Perché in Africa si moltiplicano i colpi di stato?

L'Africa subisce con un'intensità particolare i processi di destabilizzazione politica e sociale dovuti alla globalizzazione. Infatti, i giovani stati indipendenti, già fragili, hanno ereditato una sovranità barcollante che il dominio delle multinazionali e lo sfascio dei sistemi sociali per effetto delle politiche di aggiustamento strutturale hanno finito per ridurre a un nonnulla. Così la forza pubblica diventa una finzione da cui si cerca di trarre profitto e il colpo di stato un modo naturale di conquistare il potere.


Colpi di stato in Guinea Bissau (settembre 2003) e a Sao Tomé e Principe (luglio 2003), tentativi di golpe in Mauritania e nel Burkina Faso (ottobre 2003), rovesciamento di Charles Taylor in Liberia grazie a una ribellione (agosto 2003), sommovimenti politici in Senegal (durante tutto il 2003), destabilizzazione della Costa d'Avorio (dal settembre 2002)… L'Africa occidentale sembra aver adottato la crisi politica come sua condizione permanente. E per quanto tempo ne rimarranno al riparo paesi quali Capo Verde, il Ghana e il Mali, che vi si sono sottratti? Nell'insieme, l'Africa occidentale è a un passo dal crollo generale.
Le attuali crisi appaiono di tutt'altra natura rispetto a quelle che affliggevano gli stati africani negli anni che seguirono l'indipendenza dei vari paesi. Alle lotte ideologiche della guerra fredda è succeduta una doppia destabilizzazione, da una parte per via dell'inserimento a tappe forzate nella globalizzazione economica, e dall'altra per l'improvvisata democratizzazione di stati senza mezzi. Questi due fenomeni sono riusciti a delegittimare le nascenti costruzioni nazionali e a rendere puramente fittizia la sovranità di questi paesi.
Per una «tragica ironia», fenomeni di natura molto diversa hanno combinato i loro effetti destabilizzanti: la fine del confronto est-ovest, che strutturava la geopolitica africana; l'improvvisazione da parte degli investitori di un ordine democratico mal gestito (ripreso dal discorso di Franà§ois Mitterrand a La Baule nel 1990 [1]); il nuovo quadro macroeconomico ultra liberista – privatizzazioni selvagge, programmi di aggiustamento strutturale incoerenti e drastici, piani sociali simulati, spudorato sfruttamento della manodopera, prezzi derisori delle materie prime e frodi, misure commerciali svantaggiose, ecc. (2); gli interventi selvaggi delle multinazionali occidentali e delle potenti banche orientali; l'esplosione del debito; le mire di alcuni stati africani (interventi in Ciad e attivismo «panafricanista» della Libia, per esempio. (3)); la sconcertante assenza di cultura generale nei numerosi dirigenti politici del continente nero con il suo corollario, la mancanza di visione (compresa quella a breve termine); la corruzione dei piccoli e dei grandi funzionari; il traffico di armi, ecc. Tanti mali che hanno finito per far crollare un continente già molto debole.
Tutti gli indicatori macroeconomici, sociali e sanitari negli anni '80 si sono velocemente degradati distruggendo le classi medie e suscitando profonde tensioni sociali. L'Africa occidentale si è impoverita: il prodotto interno lordo di ciascun paese si è deteriorato, la crescita promessa dagli investitori non si è presentata: è addirittura passata dal 3,5% in media nel 1975 al 2% nel 2000 (4). Il programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) riporta un «deterioramento senza precedenti» degli indicatori di sviluppo umano (5).
I concetti superati di stato e «bene pubblico» Quasi ovunque i salari dell'amministrazione pubblica vengono pagati con difficoltà : nella Repubblica Centrafricana nella primavera del 2003, una delle prime misure prese dal governo golpista del generale Franà§ois Bozizé è stata quella di annunciare il pagamento degli stipendi in ritardo. La disoccupazione aumenta di continuo. Le malattie (Aids, malattie tropicali, ecc.) si diffondono abbassando fortemente la speranza di vita delle popolazioni. I rifugiati si contano a migliaia.
