«Gli americani – ebbe a dire Leo Szilard – sono liberi di dire quello che pensano perché non pensano a quello che non sono liberi di dire». Ieri l'altro buona parte dell'elettorato Usa non ha pensato, quindi non è stata libera di dire con il voto, che George Bush ha mentito costantemente a partire dall'11 settembre, che ha già perso la guerra in Iraq, che sta avviando a sicura bancarotta l'economia nazionale, che sta rovinando il clima del pianeta come ampiamente dimostrato dal numero di uragani sulla Florida e che il padreterno non è necessariamente un “neo-cons” o un socio di Cheney e di Bush senior nella “Halliburton” e nella “Carlyle”, contrario al “Capital gain tax” ed all'assistenza medica per 45 milioni di cittadini che ne sono privi nella grande repubblica stellata [Lucio Manisco – Reporterassociati.org]
Perché! questa ragguardevole maggioranza di americani – 55 o 56 milioni di iscritti nei registri elettorali, ma meno di un terzo degli aventi diritti al voto – non ha pensato a tutto questo ed ha rinnovato il mandato quadriennale del presidente?
Tra le mille spiegazioni più o meno tecniche e più o meno balorde fornite dai mass media quasi tutti allineati ed “embedded”, quella minoritaria, la più valida, riguarda il doppio binario della brillante strategia elettorale inventata a suo tempo da Carl Rowe, il politico numero uno dell'amministrazione Bush: convincere da un lato gli americani che la potenza militare ed economica del paese non ha limiti di sorta, permette loro di fare quello che vogliono sull'intero pianeta e di strafottersene di chi li critica nei paesi alleati, amici o meno succubi degli altri; dall'altro lato instillare negli stessi americani una paura della madonna per la loro sopravvivenza fisica ed individuale minacciata dai “rag-heads”, alla lettera dalle teste di stracci dei terroristi arabi che pullulano nell'intero paese e che hanno probabilmente votato per John Kerry.
Questa strategia è risultata vincente non solo per l'assioma succitato dello scienziato Leo Szilard, ma anche e soprattutto per l'assenza di una vera, credibile alternativa presentata dal candidato democratico.
Se è vero che la violenza è altrettanto americana della torta di mele, chi ha più esperienza nel ramo di George Dubya Bush, chi più di lui può perseguire ammazzatine di “rag-heads” al ritmo di 100mila e più ogni 18 mesi e quindi garantire la sicurezza dei cittadini a Manhattan, a Topeka e a Walla Walla? La scelta quindi non è stata tra un brachicefalo afflitto da dislessia ed un dolicocefalo che si veste a Saville Row, ma tra una ammazzasette che ha fornito ampie prove della sua abilità ed un dilettante che ha dimenticato l'esperienza accumulata in questo campo nelle giungle del Vietnam.
Se queste sono considerazioni semplicistiche che dalla politologia rischiano di sconfinare nella criminologia, altre affollano la mente di chi, avendo vissuto per 37 anni nel “ventre della bestia” presume di conoscerne i movimenti gastrici e le pulsazioni più nascoste.
La labile, confusa piattaforma elettorale centrista messa su dal senatore democratico molto tempo prima della convenzione di Boston ha evitato con cura di confrontare l'elettorato con i veri, drammatici problemi che incombono sulla comunità nazionale e se li ha menzionati ha suggerito solo dei palliativi non delle alternative più o meno drastiche. Così per il disavanzo che marcia sul mezzo miliardo di dollari l'anno e che proietterà in pochi anni l'astronomico indebitamento pubblico al di sopra dei 10mila miliardi di dollari ha proposto una più equa distribuzione degli oneri fiscali ma nessun taglio ai colossali investimenti ed agli altrettanto colossali sprechi dell'apparato militare-industriale.
Non ha denunziato mai quella che è stata chiamata la “teocrazia corporativa” dell'amministrazione repubblicana che avanza ormai sui parametri di un'economia fascistica dove gli interessi dei grandi conglomerati o corporazioni si identificano e si fondono sempre più con quelli dello stato federale.
Non ha mai fatto suo l'allarme di economisti non certo di sinistra per la dipendenza di un fittizio benessere nazionale dall'influsso di capitali esteri nella sbalorditiva dimensione contabilizzata di un miliardo e seicento milioni ogni ventiquattr'ore.
Non ha mai denunziato l'offensiva bushista contro libertà e diritti civili che con la malattia terminale del magistrato supremo William Rhnquist e con la tarda età del suo collega John Paul Stevens permetterà finalmente al presidente di trasformare l'intera Alta Corte in una succursale diretta dei “neo-cons”. Parimenti assenti dai suoi discorsi il degrado inarrestabile delle Nazioni Unite, fino a ieri strumento necessario della politica estera degli Stati Uniti, la questione mediorientale nel contesto palestinese, l'irresponsabile nullaosta di Washington ad un più che probabile bombardamento israeliano degli impianti nucleari iraniani.
E l'elenco degli omissis non si ferma certo qui. La disfatta di John Kerry non è misurabile solo sulla perdita della Casa Bianca, ma anche sul rafforzamento della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto al Senato dove la clamorosa sconfitta del leader democratico Tom Daschle è stata il prodotto diretto di una campagna elettorale senza senso e senza coordinamento negli stati del sud e del Middle West: John Kerry era apparentemente convinto che il sorriso clorodont del giovanotto John Edwards sarebbe stato sufficiente ad intaccare il predominio repubblicano in questi stati, quando invece il candidato alla vicepresidenza non è riuscito neppure ad ottenere l'appoggio della Carolina, suo stato natale.
Patetici infine i discorsi della “concession” dell'uno e dell'altro che hanno cercato invano di mimetizzare lo scarso entusiasmo, l'assenza di legami affettivi e di simpatia umana con il loro elettorato; questo ha votato non per i due ma contro George Dubya Bush.
Come ha osservato un commentatore democratico del “Arkansas Gazzette”: «Se avessimo nominato contro il presidente un aspirapolvere, lo avremmo votato limitandoci a pregare un assistente di svuotare ogni tanto il contenitore dei rifiuti».
Lucio Manisco
redazione@reporterassociati.org
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