IL PUBBLICO ministero militare Antonino Intelisano ha rinviato a giudizio tre alti ufficiali che avevano responsabilità di comando alla base «Maestrale» di Nassirya dove il 12 novembre 2003 17 soldati italiani e due civili furono uccisi da un attacco kamikaze. I tre ufficiali sono accusati di aver colpevolmente smesso di approntare misure idonee a grantire la sicurezza e devono quindi rispondere della violazione dell’articolo 98 del Codice penale militare di guerra (“Omissione di provvedimenti per la sicurezza militare”). [Massimo Fini] SULLA MISSIONE in Iraq di ieri e su quella in Afganistan di oggi bisogna uscire al più presto dalle tartuferie e tornare alle vecchie, care e sane regole di una volta. Se sono «missioni di pace» non si può applicare il Codice di guerra. Se invece sono guerre, come in effetti sono, con tutta evidenza, allora le cose cambiano. Ma ai soldati bisogna dirlo prima.
E SE SON GUERRE, come in effetti sono, allora è parimenti assurda l’incriminazione per «omicidio volontario», elevata dallo stesso Intelisano, di quel guerrigliero iracheno che uccise il mitragliere italiano che, arma in pugno, gli stava volando sopra con un elicottero. A meno che non si voglia sostenere che, in guerra, il nemico non ha più nemmeno il diritto di difendersi e che se lo fa è un criminale. Che mi pare sia, oggi, l’inaudita pretesa dell’Occidente per cui solo noi possiamo legittimamente colpire, gli altri no. Così, per lo stesso motivo, è assurda l’incriminazione di Abu Omar al Kurdi, l’ideatore dell’attacco a Nassiriya.
IN UNA LOGICA di guerra fu un legittimo attacco ad un obiettivo militare di truppe occupanti. E gli ufficiali di Nassirya non sono colpevoli di niente, così come i poveri morti di quell’attacco non sono degli eroi (gli eroi sono un’altra cosa). Sono stati solo degli ingenui che hanno creduto alle parole dei politici.
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