Posto di fronte all'alternativa fra pieno impiego e mantenimento del potere d'acquisto esistente, l'uomo della strada sceglierebbe indubbiamente la creazione di posti di lavoro. Questo perché quasi tutti noi dipendiamo da un posto di lavoro per il nostro reddito. Ma questo non vale per chi ha già un sacco di soldi: Per loro, il mantenimento del “valore” di ciò che posseggono è fondamentale, dato che è il capitale (quindi denaro accumulato) la fonte del loro reddito. Non sorprende dunque che, le banche centrali siano orientate a limitare l'inflazione, anche a discapito della creazione di nuova occupazione.
Sorprende, però, la scarsa attenzione che viene dedicata a questa chiave di volta del neoliberismo. Opponendoci all'ideologia neoliberista, denunciamo gi accordi di “libero” scambio (investimento), i tagli ai programmi sociali, la deregolamentazione dell'attività d'impresa, la privatizzazione delle istituzioni e degli spazi pubblici e la liberalizzazione del mercato del lavoro. Assi di rado, invece, mettiamo in discussione le politiche monetarie di inflazione zero a ogni costo. Infatti, la destra ha un controllo quasi totale sulla politica monetaria , sia sul piano ideologico sia, in molti paesi, su quello tangibile, attraverso le forme di indipendenza della banca centrale dal potere politico.
à ˆ venuto il momento di combattere il dominio neoliberista sulla politica monetaria, sia in ambito accademico sia nel dibattito pubblico. Per farlo, dobbiamo analizzare criticamente i tassi d'interesse e l'inflazione sia in una prospettiva di classe sia nell'ottica di un modello centro/periferia.
Tassi d'interesse e inflazione
L'interesse è unanimemente definito un pagamento per denaro ottenuto a prestito. Eppure, oggi, i tassi d'interesse sono in larga misura definiti dalle banche centrali acquistando e vendendo titoli di stato. In diversi paesi, i tassi d'interesse possono essere definiti sulla base di svariati fattori economici (inflazione, occupazione, crescita). Solitamente, le banche centrali aumentano il tasso d'interesse per ridurre le pressioni inflazionistiche e lo riducono per stimolare l'economia. Così facendo, rendono il denaro più o meno costoso da ottenere a prestito. Se il denaro è poco costoso, è più probabile che i prezzi aumentino (inflazione) dal momento che è più facile averne a disposizione; se è più costoso, l'inflazione tende a placarsi e l'economia a rallentare.
L'inflazione è lo spauracchio degli economisti neoliberisti (o monetaristi). Secondo Milton Friedman e Frederick Hayek, i primi ideologi del neoliberismo, l'inflazione crea un disturbo alla comunicazione nel mercato. E dato che i neoliberisti hanno la fede più profonda nel “libero” mercato, il “rumore” inflazionistico li preoccupa. Per combattere questo disturbo di fondo, i neoliberisti di solito raccomandano il taglio della spesa pubblica e una sorvegliata politica monetaria, indipendentemente dagli effetti dei due provvedimenti sull'occupazione e sull'economia in generale. Hayek afferma che “uno dei compiti principale della politica monetaria deve rimanere la prevenzione delle fluttuazioni della quantità di moneta e del volume del flusso di reddito; gli effetti sull'occupazione non devono essere considerazioni che ne dominano la gestione. Il primo obiettivo deve tornare a essere la stabilità del valore della moneta.”
Anche se oggi le visioni di Hayek e Friedman sulla politica monetaria sono prevalenti, non è sempre stato così. Quando loro elaboravano queste idee, dominava l'economia del welfare state keynesiano, che supportava bassi tassi d'interesse al fine di stimolare la creazione di domanda aggregata, con un'enfasi particolare sul pieno impiego.
L'opposizione neoliberista all'inflazione è in parte legata a un attacco concertato ai sindacati e ai salari dei lavoratori. Hayek afferma che “ciò che ha condotto il governo a tali politiche [monetarie espansive] è stato principalmente l'attività dei sindacati e di altri corpi monopolisti, come il cartello petrolifero.” Da una parte, ha ragione: alcuni sindacati, giustamente, hanno esercitato pressioni sui governi affinché adottassero politiche monetarie espansive tali da avvantaggiare l'interesse dei propri associati, indipendentemente dagli effetti su chi deteneva la ricchezza.
