IL PROGETTO DI COSTRUZIONE di una societàƒ autonoma ed economa incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo riqualificato, o addirittura sviluppo durevole. Ad esempio, lo slogan di antiproduttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde esattamente a ciàƒÂ² che gli à‚«obbiettori di crescitaà‚», membri della Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad), intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per à‚« l’evoluzione verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e predatorie (2)à‚». Di Serge Latouche. Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile politico.
Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali.
Occorre quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica adatta a una societàƒ ecocompatibile.
1 – Chi sono i à‚«nemici del popoloà‚»?
DARE UN VOLTO all’avversario è problematico perchàƒÂ© le entitàƒ economiche quali le societàƒ multinazionali che detengono la realtàƒ del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, à‚«oggi, alcune tra le principali responsabilitàƒ dello stato in una economia di mercato (…) non sono più assunte da nessuno (5)à‚». Da una parte, à‚«big brotherà‚» è anonimo, dall’altra la schiavitù dei sudditi è più volontaria che mai, perchàƒÂ© la manipolazione della pubblicitàƒ è molto più insidiosa della propaganda… In queste condizioni, come affrontare à‚«politicamenteà‚» la mega- macchina?
Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entitàƒ , à‚«il capitalismoà‚». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli.
Il Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo à‚«scenario NegaWattà‚» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme, bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto sull’ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici, frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi alla proprietàƒ ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosàƒÂ facendo, si riesca ad evitare à‚«l’effetto rimbalzoà‚», vale a dire, alla fin fine, l’aumento del consumo-materia.
Un capitalismo eco-compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione, fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico. Dominato da societàƒ multinazionali giganti, il sistema dell’economia di mercato generalizzata non prenderàƒ spontaneamente la via à‚«virtuosaà‚» dell’eco-capitalismo. Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficientiper imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla massimizzazione a breve termine del valore per l’azionista. Se una istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa, Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione, avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del gioco sociale. In altri termini, potrebbe à‚«ri-fondareà‚» la societàƒ .
Certamente si puàƒÂ² concepire e augurarsi una certa limitazione del potere a opera del potere stesso, come durante l’era delle regolamentazioni keynesianfordiste e socialdemocratiche. La lotta di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il trionfo della à‚«onnimercificazioneà‚» del mondo. Il capitalismo generalizzato non puàƒÂ² non distruggere il pianeta cosàƒÂ¬ come distrugge la societàƒ , perchàƒÂ© le basi immaginarie della societàƒ di mercato poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni.
Dunque una societàƒ della decrescita non puàƒÂ² concepirsi se non si esce dal capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una evoluzione storica tutt’altro che semplice… L’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietàƒ privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la societàƒ nel caos e in preda a un terrorismo massiccio che tuttavia non basterebbe a distruggere l’immaginario mercantile. Sfuggire allo sviluppo, all’economia e alla crescita non significa quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha portato con sàƒÂ© (moneta, mercati e anche salariato), ma à‚«re-integrarle à‚» in un’altra logica.
2 – Che fare? Riforma o rivoluzione?
ALCUNE MISURE semplici, addirittura apparentemente anodine, possono dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel trarre le conseguenze à‚«di buon sensoà‚» dalla diagnosi effettuata. Ad esempio:
– ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale equivalente a quella degli anni 1960-70,
– internalizzare i costi del trasporto,
– rilocalizzare le attivitàƒ ,
– restaurare l’agricoltura contadina,
– stimolare la à‚«produzioneà‚» di beni relazionali,
– ridurre lo spreco di energia di un fattore 4,
– penalizzare fortemente le spese di pubblicitàƒ ,
– decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.
Al centro di questo programma, l’internalizzazione delle à‚«diseconomie esterneà‚» (danni generati dall’attivitàƒ diun agente che ne trasferisce il costo sulla collettivitàƒ ), in linea di principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di giungere nelle grandi linee a una societàƒ della decrescita. Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. Si pensi all’impatto dell’internalizzazione dei costi di trasporto, dell’educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul funzionamento delle nostre societàƒ ! Queste misure à‚«riformisteà‚» – il cui principio è stato formulato fin dall’inizio del XX secolo dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou! – scatenerebbero una vera rivoluzione.
PerchàƒÂ© le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate. Giàƒ si sa che nessuna compagnia di assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e quelli dell’inquinamento da organismi geneticamente modificati (Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con l’obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale (disoccupazione) e di quello estetico. In un primo tempo, poichàƒÂ© molte attivitàƒ smetterebbero di essere à‚«redditizieà‚», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa, appunto, un’altra prova della necessitàƒ di uscirne e alla stesso tempo una via di transizione possibile verso una societàƒ alternativa?
Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale, perchàƒÂ© la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e ragionevoli ha scarse probabilitàƒ di essere adottata e meno ancora di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la realizzazione di una utopia: la costruzione di una societàƒ alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure particolareggiate, ossia quello che Marx, per l’appunto, si rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad esempio il necessario smantellamento delle societàƒ giganti. Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti? Come assumere i macrosistemi tecnici con unitàƒ di piccole dimensioni? Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attivitàƒ , alcune modalitàƒ (9)?
In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di transizione. Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici. Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per adottarle.
3 – Dittatura globale o democrazia locale?
LA CRESCITA è necessaria alle democrazie consumiste perchàƒÂ© in mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze sarebbero insopportabili (giàƒ lo stanno diventando a causa della crisi dell’economia di crescita). La tendenza al livellamento delle condizioni è il fondamento immaginario delle societàƒ moderne. Le disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perchàƒÂ© l’accesso ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perchàƒÂ© ciàƒÂ² che oggi è ancora lusso domani saràƒ accessibile a tutti.
