I cinesi ora hanno fame di grano

La Cina ci ha ormai da tempo abituati ai record dei propri ritmi di sviluppo, e alla sua capacità di ridisegnare gli equilibri economici e geopolitici su scala mondiale. Dopo i mercati dell’energia, delle materie prime e dei prodotti manifatturieri, è giunto il momento del settore alimentare. La Fao, nel suo recente rapporto sulle prospettive del mercato è stata chiara: la domanda di cereali mondiale nel prossimo esercizio 2006-07 supererà l’offerta. La produzione cerealicola globale di quest’anno subirà un calo di 10 milioni di tonnellate e una domanda sostenuta che spingerà il commercio mondiale nel 2006 07 a quota 110 milioni di tonnellate [Il Sole 24 Ore].

Anche in questo caso, la Cina sta giocando un ruolo di primo piano, e la comprensione delle dinamiche che si stanno verificando in questo momento nella terra del ” grande dragone” diventa essenziale per fare luce sul futuro del mercato dei prodotti agricoli a livello globale.

Import alimentare. Dal 1950 al 1998, la Cina ha accresciuto la propria produzione cerealicola da 90 milioni di tonnellate a 392 milioni di tonnellate. È stato uno dei maggiori successi economici dell’ultimo mezzo secolo. Ma nel 1998 la produzione ha raggiunto il suo massimo e da allora è andata riducendosi. Nell’ultimo biennio è stata registrata una ripresa nella produzione, ma siamo ben lontani dai livelli raggiunti a fine anni 90, e questo ha messo in serio pericolo la storica autosufficienza alimentare del Paese, inaugurando di fatto un ” capitolo importazioni alimentari” che non aveva mai pesato più di tanto nella bilancia commerciale cinese. I fattori che stanno acuendo la dipendenza della Cina dalle importazioni alimentari, in questo momento sono molteplici. L’urbanizzazione, innanzi tutto.

Se da una parte il settore agricolo continua ad assorbire in Cina il 49% della forza lavoro ( contro l’ 1% negli Usa e il 2% nell’Unione europea), dall’altra, a partire dagli anni ‘ 90, si è verificata una crescita vertiginosa della popolazione urbana, che è passata dal 23,7% del totale nel 1989 al 41,8% nel 2004. Un cambiamento profondo nel tessuto sociale del Paese, che ha ovviamente avuto i suoi riflessi sul consumo e sulla dieta del popolo cinese: se il consumo di carne, pesce, verdura e frutta è cresciuto esponenzialmente, il consumo di cereali riso e grano in particolare è diametralmente diminuito. I nuovi stili di alimentazione si spostano dunque su prodotti a più elevato valore aggiunto, e la conseguenza immediata sul lato della produzione è stata una rapida conversione delle coltivazioni da cereali, che sono passate da 113 milioni di ettari nel 1998 a 99 milioni nel 2003.

Una componente che acuisce la progressiva dipendenza della Cina dalle importazioni alimentari è poi la progressiva erosione del territorio, e le coltivazioni più colpite dall’avanzare del deserto sono proprio quelle cerealicole, che hanno un maggiore fabbisogno di risorse idriche.

Tutti i cambiamenti in atto stanno dunque andando in direzione di una maggiore dipendenza della Cina dalle importazioni alimentari: secondo i calcoli del US Agricultural Department, queste si sono quasi triplicate negli ultimi anni, passando da meno di 11 milioni nel 2002 a 30 milioni nel 2004.

Prezzi e instabilità sociale. È ovvio che il Governo cinese abbia tutte le ragioni per invertire questa tendenza. La dipendenza da importazioni rischia infatti di far levitare i prezzi, con un evidente impatto sulla qualità della vita della popolazione, soprattutto quella rurale, più esposta a rischi di questo genere. La conseguenza sarebbe un aumento dell’instabilità sociale che già inizia a manifestare i primi sintomi e che il Governo non può sicuramente permettersi.

Le soluzioni sono tuttavia difficili da identificare; le conseguenza meno. I cinesi avevano scorte enormi, ma quelle scorte sono ora quasi esaurite. Potrebbero reggere ancora per un paio d’anni; poi dovranno rivolgersi al mercato mondiale per far fronte alle carenze. Quando lo faranno, vorranno importare più cereali di quanti ne abbia mai importato qualsiasi altro Paese nella storia.

Guarderanno per prima cosa agli Stati Uniti, dal momento che questi controllano quasi la metà delle esportazioni cerealicole mondiali, e questo darà luogo ad una nuova ” rivoluzione” degli equilibri mondiali. 1,3 miliardi di consumatori cinesi con un attivo di cento miliardi di dollari rispetto agli Stati Uniti entreranno in competizione alimentare con noi.

E le conseguenza sui prezzi del cibo sono facilmente immaginabili.

Il Sole 24 Ore, 4 luglio 2006

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