In questo paese si sono tenute delle elezioni con un prologo sporco ed una fattezza abbastanza turpe. Le autorità elettorali, rifuggendo la volontà di dare certezza agli elettori, hanno consegnato il trionfo al rappresentante di un partito neointegralista cattolico, già presente nel potere nazionale, per la ridicola differenza di un quarto di milione di voti. La dissidenza della coalizione di centro-sinistra ha fatto appello alla resistenza civile con una richiesta precisa ?voto per voto, sezione per sezione?, chiedendo un nuovo conteggio generale dei voti. Se i vincitori erano così sicuri del loro trionfo perché non confermarlo con un riconteggio dei voti? di Paco Ignacio Taibo II (traduzione di Olindo Ionta per Cani Sciolti)
Ma dentro di questa storia ce n’è un’altra.
Aspetto il nostro turno davanti alla rigida immagine di questo Juarez per sviati che presiede il centro dell’Alameda. La poetessa Ana Maria Jaramillo legge, dinanzi a un paio di centinaia di attenti cittadini, un lungo poema sulla sua gioventù e sulla sua infanzia; pochi minuti prima una compagna cantautrice ha provato con i versi di Silvio Rodriguez; dopo, con lo storico Pedro Salmerón, ci incaricheremo del microfono per tenere una conferenza sull’altro Juarez, il testardo, il ribelle, quello che sistemò il clero nella guerra di Reforma, quello che ha mantenuto l’esistenza della nazione dalla sua carrozza durante l’invasione francese. Dopo di noi si incaricherà del tempietto [2] una danzatrice del ventre ed un compagno che informerà sulla situazione del movimento ispano negli Stati Uniti. Ad un certo momento ci saranno quasi un migliaio di persone ascoltando seriamente.
Alla fine, e dopo aver giurato e rigiurato (quel che si chiama pressione del pubblico), che questo corso di storia alternativa del Messico si sarebbe tenuto tutti i giorni a mezzogiorno e mezzo, ricevo come premio per il mio intervento un tamal [3] che mi regala il compagno Jesus ed un sacco di paternali per andarmene in giro bevendo Coca-Cola, nonostante abbia spiegato che anche il Che la beveva e che inoltre era confezionata dagli onesti operai di Tlanepantla che sono a favore del movimento. Minaccia di piovere. Cammino verso la fine dell’accampamento.
Per lo meno una dozzina di kilometri di tende divide la città e la ferisce. Una massiccia mobilitazione contro la frode elettorale si è trasformata in un accampamento centrale nello Zocalo più 16 altri accampamenti (che ora saranno diventati 20 perché si è rinforzata la zona più arida del Paseo de la Reforma). Ogni accampamento a sua volta è diviso in gruppi, ognuno dei quali con un’enorme autonomia.
Con questa abilità nel tirar su città di legno e cartone che la precarietà della società messicana ha creato in risposta alla miseria, il movimento ha dispiegato durante dieci giorni una attività immensa, folle. Montando tende, gazebi, collocando televisori, pedane, reti. Ha creato centinaia di posti ristoro collettivo, due dozzine di bagni, gabinetti, pubblicità, cartelloni fatti a mano, punti di informazione. Decine di migliaia di persone hanno preso parte al progetto, chissà centinaia. È la molteplice capacità di organizzarsi di una società di paria che ha generato una ricchezza immensa, dopo molti anni di lotte sociali alle spalle.
Ed è popolare, molto popolare. Fastidiosamente popolare per una nazio-borghesia che manifesta la sua lamentevole assenza di spirito patriottico e nazionale al grido di “Fatela finita maledetti poveri”.
