I negoziati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio tenutisi a Ginevra sono crollati. Il tentativo pietoso fatto dal direttore generale Pascal Lamy di proporre ai Paesi più poveri, preoccupati per i prezzi alimentari che crescono e per le fabbriche che chiudono, un magro meccanismo di salvaguardia nel caso in cui le importazioni di alcuni prodotti crescessero all’improvviso del 40%, è sembrata l’ennesima foglia di fico.
La crisi economica e la crisi alimentare hanno messo a nudo l’ipocrisia dei grandi players dell’economia globale, vecchi e nuovi. Dal fallimento della ministeriale di Cancun nel 2003, assistevamo al solito teatrino nel quale le grandi potenze e i Paesi emergenti si accusavano reciprocamente di mancanza di ambizione: chiedevano ingenti aperture dei mercati, senza poi a loro volta concederle. Anziché affrontare le questioni chiave per far sì che le regole commerciali lavorassero a sostegno dello sviluppo dei Paesi poveri, tutta la contesa si è ridotta alla sola questione dell’accesso al mercato nel settore agricolo, dei servizi e dei prodotti industriali. Ma c’è un mondo fuori, e ha detto no. Oggi si apre una pagina nuova per il multilateralismo, ed è tutta da riscrivere. Insieme.
Tradewatch, Osservatorio italiano sul commercio internazionale, promosso da Centro Internazionale Crocevia, CRBM, Fair, Fondazione Banca Etica, Rete Lilliput, Gruppo d’appoggio al movimento contadino africano
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