Lo studioso che ha fondato gli studi di “Peace research” sostiene una democratizzazione, cioè creazione di un Parlamento eletto e non scelto, con un rappresentante per ogni milione di abitanti. Sgrana gli occhi cerulei incorniciati da un casco di capelli bianchi e fa una pausa: Il mio Paese avrebbe quattro deputati, gli Usa 270, l”India mille e la Cina 1250. Un”assemblea di questo tipo non deciderebbe un attacco contro l”Iraq!.
Per il Medio Oriente auspica confini aperti, diritto alla vita e agli scambi commerciali tra Israele, Palestina, Siria, Giordania, Libano ed Egitto; l”Iraq non potrà che essere una federazione di sciiti, sunniti, curdi e turcomanni; l”Afghanistan, ritiene analogamente, andrà plasmato sul modello confederativo di almeno dodici comunità . E ancora: sottolinea l”importanza della creazione degli Stati Uniti dell”America Latina, però senza la bomba atomica; in Africa propone la possibilità di un”unione bioceanica, dalla Tanzania al Congo-Brazzaville, lungo una direttrice est-ovest estranea all”approccio europeo del nord-sud: si dipana sull”intero emisfero la cartografia della pace di Johan Galtung, 73 anni, norvegese padre dei moderni studi sulla risoluzione dei conflitti. Da mezzo secolo tenta di tracciare una geografia che offre rotte “alternative alle guerre” che insanguinano il pianeta. Partendo dagli Stati Uniti, dove è necessario un processo di verità e riconciliazione. à ˆ tempo di aiutare i nostri amici americani a scrivere una pagina di verità , perché non la conoscono dice Galtung, intervistato dalla MISNA a Roma a margine di una conferenza all”Università “Roma 3”. Il professore di Oslo – vincitore del “Premio Nobel alternativo” per il suo impegno – propone come modello in questo percorso la Germania post-bellica: Ha adottato nuovi testi nelle scuole in cui c”è stata una confessione totale degli errori compiuti nel passato e dove la parola Auschwitz è usata di frequente. Lo sbaglio, tanto per essere chiari, è la guerra illegale contro l”Iraq. Anche in Africa in passato sono stati compiuti errori, soprattutto con la colonnizzazione: Non abbiamo diritto di mantenere le divisioni, ma abbiamo l”obbligo di sostenere l”unità africana e chiedere scusa, aggiunge il professore norvegese, già rettore dell'”Université nouvelle transnationale” di Parigi e fondatore nel 1959 l'”International Peace Research Institute di Oslo”. L”Africa è piagata da guerre descritte spesso come etniche e tribali ma in realtà motivate da giganteschi interessi occidentali per le risorse minerarie: à ˆ ben provato che se un Paese possiede diamanti è una tragedia: penso ai casi dolorosi dell”Angola e della Sierra Leone spiega ancora alla MISNA Galtung. La risposta, suggerisce, è l”internazionalizzazione di queste risorse attraverso l”apposito organismo dell”Onu preposto alla gestione dei materiali preziosi. Non dimentichiamo quello che è successo nella Repubblica Democratica del Congo, dove milioni di persone hanno perso la vita anche a causa del coltan, usato nell”industria delle alte tecnologie.
L”Onu di cui parla Galtung, però, necessita almeno di tre riforme: Abolizione del diritto di veto, un meccanismo feudale che non appartiene al mondo moderno spiega ancora alla MISNA lo studioso che ha fondato gli studi di “Peace research”. Democratizzazione, cioè creazione di un Parlamento eletto e non scelto, con un rappresentante per ogni milione di abitanti. Sgrana gli occhi cerulei incorniciati da un casco di capelli bianchi e fa una pausa: Il mio Paese avrebbe quattro deputati, gli Usa 270, l”India mille e la Cina 1250. Un”assemblea di questo tipo non deciderebbe un attacco contro l”Iraq!. Infine, spostare il Palazzo di Vetro da New York a Honk Kong, dove si parlano l”inglese e il cinese. Utopia? Tutto ciò mi sembra molto realista taglia corto Galtung, che ammette: Le Nazioni Unite oggi sono paralizzate, ma questo non è un giudizio definitivo. Ripartire dal basso, propone il norvegese, che studiò filosofia, matematica e sociologia all'Università di Oslo, entrando in contatto con la cultura e l'ideologia della pace, soprattutto con il pensiero gandhiano. à ˆ necessaria una globalizzazione dei diritti umani a partire dalla società civile, dalle organizzazioni non governative, dall”informazione, perché c”è una forte asimmetria tra l”enorme attenzione mediatica verso gli atti violenti e la scarsa attenzione agli eventi pacifici, che rende necessario sostenere un giornalismo di pace. Gli strumenti offerti da decenni di ricerca in questo campo lo dimostrano: Proviamo a invitare la gente in Medio Oriente a discutere del proprio futuro. A me è capitato in decine di laboratori e conferenze organizzati in quelle zone: ho visto gli occhi delle persone diventare brillanti, ci sono idee per costruire un futuro. Di fronte alla complessità di scenari instabili come in Iraq, Afghanistan, Asia centrale (è qui che si gioca lo scontro tra Usa e India-Russia-Cina), Galtung ritiene che il sistema degli Stati sta scomparendo, il controllo del potere non è più solo militare ma anche simbolico. Dal 1999, ricorda il professore – che fu anche il primo obiettore di coscienza del suo Paese e per questo finì in carcere – la società civile internazionale ha dimostrato di poter offrire contributi importanti: Penso al ruolo svolto per l”approvazione del Trattato anti-mine, al condono del debito estero dei Paesi più poveri e alla pressione per la creazione della Corte penale internazionale. Non solo, ma Galtung ritiene possibile un modo creativo di promuovere la pace partendo dalla rete delle municipalità – sono due milioni nel mondo – e delle realtà regionali. Il mappamondo della pace, insiste, può capovolgere la storia. Ma alcuni hanno più responsabilità di altri: Se gli Usa continuano in questo modo, l”opposizione contro di loro sarà crescente e l”unica soluzione è che tornino ad essere uno dei 191 Paesi dell”Onu che lavora per costruire un mondo migliore.
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