La "sporca guerra" del Darfur

AbechàƒÂ©, frontiera tra Sudan e Ciad. Raggrumati in campi di fortuna o  sparpagliati nello spazio semi-arido del Sahel, 110.000 rifugiati dal Darfur sudanese hanno ripiegato con mandrie di cammelli e capre in Ciad, in un territorio colpito più volte da siccitàƒ , dove le persone vivono dal 1985-88 in fragile equilibrio ecologico.


Il flusso di profughi sembra essersi arrestato a maggio à¢â‚¬Å“perchàƒÂ© di làƒ non cà¢â‚¬â„¢è più nessunoà¢â‚¬? à¢â‚¬ ci dicono a Farchana (12.000 rifugiati), uno dei campi gestiti da Secadev, la Caritas ciadiana. O, probabilmente, perchàƒÂ© le milizie janjawid e le truppe di Karthoum hanno chiuso i passaggi. A fatica filtrano poche notizie indipendenti che parlano di 800.000 sfollati interni, più 20.000 morti nellà¢â‚¬â„¢ultimo anno e le agenzie Onu denunciano una à¢â‚¬Å“pulizia etnicaà¢â‚¬?. Allà¢â‚¬â„¢inazione politica è subentrata la protesta umanitaria. Senza grandi risultati peràƒÂ². Le persone con cui parliamo raccontano à¢â‚¬ attraverso il traduttore à¢â‚¬ le stesse storie: attacchi ai villaggi da parte di à¢â‚¬Å“uomini armatià¢â‚¬?, elicotteri dal cielo a mitragliare i sopravvissuti e poi i janjawid (i cavalieri armati del diavolo) che finiscono il lavoro incendiando, violentando e saccheggiando. PerchàƒÂ© succede questo? I rifugiati dicono di non saperlo, che non hanno notizie dai loro villaggi, à¢â‚¬Å“làƒ non cà¢â‚¬â„¢è più nessunoà¢â‚¬?. Il ritorno a casa? à¢â‚¬Å“Non oraà¢â‚¬Â¦ forse un giorno, Inshallahà¢â‚¬?. Il conflitto del Darfur è complesso: il nord è deserto, attraversato da tribù di allevatori di cammelli; nel centro-sud convivono tribù di agricoltori e pastori che si contendono là¢â‚¬â„¢acqua e lo spazio. La regolazione tradizionale dei conflitti prevedeva il rispetto di à¢â‚¬Å“corridoi di transumanzaà¢â‚¬? da parte degli allevatori. Tutte le tribù del Darfur, sia quelle à¢â‚¬Å“africaneà¢â‚¬? che quelle definite à¢â‚¬Å“arabeà¢â‚¬?, sono di religione musulmana ma considerate marginali e disprezzate dal governo centrale di Karthoum, che ha sempre visto questa provincia con la logica coloniale della à¢â‚¬Å“frontiera da conquistareà¢â‚¬?. Il che smonta le semplificazioni che leggono la guerra in Sudan solo come il contrapporsi del Nord musulmano al Sud cristiano.La grande siccitàƒ del 1985-88 ha sconvolto profondamente là¢â‚¬â„¢equilibrio eco-sociale ma il conflitto pareva allora legato alla situazione contingente. In realtàƒ i due movimenti di rivolta armata (SLA e JEM) hanno riportato fino al 2003 numerose vittorie militari. Il presidente Bechir ha risposto intensificando i raid dellà¢â‚¬â„¢esercito nei à¢â‚¬Å“villaggi ribellià¢â‚¬? e finanziando la milizia dei janjawid: mercenari arabi con licenza di uccidere. Da aprile 2003 è la solita à¢â‚¬Å“guerra sporcaà¢â‚¬? (e tenuta nascosta): gli attacchi alle guarnigioni, la fuga sulla montagna, le rappresaglie contro i civili (à¢â‚¬Å“quando non si ha tra le mani coloro che hanno agito, ci si vendica sugli innocentià¢â‚¬?), le deportazioni di donne e bambini in campi di concentramento, militari e convogli umanitari selettivi, la tattica della terra bruciata, profughi senza meta. La vendetta è un lavoro a tempo pieno. Sul conflitto originario per là¢â‚¬â„¢uso delle risorse tra popolazioni locali (acqua e spazio da condividere tra agricoltori e pastori), si è innestato lo scontro politico tra governo centrale e guerriglia à¢â‚¬ per una maggior autonomia e investimenti per lo sviluppo socio-economico à¢â‚¬ aggravato poi dalle violenze e dal saccheggio delle milizie contro i civili. Questa guerra à¢â‚¬Å“a tre livellià¢â‚¬?, che ha prodotto uno sradicamento (dentro e fuori le frontiere nazionali) di un milione di persone in un territorio abitato da sette milioni, indica con chiarezza le radici profonde delle migrazioni forzate, degli esodi di profughi, in massa o goccia-a-goccia – emorragie invisibili, poco telegeniche ma costanti: le lotte per il potere e là¢â‚¬â„¢identitàƒ , là¢â‚¬â„¢impoverimento sociale per unà¢â‚¬â„¢economia di rapina e saccheggio, là¢â‚¬â„¢uso perverso o irresponsabile dellà¢â‚¬â„¢ambiente, del territorio. Le conseguenze umane e geo-politiche sono gravide di rischi: la pace in Sudan è tutta da costruire – nonostante la firma degli accordi il 26 maggio – mentre il Ciad è destabilizzato da una presenza cosàƒÂ¬ massiccia di profughi in un territorio fragile, dove presto gli allevatori cominceranno a scendere a sud per le piogge e incontreranno sulla strada i rifugiati e i loro armenti. Nel Darfur, oggi, ci puàƒÂ² essere pace solo affrontando contemporaneamente i tre livelli del conflitto, dentro un quadro di dialogo per la costruzione di un Sudan che sia terra, acqua e vita per tutti i suoi figli. Il colonnello Garang e il generale Bechir possono davvero decidere da soli il destino di tutto un Paese? I profughi del Darfur dicono di no.

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