Una Mutua

Una società di mutuo soccorso nata per iniziativa dei macchinisti ferrovieri alla fine dell”800 e intitolata a uno di loro, che, coi suoi 82.000 soci e 270.000 assistiti, è tuttora fiorente. La dimostrazione che con l”impegno, l”abnegazione e la volontà di autogestirsi, si possono ottenere risultati sorprendenti. E” un patto di solidarietà , e non un contratto assicurativo, a legare gli aderenti.

di Francesco Cinti, da “Una Città ” n.17 Nov-Dic 2003


Francesco Cinti è presidente della Società di Mutuo Soccorso Cesare Pozzo, che ha sede a Milano.

Come, e su quali basi, è nata la Cesare Pozzo?

La Cesare Pozzo è stata fondata il I° maggio 1877, cioè -per pura, ma significativa, coincidenza- esattamente dieci anni prima che il I° Maggio diventasse una data storica importante per il movimento operaio. L”iniziativa partì da un gruppo di macchinisti delle Ferrovie dell”Alta Italia, perché va ricordato che, all”epoca, le ferrovie italiane erano sostanzialmente divise in due reti: le Ferrovie dell”Alta Italia e la Ferrovia Mediterranea. L”idea di fondare una società di mutuo soccorso emerse soprattutto per sopperire ai più elementari bisogni di difesa di questa categoria di lavoratori, esposta a moltissimi rischi sia sul versante della salute che su quello dei rischi sul lavoro. I macchinisti erano una categoria dell”aristocrazia operaia, nel senso che erano professionalmente molto preparati, per cui, anche in virtù di questa preparazione, esprimevano un forte spirito di appartenenza, un forte spirito di gruppo; dall”altra parte, però, erano anche una categoria molto a rischio perché, per qualsiasi inconveniente, erano soggetti a frequentissime punizioni, a sospensioni, a licenziamenti. Da questa situazione, quindi, nacque l”esigenza di un organismo di difesa e, appunto, di mutuo soccorso, di mutuo appoggio. La prima base sociale della società furono quindi i macchinisti -in quegli anni, infatti, la denominazione era Società di mutuo soccorso fra macchinisti delle Ferrovie dell”Alta Italia-, anche se in seguito all”unificazione delle reti ferroviarie, tale base progressivamente si allargò ai macchinisti della Ferrovia Mediterranea e di altre realtà . La denominazione, comunque, rimase la stessa fino al 1977-“78, quando il consiglio di amministrazione decise di aprire a tutti i ferrovieri la possibilità di aderire. In quel momento la mutua aveva intorno ai 15.000 soci; con la decisione di aprirsi -dapprima a tutti i ferrovieri, poi a tutti i lavoratori dei trasporti e successivamente, attorno al 1993, a tutti i cittadini- cominciò un processo di espansione. Oggi la mutua è aperta a tutti, non è più la mutua dei macchinisti, anche se i macchinisti rappresentano ancora una fetta consistente, circa il 10%, dei nostri soci. I macchinisti, comunque, sono stati il nucleo storico, quello che, innanzitutto, ha permesso che la mutua rimanesse in vita. Va infatti tenuto in conto che, in Italia, fra il 1850 e il 1900, di società di mutuo soccorso ne nacquero tante, qualche migliaio, ma molte erano mutue di paese e sono durate poco, al massimo qualche decennio, soprattutto perché avevano una base sociale abbastanza ristretta, fragile. Ancora oggi, in alcune regioni, come il Piemonte o la Liguria, ci sono ancora decine di società operaie di mutuo soccorso, tutte, o quasi, di piccole o piccolissime dimensioni, che sono le eredi storiche delle mutue degli artigiani, dei sarti, dei boscaioli, dei calzolai, nate in quegli anni. Quasi tutte queste mutue sopravvivono soprattutto come testimonianze di questo passato, hanno il loro archivio, una sede, qualche decina di vecchi soci, ma praticamente non fanno più attività mutualistica. Rimane comunque il fatto che ancora oggi, in Italia, le società di mutuo soccorso sono tante e molto diffuse; ce ne saranno almeno duemila, dal nord alla Sicilia e alla Sardegna. In alcune realtà , come ad esempio in Puglia, molte hanno una connotazione un po” religiosa, sono vicine alla Chiesa, alla parrocchia, mentre in quelle del nord, specialmente in Piemonte o in Liguria, prevale la connotazione laica.