Per questa ragione molti dubitano delle capacitàƒ delle societàƒ dette à‚«democratiche à‚» di prendere le misure che s’impongono, e vedono come unica via d’uscita dai vincoli una forma di ecocrazia autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle più alte sfere dell’Impero ci stanno riflettendo per salvare il sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio della loro libertàƒ , pur se a prezzo dell’aggravamento delle ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una parte importante della specie (12).
Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell’utopia conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, puàƒÂ² favorire una à‚«decolonizzazione dell’immaginarioà‚» e suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale.
In effetti, molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita serena. Il sogno di una umanitàƒ unificata come condizione di un funzionamento armonioso del pianeta sfugge cosàƒÂ¬ alla serie delle false buone idee veicolate dall’etnocentrismo occidentale corrente. La diversitàƒ delle culture costituisce indubbiamente la condizione di un commercio sociale tranquillo (13).
àƒË† probabile che la democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione e saldamente ancorata ai propri valori (14). La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone una à‚«confederazione di dèmoi à‚», vale a dire di piccole unitàƒ omogenee di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui, di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali. à‚« Occorreràƒ probabilmente frazionare in vari dèmoi molte cittàƒ moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)à‚».
Si avrebbero piccole à‚«repubbliche di quartiereà‚», aspettando il riassetto territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina una fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di “risanamento”, nel corso della quale non si tratteràƒ più di creare nuove zone coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana e, cosàƒÂ¬ facendo, di creare una nuova geografia (17)à‚».
Utopia, si diràƒ ? Certamente. Ma l’utopia locale è forse più realistica di quanto si pensi, perchàƒÂ© è dal vissuto concreto dei cittadini che nascono le attese e i possibili. à‚« Presentarsi alle elezioni locali – afferma Takis Fotopoulos – dàƒ la possibilitàƒ di cominciare a cambiare la societàƒ dal basso, sola strategia democratica – contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono di cambiarela societàƒ dall’alto impadronendosi del potere di stato) e agli approcci detti della “societàƒ civile” (che non intendono affatto cambiare il sistema) (18)à‚».
In una visione à‚«pluriversalistaà‚», i rapporti tra le varie polities all’interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da una à‚«democrazia delle cultureà‚». Lontano da un governo mondiale, si tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities sovrane dagli statuti molto diversi. à‚« L’alternativa che io cerco di offrire (a un governo mondiale) – rileva Raimon Panikkar – sarebbe la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico e armonioso. (…) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la repubblica universale senza coinvolgere nàƒÂ© governo nàƒÂ© controllo nàƒÂ© polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le bioregioni (19)à‚».
Comunque sia, la creazione di iniziative locali à‚«democraticheà‚» è più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle potenze economiche, rimane la possibilitàƒ di scegliere il dissenso. àƒË† anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La conquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni, spazio comunitario) e l’auto-organizzazione della bioregione del Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro contesto, dell’intervento localista dissidente (20).
Serge Latouche
Le Monde Diplomatique/il manifesto, 15 nov. 2005
(Traduzione di M-G. G.)
(1) www.apres-developpement.org
(2) Attac, Le dàƒÂ©veloppempent a-t-il un avenir?, Mille et une nuits, Parigi, 2004, p. 205-206.
(3) Camille Madelain, à‚«Brouillon pour l’avenirà‚», Les Nouveaux Cahiers de l’Iued, nà‚° 14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003, p. 215
(4) John Stuart Mill, Principes d’àƒÂ©conomie politique, Dalloz, Parigi, 1953, p. 297; tr. it. P rincipi di economia politica, Utet, Torino, 1979.
(5) Susan Strange, Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, coll. à‚«Incontrià‚», Bologna, 1998.
(6) Dibattito giàƒ svolto in La DàƒÂ©croissance, nà‚° 4, Lione, settembre 2004.
(7) Proposta fatta dall’associazione NegaWatt, che riunisce una ventina di esperti coinvolti nella padronanza della richiesta di energia e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si veda www.negawatt.org/index.htm
(8) Senza parlare, inoltre, delle altre misure di salute pubblica come la tassazione delle transazioni finanziarie o la definizione di un reddito massimo.
(9) Ivan Illich pensava che ci sono strumenti conviviali e altri che non lo sono e non lo saranno mai: cfr. Ivan Illich, La ConvivialitàƒÂ©, Seuil, Parigi, 1973, p. 51.
(10) Cfr. Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma, 2004.
(11) Ne dibattono molto seriamente i membri di una societàƒ semi-segreta dell’àƒÂ©lite planetaria, il gruppo di Bilderberg.
(12) Cfr. William Stanton, The Rapid Growth of Human Population, 1750-2000. Histories, Consequences, Issues, Nation by Nation, Multi-Science Publishing, Brentwood, 2003.
(13) Si veda l’ultimo capitolo di Serge Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, 2003.
(14) Takis Fotopoulos, Per una democrazia globale, Eleuthera, 1999.
(15) Nella Grecia antica, lo spazio naturale della politica è la cittàƒ , la quale raggruppa quartieri e villaggi.
(16) Takis Fotopoulos, op. cit.
(17) Alberto Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000.
(18) Takis Fotopoulos, op. cit.
(19) Raimon Pannikar, Politica e interculturalitàƒ , L’Altrapagina, Cittàƒ di Castello, 1995.
(20) àƒË† in ogni caso l’analisi di Gustavo Esteva in Celebration of Zapatismo. Multiversity and Citizens International, Penang, Malesia, 2004.
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