A New York si è dato inizio, il 26 giugno scorso, alla Conferenza internazionale dell’ONU sul controllo delle armi leggere. Un momento importante a livello globale atto a considerare l’attuazione e la verifica del Protocollo d’intesa firmato nel 2001 sulle armi leggere. Le cifre ultime dei dati avuti sono realmente impressionanti e indicano quanto sia aumentato in modo esponenziale il commercio e la transazione di armi e di materiali che sono finalizzati a utilizzo militare e bellico. Il dato più preoccupante è quello che indica in circa 1000 morti al giorno il numero di vittime mondiali derivanti dall’utilizzo di armi [Alessandro Rizzo].
L’Unione Europea, nel 1998, in una risoluzione, considerò per armi leggere le armi di piccolo calibro e i loro accessori d’uso militare, nonché quelle trasportabili da una o più persone, animali e piccoli veicoli: la definizione, quanto sembra, è abbastanza lata e piuttosto generica. A questa enunciazione seguono conseguenze che ravvisano caratteri poco trasparenti e alquanto complessi nella transizione interna all’Unione di armi da fuoco. Ricordiamo che negli Stati Uniti la presenza di armi leggere, “small arms”, è stata la causa di 2800 bambini morti ogni anno, mentre 560 di queste vite sono state stroncate da omicidi, 250 da conflitti a fuoco, 50 per causa incidentale, e, infine, 150 per propria mano. Nel bel Paese nel 2006 il commercio di armi è aumentato di circa il 22,6%, nonostante esista una legge, la 185 del 1995, che chiaramente limita la transizione di materiale bellico e da fuoco nelle zone di conflitto permanente, nei Paesi in via di sviluppo e negli stati dove esiste un governo che prevede una spesa militare superore rispetto a quella sociale, ossia per l’istruzione, la sanità e l’educazione.
Il Rapporto dell’Archivio Disarmo parla chiaro e le conseguenze che si traggono sono alquanto drammatiche, tanto che Iansa, la rete civile delle associazioni e delle organizzazioni che da tempo si battono contro l’uso e il commercio, nonché la produzione di armi, ha chiesto di scrivere definitivamente la parola “fine” a tale scempio di vite umane, a un crimine continuo, a un eccidio senza precedenti dalle dimensioni catastrofiche. Non è sostenibile ed è condannabile la presenza di 640 milioni di armi nel mondo, che, secondo una stima, suddivise per la popolazione mondiale, risultano essere una ogni 10 abitanti: la stima è talmente alta che risulta quanto potenziale distruttivo il materiale bellico può generare a livello globale, se si considera che con questa quantità si potrebbe uccidere per ben due volte tutti gli abitanti della terra.
Risuonano ancora fortemente attuali i moniti di Capitini e La Pira, alla luce di tali stime mortali: occorre ora, secondo quanto uscito dalla Conferenza stampa promossa il 27 giugno scorso dalla provincia di Roma e dalle associazioni che da tempo si battono nella campagna “Controllarmi” contro il proliferare di armi da fuoco, definire un accordo internazionale, a cui tutti gli stati possano apporre la propria firma, vincolante e determinante sanzioni internazionali, anche tramite il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, in caso di inottemperanza delle regole statuite, funzionali alla restrizione di un commercio e di una produzione che ha generato vittime innocenti. La proposta è anche quella di rafforzare gli articoli della legge 185, evasa dal governo precedente, soprattutto considerando l’aumento di commercio di armi presso gli stati in via di sviluppo, dove esistono permanenti conflitti. Nonostante si dicesse, come causa giustificativa, che la transazione sia avvenuta non direttamente presso i paesi in stato di conflitto permanente o di instabilità politica, si dovrebbe operare affinché la legge oggi esistente prevedesse un criterio di trasparenza circa ogni movimento di materiale bellico o finalizzato all’utilizzo in scontri da fuoco. Casi di riesportazione di armi da zone destinatarie di un primo passaggio sono stati fino a oggi all’ordine del giorno: è chiaro che il Paese dove maggiormente si è registrato un commercio cospicuo di armi dall’Italia è la Spagna, ma chiaramente si evince che gran parte di tale materiale bellico sia stato destinato a zone di conflitto e di instabilità sociale. In Brasile, per esempio, in Congo Brazzaville, oppure, infine, in Colombia: sono, queste, zone soggette a uno stato di guerra permanente e di conflittualità civile ad alto tasso, e si registrano in queste aree lauti profitti per le aziende di trasporto e di produzione delle armi. Tanto per dare una stima si considerano entrate di circa 1 milione e 600 mila euro per l’esportazione di armi italiane in Colombia e di 6 milioni e mezzo di euro in Congo Brazzaville, nell’asso temporale che va dal 2001 al 2005.