Il movimento mutualistico ha una storia bellissima. In Liguria, per dire, ci sono mutue che sono intitolate a Garibaldi o a Mazzini perché proprio Mazzini o Garibaldi ne sono stati soci. E” una storia anche complessa, perché le mutue hanno rappresentato la prima forma di auto-organizzazione e di autotutela dei lavoratori; praticamente sono state le antesignane del sindacato anche se, quando poi sono nati i sindacati e i partiti politici che rappresentavano il mondo del lavoro, hanno perso un po” di importanza.

La Cesare Pozzo è rimasta importante perché, come ho detto, era costituita da macchinisti che avevano un forte spirito di categoria, quasi di corporazione. Io, per qualche anno, sono stato rappresentante sindacale dei ferrovieri e so bene che i macchinisti hanno sempre avuto una forte componente corporativa; sono sempre stati una categoria molto forte, molto coesa e battagliera ma, appunto, anche molto corporativa. Questo deriva anche dal fatto che, al di là della loro alta professionalità , del loro forte bagaglio di conoscenze, il macchinista vive in maniera abbastanza isolata rispetto agli altri lavoratori; la sua vita è sulla macchina con il suo compagno di lavoro e basta, non sta in officina, o in un ufficio, gomito a gomito con gli altri lavoratori. Ecco, questa condizione di lavoro ha sicuramente un po” favorito un”immagine del macchinista come operaio diverso dagli altri. Il sindacato dei ferrovieri, comunque, è nato da questa mutua; i primi dirigenti del Sindacato Ferrovieri erano dei mutualisti e forse anche per questo la Cesare Pozzo ha continuato a vivere, passando abbastanza tranquillamente anche attraverso il fascismo, che non l”ha sciolta.

Era stata invece sciolta nel 1898, quando il generale Bava Beccaris aveva occupato militarmente questo stesso edificio in cui abbiamo ancora la sede, e che doveva essere inaugurato il I° maggio di quello stesso anno.
Dopo i moti di Milano, essendo la mutua considerata uno dei covi delle organizzazioni sovversive, i locali vennero occupati, nel cortile si accamparono anche le truppe, e la mutua fu sciolta. Proprio in seguito agli avvenimenti del 1898 e allo scioglimento coatto della mutua, Cesare Pozzo, uno dei nostri padri fondatori, che era un macchinista ed era a Udine per curarsi, perché aveva un forte esaurimento nervoso, dalla disperazione si suicidò, buttandosi sotto un treno.

Cesare Pozzo è stata una figura straordinaria, era un autodidatta, ma con una grandissima cultura e con qualità umane che sono difficili da trovare. Da giovane era di simpatie repubblicane, mazziniane, poi si avvicinò al movimento anarchico e alla fine divenne socialista, morì da socialista. Avrebbe potuto fare carriera, sarebbe potuto tranquillamente diventare deputato, ma rifiutò sempre tutte le offerte di questo tipo, così come il distacco dalla produzione: anche quando, per tre anni, fu presidente della società di mutuo soccorso volle continuare a fare il macchinista. Cesare Pozzo era un tipo molto battagliero e si batté sempre, anche contro il parere dei suoi colleghi macchinisti, che lui rimproverava di ristrettezza mentale, perché la mutua diventasse la mutua di tutti, perché tale dev”essere la solidarietà fra gli oppressi. Per tutto ciò abbiamo ritenuto giusto intitolare la mutua a lui.

Accennava prima al fatto che il sindacato è nato dal movimento mutualistico, il quale successivamente ha avuto una progressiva eclisse, ma qual è la differenza forte fra il sindacato e il mutualismo?

