L’indipendenza dei giornali

I giornali sono un bene pubblico, come tutelarne l'indipendenza? I quotidiani italiani ricevono un sussidio pubblico che costa ai contribuenti almeno 50 milioni di euro e non ha alcuna giustificazione. Su questo si potrebbe far leva per imporre alle proprietàƒ l'introduzione negli statuti di regole simili a quelle suggerite da Luigi Einaudi, secondo il quale “Il direttore dovrebbe essere l'unico responsabile dell'indirizzo politico, economico, finanziario e generale del giornale. Una volta nominato non dovrebbe essere licenziato, nàƒÂ© dovrebbe subire limitazioni” [Francesco Giavazzi, www.lavoce.info].


Le cronache raccontano che Stefano Ricucci potrebbe essere arrivato alla fine della sua corsa verso il controllo di Rcs e quindi del Corriere della Sera, con qualche conseguenza per la sua stabilitàƒ finanziaria e quella delle banche che lo hanno finanziato. E tuttavia sarebbe un errore se questo assalto, qualora si spegnesse, venisse presto dimenticato, anzichàƒÂ© suggerire una riflessione più generale sulla proprietàƒ e là¢â‚¬â„¢indipendenza dei giornali in Italia

Proprietàƒ e indipendenza dei giornali

I giornali quotidiani non sono prodotti qualunque: hanno le caratteristiche di un bene pubblico perchàƒÂ© là¢â‚¬â„¢informazione, soprattutto quando accompagnata da inchieste serie e originalià¢â‚¬vedi, per citare due esempi recenti, là¢â‚¬â„¢inchiesta del Sole-24 Ore proprio su Stefano Ricucci e quella di Paolo Biondani e Guido Olimpio sullà¢â‚¬â„¢imam Abu Omar pubblicata sul Corriere della Sera è un bene pubblico. Basti pensare alla possibilitàƒ di influenzare i lettori, con una combinazione scaltra di proprietàƒ , scelta del Direttore, nei confronti di una legge particolarmente favorevole o dannosa per unà¢â‚¬â„¢impresa. La Legge sullà¢â‚¬â„¢editoria, approvata negli anni Ottanta (legge 5 agosto 1981, n. 416, successivamente modificata con la legge 7 marzo 2001, n. 62), fu il primo tentativo di affrontare questi problemi. Se Stefano Ricucci conquistasse la maggioranza del cda di Rcs egli potrebbe cambiare il direttore del Corriere, ma non prima di aver reso trasparenti le societàƒ lussemburghesi attraverso le quali avesse acquisito il controllo.

La proposta di Luigi Einaudi

In un articolo pubblicato su Foreign Affaire nellà¢â‚¬â„¢aprile del 1945, Luigi Einaudi scriveva: “Il Direttore dovrebbe essere là¢â‚¬â„¢unico responsabile dellà¢â‚¬â„¢indirizzo politico, economico, finanziario e generale del giornale. Una volta nominato non dovrebbe essere licenziato, nàƒÂ© dovrebbe subire limitazioni senza il consenso di un comitato di fiduciari (Board of Trustees) composto da uomini di sicura stima”. In Italia i giornali appartengono a societàƒ quotate: non è evidentemente possibile imporre vincoli particolari, al di làƒ di quanto previsto dal Codice civile. E tuttavia vi è una via per indurre la proprietàƒ di un giornale ad adottare liberamente quanto propone Einaudi.

Come usare in modo intelligente il contributo pubblico ai giornali

La Legge 7 marzo 2001, n. 62, “Nuove norme sullà¢â‚¬â„¢editoria e sui prodotti editoriali” prevede vari sussidi per le societàƒ che pubblicano quotidiani, nella forma di agevolazioni fiscali e di un contributo per là¢â‚¬â„¢acquisto della carta. Per far fronte agli oneri previsti nella legge venivano stanziati, per il solo 2003, circa 50 milioni di euro, una somma non grande, ma neppure trascurabile (tra là¢â‚¬â„¢altro non è chiaro se la stima di questo onere includa il mancato gettito derivante da varie agevolazioni fiscali. Inoltre non siamo riusciti a trovare traccia dello stanziamento per gli anni 2004 e successivi pur sapendo che il contributo non è stato cancellato.)

Eà¢â‚¬â„¢ difficile giustificare questo contributo e sarebbe meglio cancellarlo: se infatti si accettasse il principio che le aziende che producono beni definibili “pubblici” meritano un sussidio dello Stato, si formerebbe subito una lunga coda davanti alle porte del Parlamento. Ma fintanto che il contributo esiste almeno potrebbe essere usato con intelligenza, riservandolo a quei quotidiani che introducano negli statuti delle societàƒ che li possiedono, regole simili a quelle suggerite da Einaudi.

Eà¢â‚¬â„¢ evidente che queste regole potrebbero essere facilmente cancellate da un nuovo proprietario. Egli perderebbe il contributo pubblico, ma questo potrebbe valere meno della possibilitàƒ di nominare un direttore “amico”. E tuttavia in questo modo si introdurrebbe un poà¢â‚¬â„¢ di sabbia nel meccanismo rendendo almeno più trasparenti i motivi che inducono un proprietario a sostituire il direttore.

Be the first to comment on "L’indipendenza dei giornali"

Leave a comment