Finita la terra da coltivare. Ricerca Usa: si rischia una crisi alimentare mondiale

Diecimila anni di lavoro (quello biblico, segnato dal sudore della fronte) e adesso l’umanitàƒ deve riconoscere che l’opera è compiuta. La terra fertile è finita. Non ne rimane altra da aggiungere alle coltivazioni e agli allevamenti. Il resto sono metropoli in espansione e deserti che avanzano e poi malinconici scampoli di foreste sopravvissute e di ghiacci in via di scioglimento. Il Pianeta ha esaurito le sorprese e le opportunitàƒ . Mettiamoci il cuore in pace: non ci sono più frontiere da valicare e distese da colonizzare con l’aratro e i trattori, con greggi e mandrie [Gabriele Beccaria, www.Stampa.it, 9/12/2005].

Quando il professor Navin Ramankutty l’ha scoperto, non ha nascosto un sorriso: la sua universitàƒ , quella di Wisconsin-Madison, e il suo laboratorio famoso nel mondo, il à‚«Sageà‚», si stagliano accanto al più antico esempio di restauro ambientale d’America, la Curtis Prairie, un fazzoletto di prateria ancestrale, identica a quella percorsa dai bisonti e dai nativi americani, splendidamente selvaggia come si immagina debba essere un Eden precolombiano.

Adesso è ridotta a un piccolo museo a cielo aperto e questa attrazione  puàƒÂ² quindi essere considerata il simbolo delle amare ricerche del à‚«Centro per la sostenibilitàƒ e l’ambiente globaleà‚»: quasi il 40% delle terre emerse è sotto grave o gravissimo stress per fornirci masse di vitamine e proteine e – si domanda Ramankutty – à‚«come potremo continuare a produrre quantitàƒ crescenti di cibo, frenando allo stesso tempo la deforestazione, l’inquinamento delle acque e l’erosione dei suoli?à‚».

L’interrogativo è stato provocatoriamente rovesciato su una platea di studiosi al meeting dell’Associazione geofisica americana a San Francisco. Il gruppo di ricercatori del à‚«Sageà‚» ha spiegato che insieme con le terre fertili si è consumato il tempo dei dubbi: i dati (e soprattutto le foto ad altissima definizione) forniti dai satelliti, incrociati con quelli nazionali, hanno prodotto una straordinaria – e definitiva – megamappa planetaria di migliaia e migliaia di quadratini multicolori.

Ciascuno copre una microsuperficie di 10 chilometri quadrati e racconta meglio di tante verbose analisi l’impetuosa avanzata
dell’uomo (ancora nel 1750 le sue tracce scolpivano appena il 7% dei continenti). Adesso, dalle Grandi Pianure americane al Bacino dell’Amazzonia, fino all’Estremo Oriente, il fenomeno è di una sconcertante monotonia: à‚«A parte qualche isolato frammento ancora esistente in America Latina e in Africa tutto è ormai intensamente sfruttatoà‚», rivela lo studio del à‚«Sageà‚».

à‚«CiàƒÂ² che avanza – ha sottolineato Ramankutty – è troppo gelido o troppo bollente per ospitare i familiari campi di granoà‚». Si è arrivati all’apice. Tanto che si notano gli indizi di un ulteriore disastro. In alcune aree d’Europa e degli Usa la terra fertile sta addirittura diminuendo, divorata dal cemento delle concentrazioni urbane. L’esempio più clamoroso: le metropoli d’America (che si allargano sul 3% del territorio) aggrediscono il 29% occupato dalle coltivazioni e anno dopo anno si aggiungono nuove case, palazzi, stabilimenti, strade e superstrade.

In cifre significa 91 milioni di tonnellate di vegetazione in meno ogni 12 mesi e gli equilibri globali, inevitabilmente, peggiorano: aumentano le emissioni inquinanti, cresce l’effetto serra e si aggravano le emergenze alimentari. Giàƒ oggi 800 milioni di persone non hanno abbastanza cibo. Secondo la mappa del professor Ramankutty il numero cresceràƒ . Dopo 10 mila anni di lavoro e sforzi (da quando è stata inventata l’agricoltura) è l’ammissione del peggiore fallimento nella storia dell’umanitàƒ .

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