Va innanzitutto sottolineato che le società di mutuo soccorso, una delle prime espressioni della capacità di auto-organizzazione delle classi oppresse, al loro sorgere erano illegali o al massimo tollerate dallo Stato. Col tempo il movimento mutualistico si allargò e alle mutue espressione diretta delle classi lavoratrici si aggiunsero altre mutue, costituite soprattutto da elementi della borghesia illuminata, ma anche da esponenti dell”aristocrazia, che le vedevano come forma di aiuto e di sostengo ai poveri, quindi in un”ottica paternalistica. Tutto questo portò, nel 1886, al varo della legge 3818, che le riconobbe, e quindi le regolò. Tale regolamentazione non teneva però conto dello scontro che, all”interno del mutualismo, esisteva fra chi, soprattutto repubblicani e anarchici, vedeva nelle mutue forme di auto-organizzazione, e quindi di emancipazione dei lavoratori e chi, in particolare la componente borghese e quella cattolica, richiamandosi alla Chiesa e alle encicliche papali, invece, vedeva il mutualismo soprattutto in chiave paternalistica, cioè di fatto sosteneva non tanto l”emancipazione dei lavoratori, quanto un miglioramento delle loro condizioni all”interno dei rapporti sociali dati.
Questa legge, che fu fatta proprio per limitare l”attività delle mutue, cioè per evitare che diventassero organizzazioni di resistenza e quindi potessero promuovere scioperi, lotte e quant”altro, stabilì in maniera molto precisa quali fossero i compiti delle società di mutuo soccorso, in sostanza la pura assistenza. Le mutue si incanalarono così in questa attività di sostegno, attraverso i sussidi economici, al lavoratore in malattia, oppure di tutela sul piano legale del lavoratore che veniva perseguito per infrazioni, per mancanze commesse durante il lavoro, di sostegno agli orfani, alle famiglie, eccetera. Insomma le mutue si specializzarono in questo settore, mentre, contemporaneamente, il sindacato diventava organizzazione di resistenza e di lotta. Le strade si separavano…

Le società di mutuo soccorso, quindi, facevano parte di quello che oggi fa il welfare state…

Per alcuni aspetti sì, però in maniera autogestita. E” questo l”elemento decisivo. Nei nostri depliant, ad esempio, noi scriviamo che non siamo un”assicurazione, infatti siamo un”associazione senza fini di lucro, per legge non possiamo fare profitti. La nostra vocazione è quella di ridistribuire il massimo possibile delle risorse che i soci ci assegnano, sotto forma di sussidi, prestazioni sanitarie e quant”altro.

Come funzionate?

Se lei domani si associa alla Cesare Pozzo, paga un contributo, che può essere, a sua scelta, mensile, semestrale o annuale e che, mediamente, è in ragione di 20 euro al mese. Con questo contributo lei e il suo nucleo familiare avete diritto a tutta una serie di sussidi e di aiuti, per esempio in caso di infortunio, di malattia, di ricovero in ospedale, di visite specialistiche, come anche per un intervento chirurgico, per il decesso, per l”invalidità permanente. Chiaramente questa è un”attività rivolta a cittadini con un reddito medio basso che assicura all”intero nucleo familiare un”integrazione all”assistenza sanitaria e previdenziale statale. Quando i nostri soci si trovano in una delle condizioni di bisogno previste dal regolamento, non fanno altro che presentare la domanda di sussidio, allegando la documentazione sanitaria necessaria; noi controlliamo che questa domanda corrisponda ai requisiti richiesti e se tutto è a posto gli liquidiamo il sussidio.
Sussidio che proviene dal monte-quote…

