Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela: ruotano intorno a questi governi le speranze del continente latinoamericano per fronteggiare l'offensiva politico-economica americana e delle multinazionali che ogni giorno tentano di annettersi una parte sempre maggiore del continente [David Lifodi].
Negli ultimi tempi Washington non solo ha dovuto ingoiare il probabile fallimento dell'Alca (giàƒ ribattezzata dai sudamericani “Total locura capitalista”), ma anche la nascita di un'alternativa all'area di libero scambio dell'America Latina, denominata Alba (Alternativa Bolivariana per le Americhe), lanciata recentemente da Chavez con lo scopo iniziale di approfondire la collaborazione economica tra Caracas e L'Avana. Inoltre in Centroamerica crescono le contestazioni verso il Cafta (Central American Free Trade Agreement), una nuova area di libero scambio che gli Stati Uniti vorrebbero creare e che danneggerebbe profondamente la giàƒ debole economia di Costarica, Honduras, El Salvador, Guatemala e Nicaragua.
Il successo elettorale di coalizioni di centro sinistra in Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela non solo ha avuto una rilevanza a livello politico, ma è servita soprattutto per rilanciare quella che Il Manifesto ha definito come la “progressiva emancipazione finanziaria dagli Usa”, consistente principalmente nel rilancio del Mercosur che solo adesso ha ripreso vigore dopo una fase di stallo.
Cominciata nel 1994 con la firma del Nafta (l'accordo di libero scambio che riunisce Messico, Canada e Stati Uniti), l'offensiva finanziaria americana nei confronti del suo cortile di casa ha dovuto subire numerosi imprevisti: le ultime notizie provenienti dall'America Latina parlano di una campagna di raccolta firme ben avviata in Ecuador e Perù per chiedere ai rispettivi governi di istituire l'obbligo di convocare dei referendum sui trattati di libero scambio, e sempre a Quito il traballante esecutivo Palacio ha dichiarato tramite il suo ministro dell'economia Correa che “i paesi non devono commerciare in condizione di schiavitù”. Addirittura l'Ecuador si è spinto fino a prendere le distanze dal Plan Colombia e sembra intenzionato a revocare agli Stati Uniti la concessione della base militare di Manta.
Aldilàƒ delle dichiarazioni provocatorie che la Casa Bianca ha rivolto verso gli stati latinoamericani (“in Bolivia, in Ecuador e in Perù la diffidenza e la mancanza di fiducia nelle istituzioni provocano l'emergere di demagoghi antiamericani, antiglobalizzazione e contrari al libero mercato”), a livello economico attualmente Washington puàƒÂ² fare affidamento esclusivamente soltanto sul colombiano Uribe (anche se l'evoluzione del Plan Colombia, il cosiddetto Plan Patriota, non è riuscito piegare nàƒÂ© i guerriglieri nàƒÂ© i movimenti colombiani) e sul Messico di Fox (il Plan Puebla-Panama continua ad essere di attualitàƒ ), mentre per Bush non risultano particolarmente affidabili sia il Nicaragua di Bolanos (sull'orlo di una crisi istituzionale) sia il piccolo Honduras dove crescono le mobilitazioni nei confronti del presidente Maduro, intenzionato a ratificare il Cafta facendolo passare come un autentico toccasana per il paese.
L'America Latina reclama la sua indipendenza, adesso bisogneràƒ vedere se i diritti dei popoli riusciranno ad imporsi o se invece prevarràƒ ancora il fondamentalismo neoliberista.
David Lifodi
Be the first to comment on "L’America Latina esige l’emancipazione finanziaria dagli USA"