Abbasso lo sviluppo sostenibile! Evviva la decrescita conviviale!

Viene definito ossimoro (o antinomia) una figura retorica consistente nel giustapporre due parole contraddittorie, come “l'oscura chiarezza”, cara a Victor Hugo, “che viene giù dalle stelle…”. Questo espediente inventato dai poeti per esprimere l'inesprimibile è sempre più utilizzato dai tecnocrati per far credere all'impossibile. CosàƒÂ¬, una guerra pulita, una globalizzazione dal volto umano, un'economia solidale o sana, ecc. Lo sviluppo sostenibile è una di queste antinomie.


Giàƒ nel 1989, John Pessey della Banca Mondiale catalogava 37 diverse accezioni del concetto di “sustainable development”.(2) Il solo rapporto Brundtland (World commission 1987) ne conteneva ben sei. FranàƒÂ§ois Hatem, che al tempo ne aveva individuate 60, propose di suddividere le teorie al momento disponibili sullo sviluppo sostenibile in due categorie: ecocentriche e antropocentriche, secondo che avessero come obiettivo principale la protezione della vita in generale (e quindi di tutti gli esseri viventi, o quantomeno di quelli che non sono giàƒ condannati), o il benessere dell'uomo.(3)

Sviluppo sostenibile, o come far durare lo sviluppo

Esiste quindi un'apparente divergenza dei significati sostenibile/durevole. Per alcuni lo sviluppo sostenibile/durevole è uno sviluppo rispettoso dell'ambiente. L'accento insiste quindi sulla conservazione degli ecosistemi. Lo sviluppo in questo caso significa benessere e qualitàƒ della vita soddisfacente e non ci si pone troppi interrogativi sulla compatibilitàƒ dei due obiettivi, sviluppo e ambiente. Questo atteggiamento è abbastanza diffuso tra i militanti del mondo associativo e tra gli intellettuali umanisti. L'attenzione verso i grandi equilibri ecologici deve arrivare fino a rimettere in discussione certi aspetti del nostro modello economico di crescita, addirittura del nostro stile di vita. CiàƒÂ² potrebbe condurre alla necessitàƒ di inventare un altro paradigma di sviluppo (ancora uno! Ma quale? Non si sa). Per altri, l'importante è che lo sviluppo in quanto tale possa durare all'infinito. Questa è la posizione degli industriali, della maggior parte dei politici e di quasi tutti gli economisti. A Maurice Strong, che dichiarava il 4 aprile 1992: “Il nostro modello di sviluppo, che porta alla distruzione delle risorse naturali, non puàƒÂ² tenere. Dobbiamo cambiare”, fanno eco i propositi di Gorge Bush (senior): “Il nostro livello di vita non è negoziabile”.(4) Sugli stessi toni, a Kyoto, Clinton dichiarava senza peli sulla lingua: “Non firmeràƒÂ² niente che possa nuocere alla nostra economia”(5) Com'è noto, Bush junior ha fatto di meglio…

Lo sviluppo sostenibile è come l'inferno, lastricato di buone intenzioni. Non mancano esempi di compatibilitàƒ tra sviluppo e ambiente a dimostrarlo. Evidentemente, l'attenzione all'ambiente non è necessariamente contraria agli interessi individuali e collettivi degli agenti economici. Un direttore della Shell, Jean-Marie Van Engelshoven, si puàƒÂ² permettere di dichiarare: “Il mondo industriale dovràƒ essere in grado di rispondere alle attuali aspettative se vuole, in modo responsabile, continuare a creare ricchezza in futuro”. Jean-Marie Desmarets, l'Amministratore Delegato di Total, parlava allo stesso modo prima del naufragio dell'Erika e dell'esplosione della fabbrica di fertilizzanti chimici di Tolosa…(6) Con un certo senso dell'umorismo, i dirigenti di BP hanno deciso che la loro sigla non avrebbe più dovuto leggersi “British Petroleum”, ma “Beyond Petroleum” (oltre o dopo il petrolio)…(7)

