Il genetista dell´Università di Firenze è stato tra gli autori del “Manifesto per il futuro del cibo” (2003). Ora sta lavorando al nuovo manifesto che riguarderà cambiamenti climatici e agricoltura e che sarà presentato il 27 maggio al parlamento Ue: «Ci si muove sempre più sulle parole che sulle cose che vi stanno dietro. Da questo punto di vista l’esempio dei biocombustibili è interessante, come lo è stato quello degli Ogm» [Lucia Venturi, GreenReport.it]. Il dibattito della competizione tra biocarburanti e produzioni alimentari tra economisti e scienziati si è fatto ancora più acceso con l’aumento del prezzo del cibo, che sta determinando un incredibile aumento delle popolazioni a rischio fame, nel mondo. Tanto che il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick, ha annunciato che ci sarà un miliardo di persone che potrà aggiungersi a quelle che già soffrono la fame nel mondo, se non si pone rimedio al problema.
Nel Manifesto per il futuro del cibo, redatto da una commissione coordinata da Vandana Shiva e voluta dalla regione toscana nel 2003, si metteva in evidenza il fallimento di un modello agricolo basato sul sistema delle multinazionali, che non ha assicurato né cibo al Sud del mondo né sicurezza alimentare al Nord del mondo, traducendosi piuttosto in gravi danni per il patrimonio ambientale e culturale e per la biodiversità. Adesso il fallimento anche delle politiche energetiche basate sulle fonti fossili rischia di aggravare la situazione e con la ricerca di alternative nei biocarburanti, di perpetrare gli stessi errori, senza tuttavia ottenere i benefici attesi. Ne abbiamo parlato con Marcello Buiatti, che è stato tra gli estensori di quel Manifesto e che ha lavorato per un altro manifesto commissionato dalla Regione Toscana su Cambiamenti climatici e agricoltura.
«C’è un problema di tipo comunicativo e di immagine, perché ci si muove sempre più sulle parole che sulle cose che vi stanno dietro. Da questo punto di vista l’esempio dei biocombustibili è interessante, come lo è stato quello degli Ogm».
Ci spieghi meglio
«I biocombustibili sono presentati come una produzione redditizia per i coltivatori e a costo zero per le emissioni e quindi come un’alternativa pulita all’energia da petrolio. E già da questo punto di vista è necessario fare un ragionamento: per affermare che un prodotto è costo zero per le emissioni è necessario fare un’analisi del ciclo di vita e valutare tutto il fabbisogno energetico per la sua produzione, per il trasporto e alla fine quello emette quando lo bruci e cosa fai della parte che non ti serve. Se poi oltre al calcolo energetico consideri anche quanto impieghi in altre risorse, ad esempio in termini di acqua, allora diviene evidente che il bilancio finale è in perdita. Se coltivi soia o peggio ancora mais, consumi un’enorme quantità d’acqua e allora poiché si pensa ai biofuel per combattere i cambiamenti climatici, non puoi non tener conto anche di questo aspetto. I cambiamenti climatici ci sono già e ci saranno, si tratta quindi di impostare politiche di mitigazione degli effetti. Da questo punto di vista i biocarburanti hanno un senso se fatti in filiera corta, sui residui etc. altrimenti è difficile sostenere che sono a emissione zero».
C’è poi l’aspetto della competizione con il cibo
«Per questo dicevo che c’è un problema nell’uso delle parole. Non basta mettere l’aggettivo bio o verde per sostenere di aver fatto delle cose giuste e corrette. Vediamo allora chi ci guadagna con i biocarburanti. Si afferma che ci guadagnano i coltivatori. In realtà ci guadagna chi è proprietario di enormi spazi, non certo le popolazioni locali. Non certo i contadini che anzi in questo modo sono diventati braccianti, lavorano due mesi l’anno e il resto vanno ad aggiungersi alle sacche di disgregazione sociale. Quindi sono ancora le multinazionali che ci guadagnano, con questo non voglio lanciare anatemi contro di loro, ma solo evidenziare quale è la realtà».
Quindi ancora un modello agricolo fallimentare?
«Intanto è più corretto parlare di industria che non di agricoltura, che in teoria è emissioni zero ma in realtà non lo è. Poi non si può fare solo un ragionamento di tipo energetico, ma è necessario considerare tutti gli aspetti, ambientali, sociali, economici. E non possiamo permetterci, come ci ha detto la Banca mondiale, di avere un altro miliardo di persone alla fame. A prescindere dal lato etico e morale, ci sono, infatti, altre conseguenze come i conflitti sociali elevatissimi che questo comporterà. Siamo di nuovo di fronte al fallimento di un modello, non c’è dubbio e dobbiamo valutare che le conseguenze si ritorceranno tutte su di noi, anche dal punto di vista economico».
Sta lavorando ad un nuovo Manifesto, ci può dare qualche anticipazione?
«Il manifesto riguarda cambiamenti climatici e agricoltura e c’è un’ampia parte che tratta anche di biofuel e ogm. E’ già pronto e sarà presentato il prossimo 27 maggio al parlamento europeo»
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