Pauperizzati, gli eserciti sono diventati una minaccia costante per i regimi di numerosi paesi, come dimostrano il golpe nella Repubblica Centroafricana, il tentativo di colpo di stato in Burkina Faso e la ribellione della Costa d'Avorio (6).
Di fatto si sono «democratizzati» soltanto i colpi di stato e le guerre civili mescolate a strane guerre esterne che formano adesso una matassa difficile da svolgere. Così il Congo – Kinshasa contemporaneamente è invaso dai suoi vicini e diviso tra diverse fazioni politiche, esse stesse sostenute da potenze straniere (7). àˆ come se in Africa non ci fosse più una «vita etica». E ne è rivelatore il fatto che la nozione stessa di «bene pubblico» sia scomparsa dai discorsi politici e intellettuali.
Al posto di una volontà generale, c'è ormai solo un generalizzato confronto delle volontà individuali, tutte focalizzate sulle etnie, leve molto semplici da usare, come dimostra la tematica della «ivoirité» e la propaganda degli attori della crisi della Costa d'Avorio.
La necessità , dicono i filosofi, è l'insieme degli incidenti. Da una quindicina d'anni esiste dunque una continuità politica e storica tra le guerre e i colpi di stato. In realtà si tratta di un unico e anche vasto fenomeno che va da Monrovia a Bissau, da Freetown a Nouakchott, da Dakar a Niamey, dalla Casamance ad Abidjan. In Africa (in particolare occidentale), non ci sono più stati indipendenti nel senso politico del termine. L'indipendenza cosiddetta formale, ovvero giuridica e testuale acquisita negli anni '60, è diventata astratta. Agli occhi dei cittadini, dei dirigenti, delle fazioni e dei capi militari, la potenza statale è diventata un'impostura che si subisce oppure di cui si cerca di approfittare. Da una parte, l'esistenza e il funzionamento di ogni stato dell'Africa occidentale sono direttamente dipendenti dai calcoli degli stati vicini: ripercussione regionale dell'instabilità della Costa d'Avorio, in particolare per i paesi circondati (Mali, Burkina…), migrazioni di massa di lavoratori (per esempio burkinabé in Costa d'Avorio), ingerenze politiche (della Guinea Bissau nella crisi in Casamance, del Ciad nella crisi centroafricana.)…
Dall'altra, il diritto pubblico interno – la costituzione – è ormai determinato dal diritto pubblico internazionale, ovvero dalla qualità della relazione con gli altri stati. Ora, se questa relazione può a volte contribuire a una soluzione di pace positiva (per esempio nel Congo-Kinshasa dove le Nazioni unite e il Sudafrica hanno patrocinato degli accordi (8)), in altri casi viene giudicata negativa e caratterizzata dall'ostilità .
La crisi ivoriana ne è un esempio significativo. Infatti la costituzione nazionale (presidenziale) viene contraddetta dagli accordi di Linas Marcoussis del 24 gennaio 2003 (che prevedono una suddivisione del potere con le fazioni ribelli a scapito della presidenza e a vantaggio del governo). Questi accordi, per quanto siano legittimi e necessari, segnano il punto culminante del processo storico di indebolimento dell'istituzione presidenziale dal 1990 e la fine del regime di Félix Houphouà«t-Boigny.
Ora, in Costa d'Avorio, l'istituzione presidenziale non può essere sostituita da un premierato con pieni poteri, visto che il paese non ha ancora un regime parlamentare come per esempio lo ha Capo Verde. Per gli ivoriani, un eccellente diritto pubblico esterno vale meno di un difettoso diritto pubblico interno. Ovviamente queste contraddizioni spiegano, senza giustificarli, i cambiamenti di posizione del presidente Laurent Gbagbo.
L'incuria delle élite africane, peraltro, finisce per ridurre le sovranità a un nonnulla. Un delegato al Dialogo nazionale centroafricano, organizzato dopo il golpe della primavera del 2003, ha fatto il seguente ragionamento: «Tutti i centroafricani sono corruttibili e corrotti.