La coincidenza di interessi ben definiti puàƒÂ², effettivamente, realizzarsi in teoria e in pratica. Esistono industriali persuasi della compatibilitàƒ tra gli interessi della natura e gli interessi dell'economia. Il Business Council for Sustainable Development, cinquanta dirigenti di grandi imprese rappresentati da Stephan Schmidheiny, consulente di Maurice Strong, ha pubblicato un manifesto presentato a Rio de Janeiro poco prima dell'apertura della conferenza del 92: Cambiare rotta, riconciliare lo sviluppo dell'impresa e la protezione dell'ambiente. “Come dirigenti d'impresa – proclama il manifesto – condividiamo il concetto di sviluppo sostenibile, che permetteràƒ di rispondere alle esigenze dell'umanitàƒ senza compromettere le opportunitàƒ delle generazioni future”.(8)

Ed è questa, effettivamente, la scommessa dello sviluppo sostenibile. Un industriale americano esprime il concetto in modo molto più semplice: “Vogliamo che sopravvivano sia lo strato di ozono che l'industria americana”.

Sviluppo tossico

Vale la pena guardare più da vicino, tornando ai concetti, per verificare se la sfida ha ancora senso. La definizione di sviluppo sostenibile del rapporto Brundtland tiene conto solo della durevolezza. Si tratta di un “processo di cambiamento per il quale lo sfruttamento delle risorse, l'orientamento degli investimenti, i cambiamenti tecnici e istituzionali avvengono in modo armonico e rinforzano il potenziale attuale e futuro dei bisogni dell'uomo”. Non ci si deve illudere, tuttavia. Non è della protezione dell'ambiente che parlano i potenti – certi imprenditori ecologisti parlano persino di “capitale sostenibile”, il colmo dell'ossimoro! – ma prima di tutto dello sviluppo.(9) Ed ecco la trappola. Il problema del concetto di sviluppo sostenibile non è tanto nel termine sostenibile, che è tutto sommato una bella parola, quanto nella parola sviluppo, che è decisamente un “termine tossico”. A ben vedere sostenibilitàƒ significa che l'attivitàƒ umana non deve produrre un livello di inquinamento superiore alla capacitàƒ dell'ambiente di rigenerarsi. Non è altro che l'applicazione del principio di responsabilitàƒ del filosofo Hans Jonas: “Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuitàƒ di una vita autenticamente umana sulla terra”. Tuttavia, il significato storico e pratico dello sviluppo implicito nel programma della modernitàƒ , è fondamentalmente contrario alla sostenibilitàƒ cosàƒÂ¬ concepita. Si puàƒÂ² definire lo sviluppo come un'impresa volta a mercificare i rapporti tra le persone e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e da quelle umane. La mano invisibile e l'equilibrio degli interessi ci garantiscono che tutto procede per il meglio nel migliore dei mondi possibili. PerchàƒÂ© preoccuparsi? La maggior parte degli economisti, che siano liberali o marxisti, sostengono una visione che permette allo sviluppo economico di perdurare. CosàƒÂ¬ l'economista marxista GàƒÂ©rard d'Estanne de Bernis dichiara: “Non staremo qui a disquisire di semantica, non ci chiederemo neanche se l'aggettivo “durevole” (sostenibile) aggiunga qualche cosa alle definizioni classiche di sviluppo, teniamo conto della realtàƒ e parliamo come tutto il mondo […] E' chiaro che sostenibile non rimanda al concetto di durata ma a quello di irreversibilitàƒ . In questo senso, qualunque sia l'interesse delle esperienze prese in considerazione, il fatto è che il processo di sviluppo in paesi come l'Algeria, il Brasile, la Corea del Sud, l'India o il Messico non si è rivelato “durevole” (sostenibile): le contraddizioni irrisolte hanno spazzato via i risultati degli sforzi compiuti e condotto a una regressione”.(10) Effettivamente, se si accetta la definizione di sviluppo indicata da Rostow come “self-sustaining growth” (crescita auto-sostenibile), l'aggiunta dell'aggettivo durevole o sostenibile al termine sviluppo è inutile e costituisce un pleonasmo. CiàƒÂ² è ancora più evidente nella definizione di Mesarovic et Pestel.(11) Per loro è la crescita omogenea, meccanica e quantitativa che è insostenibile, mentre una crescita “organica” definita dall'interazione delle parti con l'insieme è un obiettivo sopportabile. Storicamente questa definizione biologica è precisamente quella dello sviluppo! Le sottigliezze di Herman Daly, che tenta di definire uno sviluppo a crescita zero non stanno in piedi, nàƒÂ© in teoria, nàƒÂ© in pratica.(12) Come sottolinea Nicholas Georgescu-Roegen: “Lo sviluppo sostenibile non puàƒÂ² in alcun caso essere separato dalla crescita economica. […] In veritàƒ , chi ha mai potuto pensare che lo sviluppo non implichi necessariamente una forma di crescita?”(13) Infine, si potrebbe affermare che aggiungere l'aggettivo sostenibile al concetto di sviluppo non significa certo rimettere seriamente in discussione lo sviluppo esistente, quello che domina il pianeta da due secoli, ma semplicemente concepirlo in un'accezione ecologica. E' alquanto improbabile che ciàƒÂ² basti a risolvere i problemi.

