Succede in Alto Adige. Dove si produce energia a basso costo mantenendo puliti i boschi. Ma il business delle biomasse (combustibili vegetali) può essere anche molto più fumoso…
[Di Stefania Aloia – tratto da il Venerdì di Repubblica del 4 giugno 2004]
I camion carichi di legno provenienti dai paesi dell'Est attraversano la Val Pusteria senza fermarsi: la loro destinazione è in Veneto, dove li attende una centrale che brucia legna per produrre energia elettrica. Eppure anche qui, in provincia di Bolzano, ci sono impianti che generano elettricità con lo stesso sistema. «Ma noi abbiamo deciso di privilegiare il legname che ci vendono i nostri contadini», dice Pietro-Paulo Stienwandter, direttore della centrale di Dobbiaco. «Certo, il legno slovacco farebbe comodo anche a noi: costa il 20 per cento in meno del nostro.
La centrale di Dobbiaco, come le altre centrati della Val Pusteria, si ispira a un modello new global: il legname che diventa carburante va trovato sul posto e l'energia prodotta deve essere restituita all'ambiente circostante. Ecco per-ché l'impianto brucia soprattutto gli scarti di lavorazione delle segherie della zona, incoraggia la pulizia dei boschi pagando le ramaglie che i contadini raccolgono il 75 per cento in più del prezzo di mercato. Per poi rivendere agli abi
tanti del posto il calore prodotto in eccesso dalla centrale. E così, a Dobbiaco i costi per riscaldare l'acqua e le case sono diminuiti almeno del dieci per cento.
L'impianto, tra i più grandi dell'Alto Adige, con una potenza di 18 megawatt e ben integrato nel paesaggio grazie a una struttura quasi invisibile, per metà interrata e rivestita di vetro e larice, ha iniziato a erogare energia nel novembre del '95 e da allora il prezzo per l'utente è rimasto invariato. L'anno scorso l'impianto è stato potenziato con un”altra caldaia per la produzione di elettricità : 1500 kilowatt all'ora, ceduti al migliore offerente. Se poi dovesse andare in porto la trattativa in corso in questi giorni, la centrale i a biomasse potrebbe confluire nella Ew, l'azienda elettrica di Dobbiaco. E allora ai consumatori, oltre al calore, verrebbe venduta direttamente anche l'elettricità . Non solo. Hans Peter Fucks, il presidente della cooperativa che gestisce l'impianto, vuole farne uno spazio didattico: «Nel 2005, con l'appoggio del ministero dell'Ambiente, inaugureremo un percorso guidato alla scoperta delle biomasse». Intanto si cominciano a stilare i primi bilanci.
«Con questo tipo di combustibile copriamo ormai il 15 per cento del fabbisogno di energia dell'Alto Adige, se si esclude il settore dei trasporti», dice Norbert Lantschner, responsabile dell'Ufficio aria e rumore della Provincia di Bolzano. «E puntiamo ad arrivare al 30 per cento entro il 2015».
Risultati e obiettivi Incoraggianti, che dovrebbero spingere a investire sulle biomasse come fonte di energia alternativa. Il problema è che il modello altoatesino, con la sua integrazione tra produttori di energia, agricoltori e falegnamerie, sembra essere una felice eccezione. Basta spostarsi appena 100 chilometri più a sud, nel Cadore, per trovare una situazione assai meno idilliaca. Qui, infatti, i proprietari delle centrali a biomasse (combustibile di origine vegetale), preferiscono importare il legno dall'estero. A Ospitale, in provincia di Belluno, c'è per esempio uno degli impianti dove i camion provenienti dall'Est svuotano il loro carico: la centrale della Sicet di proprietà della famiglia Vascellari. Costruita nel '98, ha una potenza elettrica di 17,5 megawatt (ma può arrivare fino a 20) e manda in fumo 25 tonnellate di legno all'ora, quasi cinquemila ogni settimana. In realtà , anche nel caso della Sicet il progetto originario prevedeva che i rifornimenti arrivassero dalle zone circostanti; prodotto dell'attività di manutenzione dei boschi e scarti di lavorazione primaria del legno non trattato, proprio come succede a Dobbiaco. Peccato che non si sia tenuto conto della crescente concorrenza di impianti analoghi (solo nel vicino Alto Adige se contano una trentina) e soprattutto della scarsa attitudine dei contadini del posto a effettuare il taglio conservativo dei boschi. «Ormai un'attività troppo onerosa e faticosa in una zona che ha abbandonato l'agricoltura montana per dedicarsi all'industria», spiega Valentino Vascellari, amministratore delegato della Sicet. «La Regione Veneto aveva perfino tentato di incentivare questa pratica agricola finanziando una legge per la pulizia dei boschi. Ma non ha funzionato».
Sta di fatto che una volta costruita la centrale ci si è accorti che il territorio non offriva abbastanza biomasse per alimentarla. A allora? Semplice, si è deciso di comprare il legno altrove, in altre province, in altre regioni e, appunto, in altri Stati, specie in quelli che dispongono di grandi foreste e di un'economia in difficoltà . «Il prezzo praticamente lo facciamo noi», ammettono alla Sicet. Ma è ammissibile che una centrale che usa fonti rinnovabili, e che per questo può vendere energia elettrica all'Enel a 360 lire al kilowattora, il doppio del prezzo di mercato, faccia viaggiare su camion le sue biomasse per migliata di chilometri, con relativa immissione di CO2 nell'atmosfera? «Molti hanno visto nelle biomasse un business e ci si sono tuffati», risponde Stefano Ciafani di Legambiente. «Ci sono continue richieste per nuovi impianti, ma le biomasse in Italia non sono molte. Bisognerebbe tenere il conto di quelle disponibili prima di concedere altre autorizzazioni». E i cittadini? Quelli di Ospitale sono delusi. «Ci era stato promesso che il vapore emesso dall'impianto sarebbe servito a scaldare serre per la coltivazione di piante», ricorda Antonio Romanin, che, insieme ad altri, aveva dato vita a un comitato anticentrale. «Ma il vapore continua a di- sperdersi nell'aria e la nostra bolletta della luce è sempre la stessa».
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