Ora, lo stato centroafricano deve far rientrare i propri introiti fiscali. L'organizzazione e la gestione dei monopoli finanziari dello stato devono quindi essere trasferite a espatriati francesi!». In tal modo uno degli strumenti essenziali della sovranità dello stato – le imposte e di conseguenza il bilancio – passerebbe sotto l'autorità diretta del ministero francese della Cooperazione. Questo sillogismo non fa che illustrare con grande ingenuità l'alienazione, che qui raggiunge il suo culmine, di numerosi responsabili politici africani.
In una quindicina d'anni, le frontiere tracciate dalla Conferenza di Berlino (1885) e consacrate dai testi fondanti dell'Organizzazione dell'unità africana (Oua) sono diventate tutte porose e fittizie.
Autentici colabrodo per tutti i movimenti ribelli: in Costa d'Avorio, mercenari e milizie reclutate da diverse fazioni sono diventate pressoché incontrollabili e minacciano alcune parti del paese di derive mafiose.
Lo stesso fenomeno può essere osservato in Liberia dove ex combattenti della guerra in Sierra Leone si sono riconvertiti alla lotta contro il presidente Charles Taylor, decaduto nel mese di agosto del 2003.
La forte interdipendenza degli stati africani dipende essa stessa dagli interessi delle multinazionali. Queste ultime, che siano europee o orientali, hanno sottomesso e soggiogato gli apparati statali.
Hanno di fatto abolito le frontiere ereditate dalla colonizzazione e hanno modificato profondamente la natura degli stati del continente, facendone delle dipendenze o degli uffici di controllo.
I conflitti «etnici» sono spesso solo la copertura dei calcoli di interesse effettuati dai poteri in carica o dalle multinazionali.
Queste ultime strumentalizzano conflitti regionali o locali per ottenere o conservare mercati o concessioni. àˆ così che è stato denunciato il ruolo degli industriali del legno nella decomposizione della Liberia e del Congo-Kinshasa da organizzazioni non governative e da un rapporto delle Nazioni unite (9). La stampa ivoriana non perde occasione di ricordare che la crisi del paese ha avuto origine quando il presidente Gbagbo ha annunciato la rinegoziazione di alcuni mercati pubblici (10).
Questa intromissione delle multinazionali – come anche delle regole della globalizzazione economica – nella sfera pubblica africana ha provocato un miscuglio tra diritto pubblico e diritto privato.
La cosa pubblica infatti non viene gestita conformemente alle regole universali dell'amministrazione pubblica, ma secondo le regole giuridiche del diritto privato. Per la maggior parte, i capi di stato africani non si vedono come dei presidenti della repubblica che garantiscano l'interesse generale ma si comportano come dei presidenti di un consiglio di amministrazione. La gestione del petrolio, dell'oro o dei diamanti, la vendita di prodotti agricoli e di risorse naturali (minerali, legno) danno luogo a comportamenti da clan, se non addirittura di vassallaggio feudale, dalla firma dei contratti di sfruttamento delle materie prime (commissioni) fino alla suddivisione dei forti profitti che vengono realizzati al momento delle vendite sul mercato mondiale.
Adagiato sulla rendita petrolifera, il regime gabonese, come il governo angolano, è ormai un maestro in questo gioco. Le privatizzazioni ordinate dagli investitori hanno dato luogo a vere e proprie svalutazioni a cui gli stati non hanno voluto, o potuto, resistere. Il governo senegalese non la smette così di rinegoziare le condizioni della privatizzazione della Compagnia nazionale di elettricità . I grandi perdenti di questa spartizione di potere ai vertici sono chiaramente le popolazioni. In un contesto del genere il colpo di stato diventa un modo normale di devoluzione del potere pubblico.
Dalla fine del confronto est-ovest, le multinazionali agiscono sempre più senza contrappeso politico (11). Legate originariamente agli interessi governativi, hanno ora acquisito una certa autonomia. In Africa, dove gli stati sono deboli, esse si sono letteralmente occupate di politica estera mettendo a profitto il rapido disimpegno – dettato dal rifiuto di ingerenza negli affari interni – dei paesi europei.