Il peggio che si possa dire degli accampamenti lo hanno ripetuto i mezzi di comunicazione fino alla sazietà ed alla noia: che bloccano arterie importanti rendendo un disastro la viabilità del centro. Tutto questo si sarebbe potuto evitare, chissà concentrando gli accampamenti, evitando una dispersione che chissà lascia vuoti 500-600 metri di questo immenso corridoio stracolmo di attività. Chissà se così si sarebbero potute evitare le discussioni con onesti impiegati, taxisti, lavoratori che non hanno niente a che fare con la frode elettorale.
Ma al di là dell’errore (a volte il movimento pecca di superbia) quel che si sta discutendo è troppo grande e troppo importante per cadere nell’imbroglio di questo falso dibattito. Ciò che si sta discutendo è se questo paese si salverà una volta per tutte dalla frode elettorale come meccanismo di selezione di un presidente.
L’accampamento dell’Alameda, coordinato dai perredistas [4] di Itzcalco e diretti da Erasto Ensástiga, prossimo deputato, è una festa. Lì alcuni promotori culturali, il poeta Marco Antonio Laison y Sergio Gómez, hanno ribaltato l’esperienza di questi ultimi anni montando un gazebo di attività continue, un libro club, una biblioteca mobile, un club di scacchi (curiosa costante in molti accampamenti). A pochi metri c’è un secondo spazio per le conferenze, dove quando sono arrivato c’era una conferenza sulla sessualità femminile. Mi dicono che Gabino Palomares ha cantato mezz’ora prima nell’accampamento vicino, qualcun altro mi dice che nell’accampamento 1, a Madero, dei compagni di Cuahutemoc, c’è stata un’esibizione di poeti. Intanto a pochi metri in un piccolo accampamento di studenti si alternano i dibattiti sulla situazione politica internazionale a dischi di opera.
Durante questi nove giorni mi sono trasformato in un cittadino di questa metropoli pedonale che restituisce una strana dimensione alle vecchie strade. Attraverso Insurgentes con il mio amico Gandhi (non c’era nome più cazzuto in tempi come questi) e vado in direzione dell’accampamento di Tláhuac per parlare di nuovo delle storie del prete Hidalgo, quando una donna co-pilota di una macchina rossa si dedica ad insultarci con sincera vocazione. Una ragazza al nostro fianco gli restituisce gli strilli “Strega! Portatela al manicomio di Tlalpan”-dice al marito che suona il clacson furioso. Ci mettiamo a ridere e salutiamo la signora con una riverenza che la fa infuriare ancora di più.
Mi dicono che questo è il posto degli insulti e che qualcuno ha anche messo un cartellone “se sei d’accordo con Lopez Obrador suona il clacson”. Con il quale hanno neutralizzato i rincari ma non i clacson solitari.
Il giorno dopo cammino verso la Glorieta de Colon, dove scopro il narratore di scienza-dipendenti García Junco che coordinava uno spettacolo dal titolo “Danzando per la democrazia” dove erano alle finali di un concorso di danzón [5]. Per una parte del tragitto mi accompagna un tamburo sinaloense. Durante la passeggiata, sotto le tende scopro gruppi di rock e ska che stavano suonando, burattinai, mimi, meeting informativi, offerte ai defunti.
L’orchestra di San Juan de Aragón suona di fronte ad uno degli accampamenti un pasodoble, giovincelle con clarinetti, trombette, fagotti. Incontro Paco Martínez Marcué che cerca di far si che un gruppo di musica barocca suoni nell’accampamento della Magdalena Contreras.
Ho visto videoclub attivi fino alle 4 del mattino, al meno un centinaio, e Macotela insieme ad altri pittori organizzare un corso di pittura nella Diana.
Durante il fine settimana sono stati organizzate al meno 400 attività culturali negli accampamenti di Madero, Reforma e Juarez. Non parlo del lavoro che Jesusa ed altri compagni stanno realizzando nel grande gazebo centrale allo Zocalo, dove si succedono spettacoli teatrali e musicali, parlo di quello che succede in decine, chissà un centinaio o più, di piccoli scenari distribuiti lungo i kilometri che vanno da Madero alla fonte di Petroleos.