Essendo i difensori della ricchezza, i neoliberisti temono l'inflazione per i suoi effetti redistributivi. Edward Foster scrive: “un aumento del tasso d'inflazione genera una moderata redistribuzione della ricchezza dal 20% più ricco al 20% più povero della popolazione.” La maggioranza di noi non ha grandi risparmi, così se aumenta l'inflazione, in termini comparativi non subiamo un significativo deprezzamento del nostro denaro. Analogamente, l'inflazione ridistribuisce la ricchezza dai creditori ai debitori, dato che i debiti sono espressi in valore nominale. Non sorprende, dunque, che le banche e chi possiede grandi ricchezze siano fra quelli che più odiano l'inflazione. Infatti, l'ondata neoliberista – almeno nel caso canadese – è stata preceduta da un paio di annate di rendimenti reali negativi, che hanno portato lo scompiglio fra i creditori (il tasso d'interesse reale è la differenza fra il tasso d'interesse nominale e l'inflazione – per esempio, se il tasso d'inflazione è dell'8% e il tasso d'interesse del 6%, l'interesse reale è del -2%).
Naturalmente, l'inflazione non è semplicemente un bene per i lavoratori e i più poveri, e un male per i ricchi. Un'inflazione estrema può avere effetti catastrofici sulle classi lavoratrici; e anche livelli medi d'inflazione possono essere problematici per chi ha un reddito fisso e non è dotato di potere contrattuale, né tutelato da procedure di contrattazione collettiva.
L'inflazione, tuttavia, dovrebbe essere in second'ordine rispetto al pieno impiego e all'aumento dei salari. L'obiettivo dell'economia dovrebbe essere il massimo beneficio per il maggior numero di individui. Eppure, per i neoliberisti, l'inflazione ha la precedenza su tutti gli altri indicatori economici, come dimostra il caso di quattro anni fa, quando Alan Greenspan – con l'appoggio di tutti gli altri monetaristi che dominano il dibattito economico attuale – ha aumentato il tasso d'interesse per prevenire un possibile aumento del tasso d'inflazione americano. La disoccupazione era scesa al di sotto del 4% e la comunità imprenditoriale temeva che un ulteriore aumento dell'occupazione potesse rafforzare la posizione negoziale dei sindacati e portare a un aumento dei salari, a spese dei profitti.
Tassi d'interesse e globalizzazione neoliberista
Con lo smantellamento delle istituzioni di Bretton Woods (accordi sui cambi siglati dopo la seconda guerra mondiale) durante i primi anni 1970, e dei controlli sui capitali che garantivano, le politiche nazionali del tasso d'interesse sono diventate sempre più vincolate ai trend mondiali. Si stima che nei mercati valutari siano scambiato ogni giorno 1200 miliardi di dollari di capitali speculativi. Chi specula sulle valute punta alla massimizzazione del profitto e perciò sposta il proprie denaro in qualunque paese offra la massima opportunità di rendimento (e non in quelli che hanno l'economia più produttiva). Dunque, il tasso d'interesse reale non è l'unica ragione per investire nella valuta di un paese, benché sia una ragione rilevante. Block scrive: “i governi che programmano una riduzione dei tassi d'interesse per stimolare l'occupazione si trovano esposti a un insostenibile deflusso di capitali, in cerca di migliori opportunità di rendimento.” La riduzione dei controlli sulla circolazione del capitale, stimolata dallo smantellamento delle istituzioni di Bretton Woods ha reso questa ipotesi più plausibile. Block rimarca questo punto con un confronto fra i tassi d'interesse francesi e americani nel periodo di Bretton Woods: “Fra il 1961 e il 1972, il sistema di controllo dei movimenti di capitale della Francia produsse tassi d'interesse inferiori di centocinque punti base rispetto a quelli americani.”