Il processo dei dirigenti della società Elf ha scoperto i negoziati organizzati da Loà¯k Le Floch-Prigent con la ribellione angolana (Unione per l'indipendenza totale dell'Angola – Unita) di Jonas Savimbi, mentre ufficialmente egli finanziava il potere in carica (Movimento popolare di liberazione dell'Angola – Mpla) (12).
Le multinazionali sotto processo Al Forum sociale africano di Addis Abeba del febbraio del 2003, un delegato del Congo Brazzaville ha stimato ironicamente che nel suo paese si confrontavano due legittimità : la «legittimità democratica» e la «legittimità petrolifera». Il termine di neo-colonizzazione «civile» da parte del mondo economico internazionale, si rifà a questa situazione. E sottolinea chiaramente l'impotenza del potere pubblico in Africa.
Su questo continente non ci sono mai state tante «battaglie», patologie, saccheggi dell'economia e del sottosuolo. I profitti accumulati in questi ultimi quindici anni sono considerevoli, se non ineguagliati.
La riduzione dell'aiuto pubblico allo sviluppo abbandona gli stati all'appetito delle grandi imprese. Così, in molti casi di destabilizzazione dei regimi, gli stati europei si trovano in uno sfasamento completo, se non addirittura disorientati o sopraffatti rispetto all'evoluzione degli eventi. àˆ quindi sempre dopo il fatto che essi tentano di riparare, soprattutto per mezzo di uno sperimentato metodo: la messa in atto delle riconciliazioni nazionali.
Nella fase intermedia che l'Africa sta attraversando, la risoluzione (provvisoria) dei conflitti necessita ancora l'intervento diretto degli stati europei, le cui capitali o città periferiche – simbolo significativo, rivelatore e illustrativo – diventano luoghi di riconciliazione delle classi politiche africane consacrandone, di fatto, l'alienazione.
Così gli accordi ivoriani di Linas Marcoussis a Parigi. Se gli agenti privati occidentali e orientali «accendono» battaglie e fomentano colpi di stato, tocca agli stati occidentali e orientali interporsi tra i belligeranti. In questo c'è un'inammissibile complementarità in una ripugnante divisione del lavoro.
Nell'insieme, gli stati africani sono indeboliti sempre di più da un lato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale e dall'altro dalle multinazionali. La «Francafrique» è anche questo! Leopold Sedar Senghor si augurava un'altra cosa – una Eurafrica di partner eguali – che a suo tempo la Francia non seppe capire. La destabilizzazione degli stati africani si inscrive così nella logica di un ordine mondiale non egualitario che discredita la cosa pubblica.
Bisognerebbe quindi cercare le vie e i mezzi attraverso cui le multinazionali – come i capi di stato e di guerra – implicate nei tentativi di destabilizzazione, possano essere tradotte davanti alla Corte penale internazionale (Cpi). Per fare ciò converrebbe mettere in atto un corpo giudiziario internazionale composto da giudici africani esperti nei meccanismi finanziari ed economici e specializzati nell'analisi dei movimenti di capitali che finanziano i colpi di stato e le ribellioni. Bisognerebbe anche accrescere i controlli sulla devoluzione dei mercati pubblici africani.
La storia va sempre avanti attraverso il male, per dirla con Hegel.
Senza dubbio per la prima volta, attraverso le crisi politiche attuali, appare il bisogno reale di costruire una nuova unità politica ed economica dell'Africa. Essa non deve più rivestire i vecchi orpelli dell'Oua e dell'Unione Africana, o le vecchie forme di unione economica come la Comunità economica degli stati d'Africa occidentale (Cedeao) e l'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (Uemoa) o ancora la Nuova partnership economica per lo sviluppo dell'Africa (Nepad).
àˆ l'eventualità di un'unità reale (e non più decantata) del continente che potrebbe svilupparsi a partire dalla sconfitta storica degli stati africani. E in questo disastro che va avanti da cinque secoli, gli africani non hanno certo una responsabilità minore.

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