E la varietà è notevole. Poco a poco il teatro ha iniziato ad avere spazio negli accampamenti: Sergio Bustamente mette in scena un piccolo monologo di otto minuti dal titolo El Merolico; Fernando Bonilla uno spettacolo chiamato Los dos gallos
I grafici si sono lasciati andare: murales (ce n’è uno eccellente, il cui autore non ho potuto identificare, nelle vicinanze della statua di Colon), cartelloni (una meravigliosa rivisitazione de “Il grido” di Munch, che porta la firma di Fabiola), centinaia di copie delle caricature politiche di Helguera, El Fisgón, Magú, Rocha. Migliaia di cartelli cittadini che esprimono opinioni, utilizzano l’umore e le burla come strumento di lotta. Da Madero fino alla statua di Colon la hit-parade la vince una canzone di Gabino Palomares intitolata “Salimos”, l’avrò ascoltata mezza dozzina di volte: “salimos a la calle y los balcones a defender la patria y el honor [6]”.
Risulta affascinante il ruolo dei lavoratori culturali in questo accampamento e con questo non voglio intendere una dozzina di novellisti conosciuti, quattro gruppi musicali e una dozzina di attori famosi. Mi riferisco a migliaia di creatori e attivisti culturali: caricaturisti politici, pittori, muralisti, poeti, ballerini di danza classica, ballerini esotici, cantanti di rancheras [7], cantautori, storici, giornalisti, speaker radiofonici, promotori di radio libere, sound system, gruppi di mariachis, quartetti di musica da camera, videasti, documentaristi, organizzatori di videoclub popolari, orchestre di danzón e musica tropicale, metallari, raccontatori, raccontastorie, filosofi, sessuologi, esperti in medicine alternative.
Molti di loro hanno incontrato qui il pubblico che la società del consumo gli ha negato, molti generosamente investono il loro tempo e i loro talenti gratuitamente in qusta gente avida e sorridente che come sempre nel migliore dei Messico, hanno fatto della ribellione una festa.
Qualcuno dovrebbe lasciare un resoconto migliore di questo, redatto come si deve, di questa piccola rivoluzione culturale. Coloro che stiamo vivendo quest’esperienza difficlmente la dimenticheremo.
Una donna vende fichi d’india seduta sopra una coperta, un cartello dice “voto per voto, fichi d’india a cinque pesos”. In questo spazio liberato non deve pagare la licenza a nessuno, non deve chiedere permesso a nessuno e non deve pagare tasse a nessuno. Ascolta a tutto volume l’apertura di Wagner a metà dell’Avenida Reforma.
Gli chiedo -ti piace?-
-Per questo mi sono seduta qui- dice.
Paco Igancio Taibo II, La Jornada 13 agosto 2006
Traduzione di Olindo Ionta per Cani Sciolti
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Note:
[1] La guerra di Reforma (1857-1861) in Messico è scoppiata per le differenti posizioni tra conservatori e liberali riguardo il ruolo della Chiesa nelle questioni nazionali divenendo vieppiù violenta e sanguinosa fino a terminare con l’avvento alla presidenza di Benito Juarez.
[2] Riferimento ai tipici chiostri che dominano il centro di ogni piazza (zocalo) delle città messicane (ndt.)
[3] Tradizionali involtini di pasta di mais cotti al vapore in foglie di banano. (ndt.)
[4] Sostenitori del Partido Revoluccionario Democratico (Prd) e del candidato sconfitto Lopez Obrador. (ndt.)
[5] Danza cubana derivata dall’antica contraddanza con ampliamenti e apporti ritmici dei negri di Santiago di Cuba. Fu molto diffusa verso la fine dell’800
[6] “Usciamo per le strade e sui balconi a difendere la patria e l’onore”
[7] Musica tipica del nord messicano ma molto ascoltata in tutto il paese che raccontare gesta, personaggi ed eventi dei ranchos
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