La critica in azione

Siete mai entrati nella tana del lupo? In Germania c`è chi lo fa per professione. Sono gli “azionisti critici”: attivisti che si intrufolano nelle assemblee generali annuali delle aziende considerate eticamente discutibili per rompere le uova nel paniere. Prendere la parola per contestare è semplice: basta acquistare unà‚´azione per potere partecipare e votare alle assemblee di un`impresa .

[Terre di mezzo]


L`”azionariato critico”, cosàƒÂ¬ si chiama, è uno strumento di pressione poco noto in Italia ma largamente praticato nel Nord dellà‚´Europa. In Germania esiste da 20 anni una rete di organizzazioni che si fa chiamare “Federazione delle azioniste e degli azionisti critici” il cui obiettivo è monitorare i comportamenti delle aziende, raccogliere informazioni per poi portarle nelle assemblee generali.

“Chiediamo più responsabilitàƒ e trasparenza alle aziende -spiega Henry Mathews, portavoce della federazione- e lo facciamo andando a casa loro, proprio mentre rendono conto agli azionisti del loro operato e l'attenzione dei media è alta”. Da Berlino ad Amburgo, la federazione puàƒÂ² contare su una rete capillare di organizzazioni. Se ne contano 35 attive nei settori più disparati: pacifisti, ambientalisti e animalisti, gruppi di consumatori e di vittime del nazismo, associazioni nate per mettere i bastoni tra le ruote a unà‚´unica azienda, come nel caso di Bayer, Basf e Daimler Chrysler. Le aziende prese di mira sono circa 30, tutte tedesche: Adidas, Siemens, Bayer, Deutsche Bank, Basf, Schering -per fare alcuni nomi-. Le accuse vanno dalla produzione e commercio di armi, dalla fabbricazione ed emissione di sostanze nocive alla violazioni dei diritti dei lavoratori. Oggi la federazione rappresenta circa 4 mila piccoli azionisti, che hanno fatto una scelta etica: delegare il loro diritto di voto e di intervento nelle assemblee alla federazione, pur non essendo direttamente coinvolti nella sua attivitàƒ . Questo dàƒ la possibilitàƒ alle singole organizzazioni di partecipare alle assemblee e di invitare altri attivisti, anche dal Sud del mondo.

E pensare che tutto è cominciato acquistando unà‚´unica azione. “Siamo stati i primi ad acquistare unà‚´azione, oggi ne rappresentiamo quasi 100 mila”: cosàƒÂ¬ Philipp Mimkes riassume gli oltre 20 anni di “azionariato critico” della “Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer”. Unà‚´associazione nata nel 1978 per monitorare il comportamento dell'azienda chimico-farmaceutica e tirarle le orecchie quando necessario. Anni 36, fisico di formazione e attivista di professione, Philipp ha giàƒ preso la parola in 10 assemblee generali. La sua prima volta, nel 1995, non se la scorderàƒ mai. “Tanto trambusto e un attivista con un braccio lussato” racconta. Là‚´argomento scottante riguardava là‚´indennizzo degli ex lavoratori forzati impiegati durante il Terzo Reich dalla IG Farben -azienda produttrice del noto gas `Zyklon Bà‚´ usato per lo sterminio degli ebrei- di cui Bayer faceva parte insieme a Basf e Hoechst. “Non volevano che se ne parlasse -racconta Philipp – hanno tolto là‚´audio al microfono, poi siamo stati allontanati con la forza”.

Lo scorso 30 aprile, a Colonia, la coalizione ha partecipato allà‚´ultima assemblea della Bayer, portando allà‚´attenzione in particolare là‚´emissione di sostanze nocive nel Reno. Bayer, dal canto suo, respinge le accuse della coalizione. “La veridicitàƒ delle loro dichiarazioni è dubbia e non convalidata da prove -afferma Juergen Forneck dellà‚´ufficio stampa della Bayer- per questo il dialogo è escluso”. Eppure dietro ogni intervento nelle assemblee generali cà‚´è un anno di lavoro. “Monitoriamo ogni giorno la stampa nazionale e internazionale, abbiamo creato una rete internazionale di associazioni per lo scambio di informazioni e contatti diretti, perlopiù anonimi, con lavoratori tedeschi e stranieri -spiega Philipp- e se ci sono i soldi finanziamo direttamente ricerche scientifiche”.

Sempre ad aprile si è svolta un'altra assemblea generale, quella della Basf. Il portavoce della “Azione degli azionisti critici della Basf”, Juergen Rochlitz, ha chiesto all'azienda di destinare una parte dei 600 milioni di euro di utile del 2003 alla creazione di posti di lavoro. “Dal 1990 ad oggi Basf ha tagliato in Germania 20 mila posti di lavoro, con gravi conseguenze sull'occupazione e sugli standard di sicurezza negli stabilimenti” ha dichiarato Rochlitz. Sulle accuse la Basf ha addirittura preso una posizione ufficiale, pubblicata sul sito dell`azienda, dichiarando il suo impegno a favore dello sviluppo sostenibile. Senza mai citare peràƒÂ² direttamente i “posti di lavoro”, là‚´azienda parla della necessitàƒ di affrontare la competitivitàƒ a livello mondiale, garantendo là‚´efficienza nei suoi stabilimenti. “Di regola non ci aspettiamo dalle aziende cambiamenti immediati -spiega Henry Mathews- i nostri sono obiettivi di lungo periodo, da perseguire con una pressione insistente sulle direzioni, sugli azionisti e sui media”.

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