Le armi che maggiormente sono soggette a commercio in queste zone sono le pistole italiane Beretta, il fucile d’assalto tedesco G3 o quello americano M16, le pistole mitragliatrici israeliane Uzi e, per finire, il fucile d’assalto russo Ak47, denominato, in base al suo inventore, Mikhail Timofeevich Kalashnikov.
Ma anche il Brasile è stato destinatario di una grande parte di commercializzazione di armamenti da fuoco, tanto che in questo Paese, dove esiste un alto tasso di criminalità, la presenza di questo materiale omicida genera veri e propri crimini di massa.
La Conferenza dell’ONU è un’occasione che non deve essere considerata inutile e non può definirsi come altro appuntamento internazionale senza conseguenze nuove e più restrittive per gli stati che vi aderiscono: il carattere della cogenza degli accordi futuri e prossimi, si spera che le trattative partano proprio dal prossimo autunno, è questo, almeno, l’obiettivo della conferenza stessa, certamente determinerà la costituzione di un forte ridimensionamento di tale fenomeno commerciale ad alto contenuto distruttivo e omicida. Un altro contenuto necessario e importante per chiudere questo capitolo vergognoso nella storia dell’umanità internazionale, per il rispetto dei diritti umani inalienabili, per la giustizia internazionale e per un mondo di cooperazione pacifica e solidale tra i popoli, può essere quello di garantire sempre una previa autorizzazione degli stati di fronte alla richiesta di commercializzazione di armi da fuoco: autorizzazione richiesta sia per lo stato esportante, sia per quello che importa. La legislazione ordinaria, come si è definito e discusso nella stessa conferenza stampa di Roma, deve essere novata e rafforzata nei propri capisaldi, tanto che deve essere definita una linea strategica unitaria che permetta di vincolare e smantellare definitivamente la pratica in atto da tempo: una pratica, quella del commercio di armi da fuoco, che vede l’Italia ormai al secondo posto mondiale di Paesi produttori ed esportatori di materiale bellico, comprensivo anche di munizioni. Ricordiamo un dato che è stato trascurato dall’informazione mediatica massiva, ossia che il governo italiano nel 2005 ha concesso l’esportazione di armi italiane per una stima pari al valore di 1.360 milioni di euro. E’ un passo che deve essere internazionalmente definito quello della cessazione del commercio di armi da fuoco, siano esse leggere, siano esse pesanti, anche se si deve considerare la difficoltà a compiere lo stesso in quanto i maggiori stati che beneficiano delle importanti entrate derivanti da questa pratica genocida sono proprio i cinque stati che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU: e da qui si pone ancora una volta come urgente una riforma complessiva e strutturale dell’Organizzazione Internazionale delle Nazioni Unite, preposte alla promozione della pace, al ripudio della guerra e alla costruzione di un mondo dove diritti umani inalienabili, diritti di autodeterminazione e libertà dei popoli e la giustizia sociale siano gli elementi principe di una convivenza civile e universale.
Alessandro Rizzo
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