Noi ridistribuiamo il totale delle quote incassate da cui togliamo solo le spese di gestione e di amministrazione e una piccola percentuale che viene accantonata per garantire la continuità della società stessa. Come ho detto l”immobile in cui ci troviamo lo abbiamo ereditato dai nostri predecessori, i quali ovviamente ci avevano investito dei soldi. Ormai siamo presenti in tutte le regioni, abbiamo diciannove sedi, tutte di nostra proprietà , per cui abbiamo investito i risparmi in modo che chi viene dopo di noi trovi qualcosa. Se ridistribuissimo tutto faremmo come quando si fanno le collette nei posti di lavoro: succede una disgrazia a un collega, si fa una colletta, si raccolgono, mettiamo, mille euro, e tutto finisce lì. La mutua, invece, deve durare nel tempo, quindi deve anche pensare alla sua continuità , che è la solidarietà trasferita nel tempo. Per questo, di tutto quello che i soci ci affidano, restituiamo il 70% sotto forma di sussidi. Del resto, le assicurazioni, anche quelle che danno di più, restituiscono il 40%, e lo restituiscono non solo dopo pratiche infinite, problemi, eccetera, ma anche dopo una selezione assai restrittiva. Noi, su cento domande di sussidi, ne liquidiamo mediamente novantanove; non è mai successo che stiamo a cavillare. Certo bisogna anche stare attenti: quando il corpo sociale è come il nostro -abbiamo 82.000 soci, ovvero circa 270.000 assistiti- non è da escludere che fra questi ci sia anche l”imbroglione, quello che falsifica un certificato; qualche caso, ogni tanto, capita anche a noi ed infatti abbiamo un nostro ufficio di liquidazione che ormai è molto esperto in queste cose. Recentemente un nostro socio ci ha portato un certificato, emesso da una clinica milanese, che ci è sembrato un po” strano, per cui abbiamo chiesto informazioni alla clinica, la quale ci ha risposto che non conosceva questa persona, per cui, ovviamente, il sussidio non lo abbiamo dato.

Il socio imbroglione è stato espulso?

Sì, per casi come questo il nostro statuto prevede l”espulsione ma, ripeto, è raro; generalmente i soci hanno un comportamento molto corretto.
Il segreto del nostro buon funzionamento sta nel fatto che nella mutua c”è tanto lavoro volontario e un”onestà di fondo. Detta proprio fuori dai denti: io posso provare a fregare la mutua dello Stato, ma non fregherò mai la società di mutuo soccorso, cioè il mio compagno di lavoro. Siamo stati avvicinati da diverse compagnie di assicurazione, incuriosite dalla nostra capacità di fare un”attività di assistenza, che pure loro fanno, ma chiudendo tutti i bilanci in rosso, perché l”assicurazione sanitaria chiude in rosso, così come chiude in rosso il servizio sanitario nazionale. Noi abbiamo fatto loro vedere i nostri sistemi di organizzazione, i compensi e i rimborsi spese che diamo ai nostri collaboratori ed è stato immediatamente chiaro che fra noi e loro c”è la differenza che c”è fra il giorno e la notte. Il presidente di una compagnia di assicurazioni con 250.000 clienti, per dire, percepisce uno stipendio che è cinquanta volte superiore a quello che prendo io. Ebbene, la differenza fra il mio e il suo stipendio sono tutti soldi che vanno ai soci, e lo stesso rapporto vale per il vice presidente o per i consiglieri di amministrazione. Poi, a differenza delle assicurazioni, che ragionano in base alla ripartizione del rischio (cioè dividono l”onere teorico del rischio coperto fra tutti gli assicurati), noi funzioniamo in base alla ripartizione del danno, cioè dividiamo fra i soci solo gli oneri derivanti dai danni effettivamente accaduti.

Questo comporta che, se a settembre abbiamo distribuito tutte le risorse, non siamo più tenuti a dare sussidi ai nostri soci fino all”anno seguente. Le assicurazioni questo non possono farlo, poiché non si basano su un patto di solidarietà , come facciamo noi, ma su un contratto, ed è ovvio che questo devono comunque rispettarlo. Questo fatto, apparentemente, implica un rischio maggiore della mutualità rispetto alle assicurazioni. In realtà , la solidarietà non è solo per il presente, ma anche per il futuro ed è per questo che abbiamo accantonato delle risorse per costituire una specie di fondo di garanzia, per cui noi le risorse per dare sussidi non le finiremo mai. Le risorse sono lì, i soci possono sempre decidere del loro uso, ma l”idea condivisa è di garantire il futuro, perché questa garanzia è un elemento di forza per la mutua.

Facciamo un esempio: un vostro iscritto muore, lasciando una moglie che lavora e un figlio che va a scuola, la moglie riceve dallo Stato la pensione di reversibilità , voi cosa le date?

