Un nuovo Berlusconi potrebbe rischiare di nascere anche in Giappone. La candidatura alla presidenza dello stato nipponico da parte del Partito Liberaldemocratico, oggi guidato dal premier uscente Junichiro Koizumi, ormai ufficializzata lo scorso agosto 2006, nella persona di Shinzo Abe, ha creato diverse perplessità e destato preoccupazione di altrettanta portata negli animi dei giornalisti del Paese del Sol Levante [Alessandro Rizzo].
Già in passato Abe ha avuto modo di presentarsi come un censore della libertà di critica nei suoi riguardi e come un persecutore di coloro che, esercitando a pieno titolo la propria attività in libertà, si sono permessi di giudicare in negativo alcune sue caratteristiche e alcuni suoi comportamenti, politici e personali. Varie sono state le citazioni in giudizio da lui promosse contro alcuni giornalisti, e la volontà di proseguire su questa strada non è certamente venuta meno in Abe, soprattutto in vista di una sua possibile premiership, succedendo a Koizumi alla guida del Giappone.
I nipponici non sono abituati a tale ingerenza del potere nelle scelte giornalistiche e informative della stampa: una piena autonomia rende chiaramente democratico il sistema informativo a tal punto che, in passato, i vari Capi di Governo non si sono mai permessi, e mai avrebbero pensato di farlo, di citare in giudizio e portare in tribunale alcuni giornalisti, anche se loro accaniti oppositori. Oggi, però, questo pericolo sembra reale.
Ad Abe piace essere intervistato, rilasciare dichiarazioni, parlare alla stampa ma solo se si parla di temi a lui graditi e non fastidiosi: le strategie militari contro la Corea o la Cina, per esempio, sono il suo piatto forte, come si suole dire. Se si toccano, però, alcuni nervi scoperti, Abe è capace addirittura di perseguire il giornalista di turno su ogni fronte e con ogni mezzo giudiziario. Tra i temi non graditi al “premier in erba” ricordiamo innanzitutto il proprio curriculum scolastico, non certamente brillante si considera da più parti, oppure l’economia e la finanza, temi questi pericolosi in termini di abbassamento dei consensi. La filosofia di Abe è chiara: ascoltate quello che ho da dirvi, ma solo quello che voglio dirvi; se vi azzardate di toccare questioni che io ritengo a me non gradite potreste essere soggetti a ritorsioni giudiziarie.
Sembra vedere i documentari storici dove statisti totalitari venivano ripresi mentre concordano con l’intervistatore le domande, oppure mentre scelgono i giornalisti accondiscendenti prima di ogni conferenza stampa. D’altronde si sa: da che tempo è tempo a molti potenti piace essere apprezzati e magnificati con complimenti e con applausi, cercando di dare un’immagine edulcorata di sé al lettore, una rappresentazione ingannevole, non reale, ma accattivante.
Persuadere con la forza occulta dei media è un compito a cui alcuni uomini di governo sono da sempre avvezzi: dai rotocalchi in salsa mielata, come quelli della storia familiare fatto di sole immagini, quindi senza troppi discorsi scritti, distribuita a suo tempo in Italia in ogni casa dal “Rodomonte di Arcore”, alle interviste pilotate. In più occasioni mi succede di fare, in tale circostanza, un parallelo con Nerone quando suonava senza averne le capacità la sua cetra e tutti i suoi servitori della sua corte erano sottoposti a questo infinito strazio, obbligati a manifestare il proprio falso apprezzamento per doti artistiche inesistenti: chi si fosse permesso gridare “il re è nudo” avrebbe, ai tempi, sicuramente rischiato la propria pelle.
Oggi non si rischia tanto, ma certamente si può perdere la propria libertà e la propria autonomia di pensiero.
Alessandro Rizzo
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