Questo rendeva più facile alla Francia perseguire una politica monetaria espansiva, senza soccombere al potere degli investitori internazionali, che in assenza di controlli avrebbero spostato gran parte della propria ricchezza negli Stati Uniti. Un mercato degli investimenti più aperto spinge i paesi a ridurre il differenziale del tasso d'interesse rispetto agli altri. Crea anche la griglia di riferimento che permette a un paese di offrire tassi d'interesse migliori di quelli dei paesi concorrenti. In certa misura, è il presupposto per una corsa al rialzo in cui ogni paese aumenta i propri tassi d'interesse reali per attrarre investitori; un processo molto simile alla corsa al ribasso che gli accordi di libero scambio e di libera circolazione dei capitali innescano nel campo delle politiche ambientali e salariali. Un paese che aumenta il tasso d'interesse reale – indipendentemente dalla sua situazione occupazionale – spesso riesce a ottenere una quota più rilevante di investimenti internazionali.
All'inizio di febbraio, il Wall Street Journal riferiva che: “Il Brasile ha lanciato una politica monetaria restrittiva e un contenimento della spesa per bilanciare gli attacchi contro la propria valuta e le pressioni inflazionistiche. In conseguenza, a una stagnazione produttiva, con aumenti della disoccupazione e diminuzione dei salari reali, ha corrisposto un momento magico per le attività finanziarie e la valuta brasiliane.” (6 febbraio)
Non sorprende che le attività finanziarie e la valuta abbiano avuto andamenti positivi a fronte del declino dell'economia reale, dato che “il Brasile continua ad avere il tasso d'interesse più alto del mondo.” Il governo del presidente Lula ha rinunciato alla propria linea politica per rassicurare gli investitori internazionali che il Brasile non si sarebbe allontanato dal programma neoliberista, anche se questo ha significato voltare le spalle alla base sindacale che lo aveva portato al potere. (Per essere onesti con Lula, la cosa è un po' più complicata, dato che il debito estero del Brasile è per la maggior parte denominato in dollari o legato al dollaro, quindi ogni deprezzamento del Real aumenta l'onere del debito per il paese e aumenta la possibilità di default). Minqi Li, sulla Monthly Review spiega: “In conseguenza della liberalizzazione finanziaria, i flussi internazionali di capitale speculativo hanno sensibilmente elevato il pericolo di fughe di capitali e di crisi finanziarie.”
Per fronteggiare questi pericoli, alcune banche centrali sono costrette a mantenere elevato il tasso d'interesse, pagando un premio per il rischio al capitale finanziario globale. In media, il rapporto fra il tasso d'interesse reale e la crescita del PIL nelle sette principali economie capitaliste è stato dello 0,97% fra il 1881 e il 1913, del 2,40 fra il 1919 e il 1939, dello 0,36 fra il 1946 e il 1958, dello 0,55 fra il 1959 e il 1971, dello 0,47 fra il 1972 e il 1984, e del 2,34 fra il 1985 e il 1997. Vale la pena notare che il tasso d'interesse reale è stato più elevato della crescita economica solo in due epoche: gli anni della depressione fra le due guerre mondiali e l'era neoliberista. Un rapporto maggiore di uno implica un'inversione di ruoli fra investimento produttivo e investimento speculativo, ed è il segnale di una “crisi sistemica” (gennaio 2004). Tassi d'interesse più elevati in tutto il mondo comportano un aumento dei volumi della speculazione valutaria. Questo accade per due ragioni: in un'economia capitalista, il mercato non è semplicemente un mezzo per allocare efficientemente le risorse, ma prima e soprattutto uno strumento per generare profitti, per cui chi ha allocato il proprio denaro in investimenti meno redditizi (produttivi) tende a spostarlo in investimento speculativi per ricavarne rendimenti più elevati; inoltre, chi specula sulle valute e ne ricava elevati rendimenti, nel tempo dispone di capitali sempre più ingenti per speculare, ed esercita pressioni a livello politico per avere leggi che facilitino la speculazione.
Il denaro investito in attività non produttive (speculative), può produrre profitto per i pochi che sono già ricchi, ma apporta poco o punto beneficio alla maggioranza delle persone. Questo non è vero, invece, per gli investimenti produttivi, come quelli orientati all'espansione di impianti produttivi, che aumentano il potere contrattuale della forza lavoro, data la relativa immobilità degli investimenti in capitale fisso. Inoltre, la gente comune può beneficiare direttamente di investimenti produttivi infrastrutturali e, particolarmente, nell'edilizia popolare sovvenzionata, nel trasporto pubblico e nel potenziamento delle scuole. Ma i tassi d'interesse elevati aumentano l'onere del debito per lo Stato e riducono così la quantità di risorse che il governo può dedicare alle infrastrutture o alla spesa sociale.