Noi diamo un sussidio di decesso, legato all”età e ad altri parametri, che è mediamente sui 15.000 euro e viene liquidato in una sola volta. Il sussidio di decesso è una questione problematica, come pure alcune altre provvidenze e coperture che diamo ai nostri soci.

Alla base c”è la legge del 1886, di cui parlavamo prima, e poche altre leggi fatte successivamente. Le assicurazioni, per esempio, ci contestano questa attività , sostenendo che i sussidi di decesso non li dovremmo dare perché corrispondono ad una assicurazione del ramo vita, che è esclusiva delle assicurazioni.

Anche se in maniera non evidente, noi siamo in guerra con le assicurazioni: se ci potessero spazzare via, lo farebbero volentieri, anche perché rappresentiamo la diretta testimonianza che le cose che fanno loro si possono fare molto meglio.

In questi anni ci siamo mossi con molta cautela, cercando di non dare nell”occhio, ma adesso siamo nella condizione di dover fare delle scelte: il servizio sanitario è in crisi e le assicurazioni stanno fiutando il grosso affare dell”assistenza sanitaria integrativa.

Noi vorremmo invece cominciare a muoverci su una scala più ampia di quella coperta fino ad oggi, e con modalità diverse sia dalle assicurazioni che dal servizio sanitario nazionale.

Sulla base della vostra esperienza, pensate sia possibile un welfare radicalmente autogestito, ovviamente a fronte del fatto che le risorse che oggi sono drenate a favore dello Stato passino alle mutue?

Io penso che sarebbe possibile. In Europa ci sono esperienze di società di mutuo soccorso che hanno un peso molto più importante di quanto non abbiano in Italia.

In Francia, ad esempio, oltre il 50% dell”assistenza sanitaria viene coperto dalle società di mutuo soccorso, che godono per questo di una serie di diritti, ad esempio gestiscono farmacie, ospedali, cliniche. Noi siamo in rapporti di gemellaggio con la Mutuelle, che è la mutua autogestita dei ferrovieri francesi, ed è potentissima: praticamente dà assistenza a tutti i ferrovieri francesi e ha un riconoscimento da parte dello Stato, nel senso che i dirigenti mutualistici sono, sotto il profilo del rapporto di lavoro, equiparati ai dirigenti sindacali, quindi godono del distacco e di altre cose.
Da noi non è così: molti dei nostri responsabili regionali (che svolgono molte delle pratiche di richiesta di sussidio, tengono aperte le sedi e garantiscono la continuità della mutua e dei suoi servizi) fanno la loro attività mutualistica nei ritagli di tempo, o sono pensionati, ma -a parte ovviamente la riconoscenza e qualche rimborso spese- né gli uni né gli altri vedono in alcun modo riconosciuta questa loro attività . Il ruolo sociale della mutualità , dell”autogestione, in Italia non ha alcun riconoscimento.
Eppure le mutue potrebbero essere importanti nella battaglia per una riforma del welfare. La sinistra, infatti, invece di accettare la sfida e puntare sull”autogestione, continua a difendere la logica del welfare statale…
Questa non comprensione delle potenzialità dell”autogestione è qualcosa che neanch”io riesco a comprendere; anche con le organizzazioni sindacali abbiamo non poche difficoltà su questo terreno.

Nel sindacato veniamo generalmente guardati con diffidenza; qualcuno, addirittura, ci dice che noi siamo quelli che vorrebbero fornire allo Stato l”alibi per non fare più l”assistenza sanitaria. Questa è una sciocchezza, perché stiamo vedendo bene che lo Stato, per tagliare e privatizzare l”assistenza sanitaria, non ha certo bisogno di alibi. Io credo invece che il nostro ruolo potrebbe essere quello della sussidiarietà : potremmo progressivamente integrare quello che lo Stato via via smette di fare. Da parte del sindacato, in particolare della Cgil, c”è ancora un forte atteggiamento statalista: per loro l”assistenza la deve fare lo Stato, punto.
Solo quattro mesi fa, per la prima volta, siamo riusciti a fare un accordo nazionale con Cgil, Cisl e Uil per fornire delle prestazioni di assistenza sanitaria ai co.co.co.; è stata la prima volta che le tre organizzazioni hanno riconosciuto questo ruolo della mutualità .