La crescita zero non è sufficiente

Infatti, le caratteristiche durevole o sostenibile non rimandano allo sviluppo “realmente esistente”, ma al concetto di riproduzione. La riproduzione sostenibile ha regnato sul pianeta più o meno fino al XVIII secolo. Tra gli anziani del terzo mondo ci sono ancora degli “esperti” di riproduzione sostenibile. Gli artigiani e i contadini che hanno conservato buona parte dell'ereditàƒ ancestrale nel modo di agire e di pensare vivono spesso in armonia con il proprio ambiente; non sono predatori della natura.(14) Ancora nel XVII secolo, con gli editti sulle foreste, i regolamenti sugli abbattimenti per la ricostituzione dei boschi, la coltivazione di querce che ancora ammiriamo destinate alla costruzione di vascelli 300 anni dopo, Colbert si dimostra un esperto di “sustainability”. I suoi provvedimenti sono il contrario della logica mercificatrice. Ecco, si diràƒ , una forma di sviluppo sostenibile. Ma allora lo si deve dire di tutti quei contadini che hanno piantato nuovi olivi e nuovi fichi dei quali non avrebbero mai visto i frutti, pensando alle generazioni future e questo senza esservi obbligati da nessuna legge, semplicemente perchàƒÂ© i loro genitori, i loro nonni e tutti coloro che li avevano preceduti avevano fatto la stessa cosa.(15) Ormai, neanche la riproduzione sostenibile è più possibile. Ci vuole tutta la fede degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro risolveràƒ tutti i problemi e che la sostituibilitàƒ illimitata della natura attraverso l'artificio sia possibile. Come si chiede Mauro BonaàƒÂ¯uti, possiamo davvero continuare a ottenere lo stesso numero di pizze diminuendo sempre la quantitàƒ di farina e aumentando il numero dei forni o quello dei cuochi ? E anche qualora si dovesse riuscire a sfruttare nuove energie, sarebbe sensato costruire “grattacieli senza scale nàƒÂ© ascensori, esclusivamente sulla base della speranza che un giorno trionferemo sulla legge di gravitàƒ ?”(16) Contrariamente a quanto sostenuto dall'ecologismo riformista d'un Hermann Daly o d'un RenàƒÂ© Passet, lo status quo e la crescita zero non sono nàƒÂ© possibili, (nàƒÂ© auspicabili…). “Noi possiamo riciclare le monete di metallo usate, ma non le molecole di rame disperse dall'uso”.(17) Questo fenomeno, che Nicholas Georgescu-Roegen ha battezzato la “quarta legge della termodinamica”, è forse discutibile in termini di teoria astratta, ma non dal punto di vista dell'economia concreta. Dall'impossibilitàƒ che ne consegue di una crescita illimitata non risulta, secondo lui, la necessitàƒ di un programma di crescita zero, ma quello di una decrescita. “Non possiamo – scrive – produrre frigoriferi, automobili o aerei a reazione 'migliori e più grandi' senza produrre anche dei rifiuti 'migliori e più grandi'”.(18) Quindi, il processo economico è di natura entropica. “La terra ha dei limiti – sottolinea Marie-Dominique Pierrot – e trattarla come qualcosa che si possa sfruttare all'infinito attraverso la mitizzazione del concetto di crescita, significa condannarla a scomparire. Non si puàƒÂ² invocare la crescita illimitata e accelerata per tutti e allo stesso tempo chiedere che ci si preoccupi delle generazioni future. Il richiamo alla crescita e la lotta alla povertàƒ costituiscono solo delle formule magiche e delle parole d'ordine buone per tutte le stagioni. Si tratta dell'idea magica della torta della quale basta aumentare le dimensioni per nutrire tutto il mondo e che rende 'innominabile' la questione della possibile riduzione delle parti di alcuni”.(19) La nostra ipercrescita economica oltrepassa giàƒ largamente la capacitàƒ di carico della terra. Se tutti i cittadini del mondo consumassero come gli americani medi i limiti fisici del pianeta sarebbero giàƒ ampiamente superati.(20) Se prendiamo come indice del “peso” ambientale del nostro stile di vita “l'impronta” ecologica di questa categoria in termini di superficie terrestre necessaria, otteniamo risultati insostenibili sia dal punto di vista dell'equitàƒ nei diritti di sfruttamento della natura, che dal punto di vista della capacitàƒ di rigenerarsi della biosfera. Prendendo in considerazione i bisogni di risorse e di energia necessarie ad assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e del consumo e aggiungendoci l'impatto dell'habitat e delle infrastrutture necessarie, i ricercatori del World Wide Fund (WWF) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo pro capite dell'umanitàƒ è di 1,8 ettari. Un cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo quindi molto lontani dall'uguaglianza planetaria e ancora di più da uno stile di civilizzazione sostenibile, che si dovrebbe limitare a 1,4 ettari, nell'ipotesi che la popolazione attuale resti stabile.(21)

