera gente smarrita e indifesa, seguita spesso da blindati ONU in ritirata. No. Non possiamo accettare. “Tutti siamo responsabili di tutti” ripeteva spesso papa Wojtyla. Non possiamo essere passivi. Dopo avere ascoltato il grido della gente, le proposte di loro rappresentanti qualificati, chiediamo al Ministro degli esteri di esprimere la nostra solidarietà con lo Stato di diritto nato dalle recenti elezioni, di promuovere ed appoggiare nella sede UE e ONU decisioni concrete e immediate per fermare la guerra e affiancare il processo di pace.
Alcuni punti chiari sono emersi in questi ultimi tempi; condivisi dalle confessioni religiose congolesi e da vari osservatori internazionali, motivano anche il nostro impegno.
1) La guerra in Congo è “una guerra paravento per coprire il saccheggio delle ricchezze minerarie del paese” (messaggio dei vescovi congolesi).
2) I contratti minerari con la Cina, una fetta importante, fanno problema alle altre potenze. Il commercio illegale delle ricchezze è il vero motivo della guerra; sono anche la fonte del finanziamento dei gruppi ribelli e del traffico delle armi. Il parlamento dell’UE ha proposto il 21 novembre di applicare un sistema per conoscere l’origine delle risorse minerarie come è stato fatto per i diamanti (Kimberlay), e sorvegliare le importazioni.
3) La presenza delle forze dell’ONU non risponde al bisogno della situazione attuale, la gente non è protetta. La qualificazione e il rafforzamento della Monuc anche con l’impegno diretto dell’UE è vista necessaria per proteggere efficacemente la popolazione e fermare i responsabili dei crimini in corso.
4) Urge l’organizzazione di una rapida ed efficace azione umanitaria.
5) La Corte Penale internazionale ha emanato il mandato di arresto nei confronti di Bosco Ntaganda, accusato di avere partecipato a crimini contro l’umanità. Dopo la strage di Kiwanja dove sono state uccise, porta a porta, più di 200 persone (documentata dalla Croce Rossa, dalla televisione britannica e francese, denunciata da M. Alan Doss responsabile della MONUC) i deputati del Nord Kivu, il segretariato della società civile congolese chiedono l’intervento del CPI per giudicare i fatti avvenuti e la responsabilità di Laurent Nkunda (generale ribelle), per il quale sono già state depositate altre denunce dal governo congolese e da organismi internazionali.
Verità e riconciliazione.
Un sogno? Eppure questa è la strada della saggezza e della tradizione africana emersa nell’esperienza del Sud Africa con i suoi leaders Desmond Tutu, Nelson Mandela. Il 4 novembre una delegazione di donne del Nord Kivu si è recata a Kigali chiedendo a Paul Kagame (Rwanda) di ritirare le sue truppe in R.D.Congo e di fare pressione su Nkunda per tornare agli accordi di pace “Amani” firmati a Goma nel gennaio scorso. Esse hanno chiesto di cercare una soluzione politica ai problemi tra i due paesi anziché ricorrere alle armi. La stessa delegazione si recherà a Kinshasa, a Bujumbura (Burundi) e a Kampala (Uganda), per fare pressione sui dirigenti politici dei Grandi Laghi. E’ la diplomazia del cuore che crede e vuole il cambiamento mettendo fiducia nella coscienza. Il gesto mi fa pensare. Perché non invitare anche Nkunda e gli altri responsabili delle atrocità di questi giorni al tribunale della coscienza, secondo lo spirito dei tribunali “verità e riconciliazione” che hanno aperto in Sud Africa una nuova strada al diritto internazionale, basata sul riconoscimento della colpa e sul perdono come elementi giuridici e politici?
Vogliamo anche noi insieme a tanti altri che il mondo sia fondamentalmente cambiato, e vogliamo contribuire a costruire un mondo di giustizia di pace senza violenza, senza fame. Queste affermazioni sono “vere” quando la sobrietà diventa il nostro stile di vita, i rapporti con gli altri sono vissuti nel dialogo sincero aperto alla verità (sempre oltre ciascuno di noi), e quando il nostro pane è condiviso a partire dal bisogno dei più deboli.
Scrivo ad amici credenti e non, so di poter esprime una preghiera. Ti chiedo, Signore, donaci lo spirito della profezia semplice, di cercare con pazienza i punti di convergenza e di verità che sono presenti in ciascuno; di partire sempre dalle vittime, da chi meno ha e più soffre, per cominciare e ricominciare il cammino verso la verità e la giustizia. Insieme, con il Tuo aiuto, con l’aiuto di tutti». (padre Silvio Turazzi)
A cura di Cinzia Agostini
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