Secondo: non è una «macchina» per quelli che ne hanno bisogno e non possono permettersene una più grande, come sono stati per trent’anni e più i cosiddetti «patiti della Cinquecento». E’ invece un’auto per chi ne ha già almeno un’altra o per chi con l’auto nuova vuole togliersi uno sfizio da «amateur», pagando un prezzo che si avvicina a quello di un’auto cosiddetta «d’epoca»: per esempio, una vera Cinquecento.
Terzo: questo è esattamente il senso della sua presentazione al pubblico nell’orribile «notte bianca» di Torino, indetta in onore della Fiat: una festa che, mentre puntava a riconfermare l’antica identificazione della città con una fabbrica che non c’è più, ripropone in questa veste l’obiettivo del suo sindaco: rilanciare la città facendone una sorta di capitale dell’effimero.
Quarto: è stata eletta a simbolo della resurrezione della città-fabbrica per antonomasia, ma non viene prodotta nelle fabbriche della città, dove non impiega neppure un operaio; e nemmeno negli altri stabilimenti del paese, perché la Cinquecento è interamente fabbricata nella Polonia dei feroci gemelli Kaczynski e all’incasso di questo nuovo traguardo gli operai di Mirafiori riscuoteranno soltanto il rilancio dell’immagine della loro azienda e del suo dinamico manager: il cavaliere bianco dell’ultima industria rimasta al paese.
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