Uscire dall'economicismo

Possiamo discutere queste cifre, ma purtroppo sono confermate da un numero imponente di indici (che sono d'altra parte serviti a stabilirle). Per sopravvivere o durare è quindi urgente organizzare la decrescita. Se siamo a Roma e dobbiamo andare a Torino in treno e per sbaglio abbiamo preso la direzione di Napoli, non basta rallentare la locomotiva, frenare o fermarsi, bisogna scendere e prendere un altro treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli, non dobbiamo semplicemente moderare le tendenze attuali, bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall'economicismo, cosàƒÂ¬ come dobbiamo uscire dall'agricoltura a sfruttamento intensivo che ne è parte integrante, per farla finita con le mucche pazze e le aberrazioni transgeniche. La decrescita dovrebbe essere perseguita non soltanto per preservare l'ambiente, ma anche per restaurare quel minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all'esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sono strettamente connesse. I limiti del “capitale” natura non pongono soltanto un problema di equitàƒ intergenerazionale nella suddivisione delle parti disponibili, ma anche un problema di equitàƒ tra i membri attualmente viventi dell'umanitàƒ . La decrescita non significa necessariamente un immobilismo conservatore. L'evoluzione e la crescita lenta delle societàƒ antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre in armonia con le esigenze della natura. “La societàƒ tradizionale era sostenibile perchàƒÂ© aveva adattato il proprio stile di vita all'ambiente – conclude Edouard Goldsmith – e la societàƒ industriale non puàƒÂ² sperare di sopravvivere perchàƒÂ©, al contrario, ha cercato di adattare l'ambiente al proprio stile di vita”.(22) Pianificare la decrescita significa, in altri termini, rinunciare all'immaginario economico, cioè alla convinzione che di più per tutti significhi più uguaglianza. Il benessere e la felicitàƒ si possono raggiungere a costi inferiori. La saggezza di molte culture suggerisce che la felicitàƒ si realizza nella soddisfazione di una quantitàƒ sensatamente limitata di bisogni. Riscoprire la vera ricchezza nella promozione di relazioni sociali conviviali in un mondo sano si puàƒÂ² fare con serenitàƒ nella frugalitàƒ , nella sobrietàƒ , persino con una certa austeritàƒ nei consumi materiali. “Una persona felice – sottolinea HervàƒÂ© Martin – non consuma antidepressivi, non consulta psichiatri, non tenta di suicidarsi, non rompe le vetrine dei negozi, non acquista continuamente oggetti costosi e inutili, insomma, partecipa solo marginalmente all'attivitàƒ economica della societàƒ .”(23) Una decrescita voluta e ben impostata non impone alcun limite nell'esercizio dei sentimenti e alla promozione di una vita conviviale, anche dionisiaca.(24)

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