Nei contratti, del resto, sempre più entra la richiesta di copertura sanitaria: nel contratto degli addetti al turismo, che in Italia sono un milione e mezzo, per esempio, è previsto che le aziende del settore paghino una copertura sanitaria, mentre le mutue che danno anche la copertura sanitaria sono poche, sei o sette in tutta Italia: ci siamo noi, ce ne sono un paio abbastanza importanti in Emilia, a Bologna e Modena, che però operano solo a livello territoriale, c”è il Consorzio mutue di Novara, c”è Insieme Salute di Firenze, qui a Milano c”è anche la Compagnia delle Opere, che fa riferimento a Comunione e Liberazione e che quindi è lontanissima da noi come ispirazione, ma che funziona molto bene.

Le forze di sinistra non prestano molta attenzione alla mutualità , anche se può essere vero che pure noi non abbiamo fatto granché per farci conoscere. Anche all”interno della cooperazione siamo sempre stati considerati un po” come i parenti poveri.

Noi aderiamo alla Lega delle cooperative e solo adesso sembra che al suo interno ci sia un risveglio di interesse verso le società di mutuo soccorso e si riconosca che nella mutualità c”è ancora forte quello spirito di solidarietà che nelle cooperative si è un po” appannato. A me pare che adesso ci siano tutte le condizioni esterne, che sono estremamente importanti, per puntare a un rilancio della mutualità .

Dobbiamo essere un po” meno schivi e soprattutto dobbiamo cercare di allearci fra di noi, perché, purtroppo, anche nella mutualità non è che siano tutte rose e fiori. Noi stiamo cercando di coinvolgere altre società di mutuo soccorso nel lavoro che stiamo facendo, abbiamo anche salvato qualche mutua che rischiava di sparire oberata dai debiti. Quasi tutte le mutue hanno degli immobili -comperare la sede, dare continuità , fa parte del dna della mutua- ma il problema è che quasi tutte, non avendo più molta attività , hanno una quantità di soci insoddisfacente, per cui succede che quando in questa sede, per esempio, si rompe il tetto, e per metterlo a posto ci vogliono 50.000 euro, questi prendono le chiavi, vanno dal sindaco o dal parroco e gli dicono: Queste sono le chiavi della mutua, ve la regaliamo.

Ma questo è assurdo: perché questo patrimonio, che è nostro, dei lavoratori, deve andare disperso? Le mutue sono il risultato dei sacrifici fatti dal mondo del lavoro e allora perché non possiamo trovare il modo, mettendoci tutti insieme, di utilizzarlo per autogestire pezzi importanti della sanità e della previdenza, visto che lo Stato si sta facendo da parte?

Uno dei problemi sta forse nel fatto che, nella storia della sinistra, il concetto autogestionario è stato marginalizzato…
Sicuramente questa marginalizzazione c”è stata, e pesa. Io sono di sinistra, per anni ho fatto attività sindacale e di partito, ma la soddisfazione più grande l”ho trovata nell”attività della mutua, proprio perché qui tu riesci a dare concretezza all”idea di una società alternativa a quella attuale.
Una società dove non ci sono i padroni, dove decidiamo noi le cose e ce le gestiamo noi; poi possono andare bene o male, ma le abbiamo decise e fatte noi. Sono sensibilità , modi di vedere poco presenti nella sinistra; si dà per scontato quel che c”è, si dà per scontato che il mercato sia solo quello che abbiamo adesso e che occorra adeguarsi. Certo non è che il mercato non ci condizioni, però, nonostante tutto, riusciamo ad essere abbastanza autonomi: se riusciamo a restituire il 70% di quello che i soci versano, è perché noi non dobbiamo remunerare il capitale di rischio. Tra noi non c”è la figura dell”investitore, che investe 10 miliardi e quindi vuole il rendimento, per cui bisogna poi dare meno prestazioni ai soci. Ecco, da noi non è così.

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