Prezzo del petrolio: congiuntura o campanello d’allarme?

Il prezzo del petrolio è sopra i 40 dollari al barile, un prezzo doppio rispetto ai massimi del periodo 1986-1999. In una intervista al Corriere della Sera – Economia il dottor Franco Barnabé, esperto del settore, afferma: “La principale ragione dell'alto prezzo è data dallo squilibrio tra domanda e offerta internazionale. La domanda cresce a ritmi molto elevati per la ripresa in USA, Asia e Russia, mentre l'offerta cresce in maniera molto minore. Difficile dire se il declino dell'ammontare delle riserve inizierà nei prossimi venti anni. I segnali che arrivano dal Mare del Nord fanno dire che in qualche giacimento il declino gia' c'è. D'altra parte, in Medio Oriente esistono aree inesplorate anche se non enormi”. Ma vediamo cosa sta succedendo in Cina.
 Di Marco Palombo


La Cina non è una nazione di medie dimensioni in semplice trend economico positivo. E' uno stato di piu' di un miliardo di persone in crescita tumultuosa, con un radicale cambiamento di stile di vita per almeno 100-200 milioni di abitanti. Nel primo trimestre del 2004 ha aumentato le importazioni di petrolio del 30 per cento, di un consumo che e' gia' il 7.5 per cento del consumo mondiale. Con un semplice calcolo si vede che la Cina ha da sola aumentato il consumo mondiale di più del 2 per cento, consumo che per 10 anni era cresciuto del 1 per cento annuo.

Le previsioni di crescita ecomica per i prossimi anni sono alte tra il 6 e il 10 per cento, aumento indispensabile per assorbire la manodopera espulsa dal lavoro con il nuovo modello di sviluppo. Inoltre il paese fa un largo uso di carbone e comincia a mancare anche quello, ha grossi problemi per la produzione di energia elettrica e infrastrutture (per la Cina fonte Asianews.it, giornale online cattolico).

Non voglio dilungarmi troppo ne' dare giudizi che sono difficili anche per gli specialisti, faccio solo due considerazioni:
1) si tratta di una situazione non semplice che merita di essere seguita attentamente nei suoi sviluppi;
2) è comprensibile che USA, Gran Bretagna e Italia abbiano interesse a non parlarne troppo, la guerra in Iraq, se il problema petrolio fosse più conosciuto, pur nella sua complessita', verrebbe giudicata più facilmente una guerra per il greggio.

Se guardiamo una tabella del Sole24Ore non troviamo l'Iraq nei primi dieci produttori attuali di petrolio mentre per quanto riguarda le riserve lo troviamo al 3°posto con il 12 per cento delle riserve totali. I paesi del Medio Oriente hanno, sempre secondo la stessa tabella, il 33 per cento della produzione attuale e il 75 per cento delle riserve. L' importanza strategica di una presenza americana in Iraq e nel Medio Oriente è quindi piu' che evidente.

MARCO PALOMBO

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