Jim Stanford, un economista del Canadian Auto Workers e autore di Paper Boom, afferma che i tempi più prosperi per i lavoratori canadesi hanno coinciso con quelli in cui i tassi d'interesse erano relativamente bassi. Ha anche scoperto come l'aumento dei tassi d'interesse in Canada, nel periodo 1981-1998, ha coinciso con una diminuzione dei salari reali per i lavoratori canadesi.Da questo conclude che i tassi d'interesse bassi tendono a stimolare la crescita e a portare beneficio ai lavoratori.
Non sorprende che il tasso di crescita sia stato generalmente più elevato nell'era keynesiana di quanto sia oggi. “Il tasso di crescita medio annuo del PIL mondiale è diminuito dal 4,9% fra il 1950 1 il 1973 al 3,0% fra il 1973 e il 1992, e al 2,7% fra il 1990 e il 2001. Fra il 1980 e il 1998, la metà dei cosiddetti paesi in via di sviluppo (incluse le cosiddette “economie in transizione”) hanno patito una diminuzione del PIL pro capite” (Monthly Review, gennaio 2004). Gli elevati tassi d'interesse sono anche fra le ragioni principali delle crisi finanziarie globali, iniziate negli anni 1980 e tuttora in corso.
Secondo Fidel Castro: “à ˆ stato soprattutto il deciso e arbitrario aumento dei tassi d'interessi sul dollaro… la ragione della crisi del debito.” All'improvviso, gli Stati che si indebitavano in dollari si sono trovati a dover restituire molti più soldi; questo ha significato indebitarsi ulteriormente con il Fondo Monetario Internazionale, innescando una spirale del debito che ha avuto come conseguenza “i programmi di aggiustamento strutturale” che impongono ai paesi in cui sono disperatamente necessari investimenti reali produttivi le più rigide condizioni neoliberiste.
Uno degli ingredienti fissi della ricetta neoliberista degli “aggiustamenti strutturali” imposta ai paesi più poveri è la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale, che porta a un incremento dei volumi della speculazione di breve termine, la cosiddetta “hot money”. Josepf Stiglitz, in Globalization and Its Discontent, scrive: “per gestire i rischi associati a questi volatili di flussi di capitali, i paesi sono periodicamente consigliati di accantonare nelle proprie riserve un ammontare equivalente al proprio debito estero a breve termine in mani denominato in valuta. Per capire le implicazioni di questa prassi, si immagini che un'azienda in un paese in via di sviluppo accetti un finanziamento da una banca americana per un ammontare di 100 milioni di dollari, accettando di corrispondere un interesse del 18%. Sarebbe prudenziale, da parte del governo di quel paese, accantonare 100 milioni di dollari nelle proprie riserve. Tipicamente, le riserve sono detenute in titoli di stato americani a breve termine, che attualmente corrispondono circa il 4% di interesse. Quindi, questo paese si indebita con gli Stati Uniti al 18% di interesse, e offre credito agli Stati Uniti al 4%. Il paese, nel suo complesso, non ha risorse in più da investire. Le banche americane realizzano un grasso profitto e gli Stati Uniti nel loro complesso guadagnano 14 milioni di dollari l'anno di interessi netti.” I tassi d'interesse o, più specificamente, gli alti tassi d'interesse che i paesi poveri sono costretti a pagare, sono uno strumento di controllo nelle mani delle nazioni più ricche.
Naturalmente, i tassi d'interesse non sono l'unica ragione per investire in un paese. Né le nazioni hanno dovuto costantemente aumentare il proprio tasso d'interesse nel sistema valutario post-Bretton Woods. Gli alti tassi d'interesse aumentano il volume della speculazione internazionale a spese delle intraprese produttive. E questo vale in ogni angolo del mondo. Infine, i tassi elevati generano un trasferimento distributivo dai paesi poveri a quelli ricchi , e dai lavoratori ai detentori di ricchezza. In termini più semplici, le politiche monetarie neoliberiste consistono nell'arricchire i ricchi, fregandosene delle conseguenze sulla maggior parte della popolazione mondiale.
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